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venerdì 12 febbraio 2016

Tazzina di sakè. Mia amata Yuriko - intervista ad Antonietta Pastore

Antonietta Pastore, Mia amata Yuriko, Einaudi
Mia amata Yuriko è un romanzo delicato e profondo come sanno esserlo solo le emozioni e le opere d'arte più autentiche della vita. Confluiscono, in questa storia vera - e verosimile solo nelle parti in cui la memoria dell'autrice ha dovuto essere completata da piccoli inserti di immaginazione - diversi elementi, tutti accurati e importanti. Il lettore, alla fine della lettura, resta legato alla bellezza elegante delle ambientazioni ma soprattutto ai personaggi e scopre anche se stesso come in uno specchio: si possono ritrovare temi decisivi come il contrasto tra il destino (qui rappresentato, fondamentalmente, dalla guerra e dalla bomba atomica che ha colpito Hiroshima il 6 agosto del 1945) e la scelta individuale. La difficile concordanza tra l'amore per un'altra persona e il rispetto per sé. La capacità di sopportare il dolore, la vergogna e la determinazione. Fino all'illuminazione finale che fa entrare la luce in tutta la storia e, senza paura di svelare troppo, si può dire che abbia a che fare con la piccola, ma ineguagliabile gioia della consapevolezza di avere fatto la cosa giusta. In tutto questo, nelle parole che compongono questo romanzo breve e perfettamente composto, c'è il tocco della scrittrice e traduttrice Antonietta Pastore che descrive di come abbia raccolto la vicenda di Yuriko. Si capisce bene quali passaggi, quante attese e quanta delicatezza d'animo abbia richiesto la tessitura di una trama impeccabile proprio perché reale. Si sente una voce sì delicata, ma anche fortissima. Strutturata da una dote naturale e insieme, si può intuire, dal pluriennale lavoro di traduttrice dal giapponese e dalla assiduità dell'autrice con questa cultura – sappiamo infatti che ha abitato in Giappone per sedici anni sia per amore sia per lavoro.

Personalmente, dal momento che Murakami Haruki è uno degli autori che più hanno influenzato la mia esperienza di lettrice e la mia vita, non posso non notare una analogia di sentire tra l'autrice e traduttrice dei suoi lavori e Murakami stesso, come immagino degli altri autori da lei tradotti. A un certo punto, nel corso della lettura, ricordo proprio di aver pensato: il mistero di Yuriko assomiglia al mistero chiuso in certi personaggi del mio autore giapponese preferito! Ma nel romanzo di Antonietta Pastore ci ho letto un pezzetto di qualcosa in più: Yuriko è reale, è una donna come tante, come me. Una donna da cui imparare come si decidono le grandi cose della propria esistenza, e anche quelle minime. Infine, ho capito leggendo che è possibile che un no o un sì detti al momento opportuno ripaghino di un'unica, ma vitale cosa: la dignità che ci rende umani.

C'è da aggiungere che di per sé la lettura di questo libro è un privilegio, come lo è la meticolosità intellettuale ed emotiva che fa sì che arrivino, confezionate con purezza estetica, racconti belli e utili come questo. Ci aggiungo però un mio personale privilegio, che voglio condividere con i lettori affezionati di questo blog: la possibilità di rivolgere a un'autrice che leggo e seguo da tempo nel suo lavoro, alcune domande.

Mia amata Yuriko è un romanzo che tocca diversi temi, ma quello che, al termine della lettura, pare più evidente è il valore della scelta. Un nodo che si scioglie solo alla fine di tutto il racconto, quasi a svelare un mistero, che è quello della personalità e della vita stessa di Yuriko, una donna che appare subito forte ma anche, inizialmente e al tempo stesso un po' “strana”. Può raccontarci come lei, Antonietta Pastore, abbia invece scelto di trasmettere ai lettori questa storia? Dal capitolo finale del libro, sappiamo infatti che tutto è nato dopo i tragici eventi di Fukushima del 2011. 

Le scelte, a volte, si impongono, diventano una necessità. Per fortuna non tutte sono drammatiche come quella che deve fare la protagonista del libro, Yuriko, davanti a un dilemma da cui dipende la sua dignità di donna e di persona. Nel mio caso, la decisione di raccontare la sua storia è nata sì da un’urgenza reale, però il mio ruolo è solo quello della testimone. Negli anni in cui vivevo in Giappone, la mia esistenza per un breve momento ha incrociato quella di Yuriko, e quest’incontro ha lasciato in me una traccia, come un punto in sospeso in fondo alla mia coscienza. A lungo ho pensato che la sua vicenda meritasse di essere narrata, ma al tempo stesso mi dicevo che non era il caso di riesumare eventi molto lontani, molto tristi, sui quali era forse preferibile lasciar calare il silenzio.
Nel marzo del 2011 però, quando ho visto che la tragedia di Fukushima provocava danni − che non giudico collaterali −, analoghi a quelli che già si erano constatati dopo Hiroshima e Nagasaki, ho sentito che era venuto il momento di parlare di Yuriko. Perché a distanza di decenni altre persone, altre donne, erano vittime di ingiustizie simili a quella subita da lei. Avendola conosciuta, mi sentivo in qualche modo autorizzata, anzi, quasi tenuta, a raccontare la sua storia, come se fossi stata scelta a testimone, appunto, di una realtà sconcertante, mai divulgata. 

Per la stessa natura delle esplosioni di Hiroshima, quello della bomba atomica che ha colpito gli abitanti di quelle zone del Giappone pare essere un tema a lunga percorrenza. La storia di Yuriko ci parla di tempi lentissimi, di attese apparentemente senza fine e di indeterminatezza. Si può immaginare che il suo lavoro abbia richiesto molto rispetto e capacità di far sedimentare il materiale narrativo di cui disponeva per dargli ancora più valore: è così? E quanto è determinante l'attesa, nella vita come nella scrittura? 

Come ho appena detto, ero a conoscenza della storia di Yuriko da molti anni, la prima parte mi è stata rivelata nell’82. Era una vicenda di un valore e di una gravità tali che, anche dopo aver iniziato a scrivere sul Giappone, dubitavo di avere il diritto di raccontarla. Prima del marzo 2011, è stato soprattutto questo dubbio a trattenermi dall’imbastire anche solo un progetto di narrazione. Rischiavo di inoltrarmi in un terreno che aveva una sua sacralità, di oltrepassare una soglia che nemmeno il ruolo di testimone mi autorizzava a profanare. Non ero abbastanza motivata per infrangere un tabù: toccare l’argomento Hiroshima.
A parte questa considerazione, sono contenta di aver lasciato che il silenzio calasse per tanto tempo sulla storia di Yuriko, di averla relegata in un angolo della mia memoria − senza però dimenticarla. Perché col passare degli anni e con l’accumularsi delle esperienze ho acquisito, come la maggior parte delle persone della mia età, “la cognizione del dolore”, senza la quale non è possibile raccontare la sofferenza altrui. La consapevolezza della drammaticità intrinseca alla vita mi ha aiutata a illuminare una storia “sedimentata” in una zona oscura della mia mente, dove rischiava di sprofondare al di là della soglia dell’inconscio. Non dico che debba essere così per chiunque, ci sono persone − e scrittori − che questa consapevolezza, bene o male che sia, la raggiungono relativamente presto.

Nel romanzo appare anche la contraddizione tra il silenzio e la parola. Come se l'uno non potesse fare a meno dell'altra, proprio come i due innamorati protagonisti della storia. I noti silenzi che contraddistinguono il carattere dei giapponesi, qui si mostrano come antesignani però di una parola finale che si fa necessaria. Il silenzio sembra proprio il territorio in cui la parola, come un seme, impara a germogliare. Nel caso del romanzo, attraverso una lunga lettera che rivela il senso stesso dei fatti accaduti. Si può dire che anche la letteratura abbia questo ruolo? Come uno svelarsi di contenuti che maturano solo nel silenzio?

Sì, certo. Basta pensare a Jorge Semprún, che per lungo tempo non ha voluto raccontare, anzi ha cercato di dimenticare, il periodo trascorso a Buchenwald. Per lui era la condizione per poter continuare a vivere, come spiega nel libro La scrittura o la vita. Sentimenti analoghi credo che abbiano indotto molte vittime di Hiroshima e Nagasaki a non parlare della propria esperienza, se non in tempi recenti. Ma naturalmente non si può generalizzare: ci sono autori − quelli appartenenti alla cosiddetta “letteratura della bomba atomica”, il cui massimo rappresentante è Hara Tamiki − che già pochi mesi dopo l’agosto del ’45 hanno scelto di scrivere delle esplosioni nucleari e delle conseguenze che hanno avuto sulla loro vita.
Nel caso di Yuriko, tuttavia, il silenzio mantenuto fino all’ultimo era forse strumentale al suo bisogno di proteggere l’amore che ha continuato a nutrire per il marito. E non è stata lei a romperlo alla fine.

Domanda inevitabile: quanto il suo lavoro di traduttrice ha influenzato il suo stile di scrittura? Consiglierebbe a un aspirante scrittore di imparare anche a tradurre da un'altra lingua?

Dopo l’uscita di Mia amata Yuriko, più volte mi sono sentita dire che la mia scrittura è “molto giapponese”. Non capisco bene cosa significhi, dato che ho tradotto autori molto diversi fra loro − Natsume Soseki e Murakami Haruki sono stilisticamente agli antipodi. Forse quest’osservazione si riferisce alle atmosfere che troviamo nei romanzi dei narratori classici moderni − quali Soseki, appunto, o Tanizaki −, atmosfere che il mio romanzo, considerata l’epoca in cui si svolge gran parte della vicenda, probabilmente evoca. Posso dire però che non sono esente dall’influenza di Murakami, perché uno dei temi a lui più cari − il senso di perdita e il rimpianto per quello che non si potrà mai più ritrovare − è sempre stato nelle mie corde, e forse per questo motivo la storia di Yuriko mi ha così profondamente commossa quando ne sono venuta a conoscenza.
Riguardo al consiglio di provare a tradurre qualcosa prima di mettersi a scrivere, no, non lo ritengo molto utile. Tradurre, da qualsiasi lingua, non è una cosa facile, è già un mestiere in sé e rischia di assorbire tutte le energie. Inoltre, è ovvio che la traduzione è un’ottima scuola di scrittura, ma sono due cose diverse, avere talento per la prima non implica necessariamente che si riesca a fare bene la seconda. Ci sono scrittori eccellenti che non hanno mai tradotto una riga in vita loro, così come ci sono traduttori bravissimi che non sanno dar vita a una storia, a dei personaggi, veri o immaginati che siano. E poi ci sono gli scrittori di professione che traducono − come Murakami Haruki − e i traduttori di professione che scrivono, come me. Un’attività non esclude l’altra, possono alternarsi a ritmi che variano da persona a persona. 

Quello di Yuriko pare un destino che la connota soprattutto in quanto donna. Quasi come se i diritti umani, quando si tratta di persone di sesso femminile, assumano una valenza più sfumata. Attraverso una storia d'amore, il romanzo ci spiega anche questo: come le donne, a Hiroshima ma anche altrove nel mondo, abbiano subìto un carico di dolore morale diverso rispetto a quello degli uomini e in questo risiede anche la forza del personaggio. Pensa che racconterà ancora di donne, come ha già fatto in precedenza nei suoi lavori?

È vero che in tutte le crisi sono le donne a pagare il prezzo più alto, sia nello spirito che nel corpo, ma questa discriminazione non avviene impunemente per nessuno, anche se non sempre se ne percepisce subito la portata. L’infelicità di una donna, soprattutto quando è causata da un sopruso, da un’ingiustizia, si irradia sull’ambiente che la circonda e ne riduce le potenzialità, lo spegne. Così alla fine qualche danno ne deriva a tutti, anche se spesso la gente − in primo luogo gli uomini, ma non soltanto loro − non se ne rende conto e continua a infliggere alle donne lo stesso trattamento iniquo. È quello che succede a Yuriko, vittima soprattutto delle convenzioni sociali.
Quanto a raccontare ancora di donne, vorrei farlo. Non riesco a immaginare di narrare una storia il cui protagonista sia un uomo, forse perché ho tendenza a scrivere in prima persona.
 

domenica 23 novembre 2014

Caffè dentro la Mole, blogging, Murakami, cinema e altre amenità.




Qualche giorno fa, infiltrata tra le vere regine del web e dell'Universo, ovvero le foodblogger, seconde solo alle mommyblogger, credo, fatta eccezione per le fashionblogger che chiaramente, per chi ha visto Interstellar, "sono loro" le menti illuminate che colonizzeranno i pianeti del domani, comunque forse un po' pesce fuor d'acqua, ma immersa in litri di caffè, mi sono ritrovata a un pranzo a base di caffeina organizzato dal Caffè Vergnano insieme a Eataly e al Museo del Cinema di Torino. 

Il che vuol dire che eravamo tutti quanti dentro la Mole Antonelliana a pasteggiare e a scambiarci opinioni sulla vita e sulla rete. 

Tempo addietro avevo annunciato una mia collaborazione mensile proprio con il blog di Caffè Vergano. Qui ci sono i miei primi articoli. Mi sono resa conto però che garantire una recensione vera al mese (intendo, leggendo sul serio i libri) non mi era possibile perché per via del lavoro (o ricerca del medesimo, che richiede un sacco di energie... ) il tempo non mi bastava. Non temete però perché stiamo ragionando su come continuare in maniera più tempo-sostenibile.

In ogni caso il pranzo è stato interessante. Il caffè è proprio vero unisce gli animi e consente piacevoli incontri e conversazioni. Prima di gustare i cibi ci è stato poi anche fatto dono di un piccolo tour della mostra su Sergio Leone ospitata proprio dal museo. 

Dunque. Ogni tanto ci dimentichiamo della bellezza, della tanto decantata magia del cinema. Sbagliamo. Sarebbe bello rimettersi lì a guardare questi film pieni di forza e ingegno. Visitare la Mole è un vero lusso da sabaudi che auguro a tutti quelli che passeranno da quelle parti. La vita è dura, si sa, ma con pochi euro lì dentro si ricaricano le pile e si sogna. A che serve? Non lo so, ma serve. Ci voglio credere.

E per la serie, datemi un gadget e vi solleverò il mondo, ecco il regalino di Caffè Vergnano per i blogger: la mini "Keep Cup" che io sto utilizzando per accompagnare la lettura di questo libro. *Sonno, di Murakami Haruki. Poiché, forse si sarà capito, in verità questo è un bookblog. Murakami ha scritto la storia di una donna che di colpo non do rme più. Senz'altro questo personaggio ha a che fare con la caffeina che serve, come personalmente sostengo da tempo, per rimanere svegli. Ricordando che come in tutte le cose, l'eccesso è pericoloso. Ma non sarà il caso vostro che invece, spero, apprezzerete questi miei consigli di lettura. Murakami, molto prolifico, tra gli scrittori che io apprezo di più, si supera a ogni libro e navigare con lui in queste storie oniriche è uno spasso continuo. Interessante l'idea di lavorare con una ilustratrice, Kat Menschik, che non incontra al 100% il mio gusto ma che senz'altro si adatta, con queste tavole, alla storia narrata.

sabato 27 settembre 2014

Perché mi piace Murakami?

Murakami Haruki, L'incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio, Einaudi


Per molte ragioni, ma soprattutto perché non svende emozioni a buon mercato.

Ed è disarmante, quando non è onirico, in certe frasi piene di naivete. E di esattezza.

E perché è giapponese, naturalmente: e mi ricorda un mio maestro di arti marziali (ki aikido) all'ombra (alla luce) del quale sono cresciuta fin da bambina per molti anni e che durante le sue lezioni e il suo modo di essere insegnava tutto, come se fosse il despositario della verità. Eppure, contemporaneamente, non ti insegnava un bel niente e ti lasciava lì, nel vuoto, con un palmo di naso, incantata ma arrabbiata: come mai non mi ha rivelato tutto? O almeno qualcosa? E dove se ne va, adesso?

Tzè! Giapponesi!

Ma parliamo di Tsukuru, Tazaki, il trentenne protagonista di questo ennesimo capolavoro di Murakami Haruki. Uscito in Italia nel 2014, questo romanzo è un piccolo scrigno di malinconia e dolore, ma anche di corroborante risveglio: come una perla o un pozzo delle meraviglie dove ci si può dissetare oppure anche solo restarsene lì a contemplare le luci (e le ombre) che si compongono sul suo riflesso.

Insomma, si sarà capito, andiamo nel sublime.

Tazaki Tsukuru è un giovane ingnegnere che progetta stazioni.

La mia testa è fatta per costruire cose concrete, come dice anche il mio nome. Ho una mente piuttosto semplice: tendono a sfuggirmi le complicazioni del cuore umano. In realtà mi sembra di non capire nemmeno come funzioni il mio. Quindi in queste cose spesso mi sbaglio. E allora di solito mi sforzo di non complicare ulterioremente le situazioni.

 Introverso, apparentemente solitario, semplice ma non tanto quanto lui stesso crede di essere, Tsukuru porta una ferita profonda nel cuore e in quell'ingannevole scatola chiusa che chiamiamo memoria. Al punto che, per un lungo periodo della propria vita, addirittura non aveva desiderato far altro che morire. Ma cosa gli è successo? Qual è la sua ferita. La sua è una ferita plurale, legata a un piccolo gruppo di amici, quattro, gli amici del liceo, i cui nomi, forse per un curioso caso, avevano tutti quanti il significato di uno specifico colore. Tranne il suo.

E forse non è stato un caso che proprio lui venisse a un certo punto, senza ragione, estromesso dall'affiatato circolo di inseparabili. Di colpo, lo escludono, se ne allontanano, non lo vogliono più. Misteri che possono capitare. Ed ecco che lui si ritrova solo, e conduce questa solitudine, tra stazioni ferroviarie e una Tokyo rarefatta, per anni. Una musica silenziosa, quella di questo racconto.

La vita è come uno spartito complesso, pensò Tsukuru. Piena di semicrome e biscrome, di segni strani, di annotazioni dal significato oscuro. Decifrarla è un'impresa ardua, e anche saperla trasformare nella musica più bella, non è detto che poi la gente capisca e l'apprezzi nel suo giusto valore. Non è detto che ne riceva felicità. Perché gli esseri umani devono complicarsi la vita fino a questo punto?

Ma come spesso accade, a un certo punto arriva qualcosa, o qualcuno capace di sciogliere i nodi. Qualche volta è l'amore, con la sua capacità unica di decodificare i messaggi vaghi dell'amato, a restituirci qualcosa che sembrava perduto, a cambiare, o nel migliore dei casi ad avvicinare alla (propria) verità.

In questo caso l'amore si chiama Sara, ed è la donna che darà a Tsukuru la spinta a indagare su di sé e su quel misterioso passato. Ed è così che comincia un viaggio di ritorno alle origini e al tempo stesso di esplorazione di un presente allargato, in cui i personaggi tornano in vita e svelano parti dell'enigma. Come in molti romanzi di Murakami, non mancano le stranezze, frutti bizzarri della fantasia e situazioni ai limiti del micidiale, dell'assurdo. 

Ma infine: come non affezionarsi a questo adorabile tizio? 

Andava a vedere le stazioni, come gli altri vanno ai concerti o al cinema, a ballare, allo stadio, o a guardare le vetrine. Quando aveva tempo e non sapeva che fare, o quando aveva qualche pensiero che lo preoccupava, i suoi passi lo portavano quasi automaticamente a una stazione. Al binario, seduto su una panchina, beveva un caffè comprato al chiosco e controllava su un orario in formato ridotto (che teneva nella cartella) l'ora di partenza dei treni: non faceva nient'altro. Poteva passare giornate intere in quel modo.

Insomma, non è che avesse qualcosa che non andava, Tsukuru. Aveva il suo ritmo. Un ritmo che per primo ha dovuto, perché così è la vita, o almeno questa storia, spezzare lo spartito collettivo della micro comunità. Perché prima o poi si cresce, a quanto dicono. E lui è il tipico personaggio di Murakami pensieroso ma al tempo stesso bisognoso di contatti umani. Complicato e lineare insieme, proprio come una stazione ferroviaria. Incolore perché capace forse di riflettere quello degli altri? 

(In questo senso, molto curioso è il personaggio di Midorikawa, un amico di Tsukuru coinvolto in una sorta di incantesimo relativo proprio ai colori e alla luce che emanano le persone... suggestivo). 

Che balsamo, e che sollievo immergersi in queste atmosfere. Questo è l'unico scrittore dell'inquietudine che come lettrice non temo, e che anzi accolgo sempre con uno stato d'animo simile alla felicità.

Ora ad esempio vorrei starmene lì, nel mezzo del nulla, nel mezzo del mistero, a sorseggiare caffè con Tsukuru e ad ascoltare la sua storia, mentre i passanti assonnati salgono sui treni, noi restare invece lì, a guardare tutto passare, in una nuvola di silenzio, di meditazioni, di armonia. 

(Per leggere tutti gli altri miei post su Murakami: cercare il tag, ne appariranno alcuni altri ;). Questo qui sotto è il booktrailer)



mercoledì 30 gennaio 2013

1Q84III.

Murakami Haruki, 1Q84III, Einaudi.


Io sono Aomame. E forse lo siete anche voi. O lo siete stati, o lo sarete, o vi toccherà di esserlo prima o poi. Il fatto che non abbiate alcuna attinenza con:

1) Una trentenne maestra di stretching, dall'infanzia complicata, assassina suo malgrado del capo di una setta pericolosa, in attesa di un figlio, una piccola cosa, concepito senza però aver mai fatto l'amore con l'unico impossibile e struggente amore della vostra vita, che non vedete mai, che pensate un giorno di incontrare su uno scivolo, che monitorate tutti i giorni, che state cercando senza cercare, e aspettando da sempre, e che si chiama Tengo.

"Se Tengo non si farà vedere nel parco prima della fine dell'anno, passerò questo 1Q84 pieno di enigmi nella più totale monotonia, in un angolo sperduto di Koenji, - pensò Aomame. - Cucinando, allenandomi, ascoltando notiziari e leggendo Proust aspetterò che Tengo si faccia vivo. L'attesa è ormai il tema centrale delle mie giornate, il filo sottile al quale è appesa la mia vita. (...). Devo procurarmi la Sinfonietta di Janacek". 

(Forse è inutile dirlo, MA sostituite a piacere la parola Tengo con ciò che preferite, che sia una persona, o una cosa, o un'emozione, o la felicità).

2) Un anno di enigmi, l'1Q84, dove tutto è uguale ma diverso e ci sono due lune una grande e una piccola (verde).

3) Un pazzo esattore delle tasse che vi perseguita, che bussa alla vostra porta, dalla quale non potete mai uscire perché vi inseguono tutti, compresi i maledetti Little People che non sapete chi diavolo sono ma vi vogliono fare fuori, che, questo pazzo, vi urla dietro, vi terrorizza, tornate bambina, e se non siete segregati come tigri in gabbia, potendo solo bere tisane e poco altro e tutto ciò che avete è contenuto in strani pacchi che vi fanno recapitare da una associazione per la difesa delle donne maltrattate, per la quale però voi avete ucciso il cattivo.

4) Una comunicazione magica con qualcuno. Che prende il nome di mother e daughter, o perceiver e receiver. Che non sapete assolutamente che cos'è ma è fonte di potere, di qualcosa di misterioso ma forse vitale.

5) Il Giappone. "Le nuvole continuavano a fendere il cielo veloci, dirette a sud, verso la baia di Tokyo, prima di sorvolare l'immenso oceano Pacifico. Era impossibile indovinare il destino".

6) Il destino. Poiché in questo libro è tutto nelle vostre mani. E, contemporaneamente, non potete farci nulla, ma nulla di nulla.

7) Proust. "Nel prossimo pacco metterò una confezione di madeleines, - disse Tamaru per concludere. - Potrebbero influire positivamente sullo scorrere del tempo. - Grazie, rispose Aomame".

8) Il paese dei gatti. Ovvero un paese di gatti. 

Non importa. 

Ecco, se non avete attinenza alcuna con queste e molte altre cose; ma anche se non avete mai letto tutti i miei imbarazzantemente innumerevoli post su questo argomento, come qui.

Oppure qui, o qui, o qui, o ancora qui. Lo so, sono un po' ripetitiva, ma come lo è l'amore.

Dunque, anche se non siete così folli, se non sapete tutto di tutto questo, indovino però che vi sarà capitato sicuramente qualcosa di significativo nella vita. Come un sequestro, una dislocazione di spazio-tempo, un momento, in cui tutto vi è parso diverso, strano, trasformato. 

Non siamo più nell'1984, ma nell'1Q84. Perché non ci capisci più niente, perché purtroppo è normale, ed è la vita, e se ci mettiamo a osservarla, ecco che non è già più la stessa. Proprio ricchezza e povertà insieme.

E vi sarà capitato di amare, o di voler amare, o di sperare di amare e di essere amati. (Sull'amore, dicevamo, tutti si chiedono sempre come funziona, cosa sia, da cosa dipenda, quale sia il suo gruppo sanguigno, che occhi e che voce e per quanto tempo. Nessuno risponde. Ma tutti hanno qualcosa da dire o da tacere in proposito. Come se ogni persona, Murakami Haruki compreso, posi a un certo punto il proprio cartoncino sul ramo di un wish tree, esprimendo un desiderio o raccontando la propria umile esperienza).

La somma di tutte queste infinite, composite esperienze, non è comunque la risposta. Che non esiste. Però a un certo punto qualcuno deve fare qualcosa. E quindi mi sono messa a rileggere questa terza parte di romanzo. Perché sono come Aomame, in balia un po' della vita, e volevo proprio ripercorrere, rivedere, riascoltare queste parole, come un koan, come una preghiera, come una rassicurazione. Non è un caso forse che la parola più pronunciata dai bambini sia ancora. Ancora una volta. Ho riletto per assecondare anche questo mio infantile desiderio.

Ed ecco perché questo libro è importante per me. 

Perché Murakami Haruki prende in mano la situazione. 

Basta. Dice. La storia finisce così. Lo so, è stata dura. Dice ancora. Durissima. I Little People ti hanno massacrato i nervi. L'attesa è stata lunga una vita. Hai dovuto fare cose che non avresti dovuto e voluto, hai sofferto la solitudine, hai pianto, hai avuto paura. 

Ma il finale è il tuo regalo ed è quello che decido io, che so io, che voglio io. Quando si dice, prendersi dei rischi.

Non è fatalista, è geniale. Ti dà tutto. Irresponsabilmente responsabile del suo universo. E del nostro.