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venerdì 11 novembre 2016

My cup of caffè

Don DeLillo, L'uomo che cade, Einaudi

Dopo il risultato delle elezioni americane tocca fare come quando tu o quelli a cui vuoi bene fate qualcosa che non va: continuare a volerti e a voler loro bene lo stesso, e amen. Lo dico perché l'America (del Nord e del Sud) è un posto cui sono legata, che ho studiato e che rispetto. Le letture più importanti della mia vita vengono da lì, e DeLillo è una di quelle.

Siccome questa rubrica riguarda proprio le mie letture angloamericane (che è ciò in cui mi sono laureata e con cui sono diventata adulta) il dubbio mi è venuto: che fare? Su Trump e Clinton si sono scritti fiumi di inchiostro e io non sono certo una politologa.


Purtroppo non si trova più in rete, ma quando uscì Punto Omega ci scrissi, nel 2010, uno dei "post" di cui andavo più fiera, su una rivista indipendente online che si chiamava Indie Riviera.


Da Body Art nel 2001 rimasi molto colpita, mentre sono un po' più ignorante sulle prime opere, di cui ho un ricordo da studentessa ma meno attuale. 

Credo contestualmente di essere una delle poche persone al mondo a non aver ancora letto Zero K (tradotto a quanto pare magistralmente da Federica Aceto), DeLillo è stato a Torino, presentato da Culicchia (che ha presentato anche me, giuro è vero) almeno a giudicare dall'Internet e dalle infinite condivisioni di informazioni e articoli su quel libro. Rimedierò, ma intanto mi è successa questa cosa. 

Dovete sapere che L'uomo che cade è in assoluto il primo libro che è apparso su questo blog. 

Ho aperto il blog il 14 febbraio 2008 e il 15 parlavo di questo romanzo in due sole righe, prima ancora di iscrivermi a twitter e di affacciarmi dunque alla sua forzata brevità, ecco qui il mini-post. 

Poi mi è accaduto il 9 novembre di quest'anno di guardarlo sbucare dalla mia libreria (uno dei pochi libri risparmiati dal topo, per saperne di più, guardate qui ).

Ci penso un attimo e capisco che il 9/11 è l'opposto dell'11/9, che è il tema del romanzo stesso.

L'uomo che cade, cade dalle Torri Gemelle e la storia di questo libro è tutta lì, in quell'episodio che ha cambiato (forse) il mondo. 

Ognuno di noi ha il suo ricordo di quel giorno, io (perdonatemi l'autoreferenzialità di questo blog) avevo 21 anni e quel pomeriggio dovevo rispondere a un'intervista radiofonica perché avevo scritto un articolo su Marie Claire che parlava di "biotipologie", va a sapere che sono, non me lo ricordo più. E così lo speaker (non mi ricordo manco la radio) voleva saperne di più e mi telefonò. Parlavamo quel pomeriggio di sole come reduci - soli - nell'Universo perché nessuno ha mai ascoltato, credo, quella conversazione radiofonica, dal momento che tutti, ma proprio tutti quelli che ce l'avevano erano incollati alla tv per capire che diavolo stesse succedendo.

DeLillo infine con questo romanzo interlocutorio e doveroso fa quello che deve fare uno scrittore: ha preso quei fatti, enormi, di una complessità senza rimedio; li ha digeriti, rielaborati e confezionati in una forma d'arte fruibile per noi comuni mortali. 

Le prime tre pagine sono la perfezione letteraria pura (non ho idea di come sia Zero K ma se è così, ottimo auspicio!). E dunque il libro si suddivide in tre parti, ed esplora tre tematiche: la storia di una famiglia, come si dice, "disfunzionale", la storia intima e impietosa dei terroristi e la storia di un artista. 

Questo libro è un messaggio piuttosto chiaro del suo autore che, non saprei dirlo con parole meno semplici, punta all'essenziale, al "punto omega". Per me, risente, o trae giovamento, di un lavoro di lima serio, intimo e definitivo. Questa è la voce di un autore che torna al nocciolo delle radici della base della sua scrittura e della scrittura di tutti, punta e si consuma nell'universalità che ci tocca tutti. Lo fa a partire da qui, forse un po' prima, e a quanto pare lo fa per arrivare a Zero K. 

E se non è un messaggio, è senz'altro una dichiarazione di intenti e una indicazione stilistica. 
Non lo so, ma credo che funzioni proprio come gli affetti più cari: ti vuoi bene solo cambiando. Continuo a voler bene a quella parte di mondo che per me ha significato così tanto, nonostante tutto. So che è un sentire comune, vediamo cosa succederà. Intanto è morto Leonard Cohen, vi lascio con un suo brano. Buon ascolto.



lunedì 26 settembre 2016

My cup of caffè

William S. Burroughs, Il gatto in noi, Adelphi (traduzione di Giuseppe Bernardi)

Per la rubrica dedicata alla letteratura anglofona, questo mese, sistemando un po' la mia libreria, è saltato fuori, con balzo felino, questo piccolo libro. 

Ho vissuto per ventiquattro anni con un gatto di nome Saltello (il quale, venute a mancare le doti atletiche cui alludeva il nome che, quando avevo quattro anni, ho scelto tra i personaggi di Richard Scarry, ha preso a chiamarsi, dopo diversi cambiamenti e varianti, definitivamente Cinzio), poi sono stata dieci anni senza gatto. Da un mese a questa parte ho un nuovo gatto che, in omaggio al Barone rampante di Italo Calvino, si chiama Cosimo. 

In tutto questo tempo passato con i gatti ho capito e sto capendo una cosa sola. Ovvero che non è assolutamente difficile accudirli, richiedono poche cose e poco costose: cibo e manutenzione della lettiera, un posto dove dormire. Niente che chiunque non possa fare. C'è una sola cosa che è davvero difficile fare per un gatto: dargli la felicità. O per lo meno, capire cosa esattamente li renda felici. Su questo punto aleggia il mistero. Hanno emozioni? Stanno bene? Ci sono studi al riguardo e senz'altro l'etologia, la veterinaria e la psicologia degli animali qualcosa lo ha compreso, tuttavia si continua a sapere poco. Puoi comprargli un giochino ergonomico all'avanguardia e lui preferirà una cimice che mangerà sotto i tuoi occhi attoniti ma al contempo sembrerà apprezzare i tuoi sforzi e ti osserverà dal suo mondo parallelo.  

Si sono scritte infinite cose sui gatti, trattati, manuali, articoli di giornale e romanzi.Vi consiglio senz'altro la bellissima poesia di T.S. Eliot, The Naming of Cats (Il nome dei gatti), sulla controversa questione dell'identità felina, oppure il meraviglioso romanzo giapponese Io sono un gatto di Soseki Natsume, solo per citare gli autori famosi e senza stare a ricordarvi quanta importanza hanno i gatti nei romanzi di Murakami Haruki, ad esempio.

Ma soprattutto vi consiglio questo, Il gatto in noi. 

Probabilmente la maggior parte dei lettori conosce questo autore americano per i suoi lavori più celebri, dei primi anni Sessanta, a ridosso dell'avvento della beat generation, di cui Burroughs faceva parte, tra cui Il pasto nudo o La macchina morbida. Forse, ma posso sbagliarmi, sono meno note le sue scritture successive, considerato che questo libro è uscito per la prima volta nel 1986 a tiratura limitata e successivamente nel 1992 a New York.
Questo libello si compone di diversi frammenti che di volta in volta raccontano del rapporto dell'autore con i gatti e più in generale con le creature animali e più generale ancora del legame tra uomo e animale. Molti di questi frammenti contengono episodi legati ai gatti con cui Burroughs ha vissuto, in particolare il grigioazzurro Ruski, ma ci sono episodi significativi legati a Calico Jane, Wimpy o Fletch. Fletch è un gattino nero con macchie bianche, come il mio e per chi fosse interessato alla faccenda vi dico che ci assomiglia parecchio e per coincidenza Burroughs lo incontra proprio nel mese e nell'anno in cui è nato il mio primo gatto, Cinzio.

Agosto 1984. James era in centro, all'angolo tra la Settima e la Massachusetts, quando ha sentito un gatto miagolare molto forte, come se soffrisse. E' andato a vedere e un gattino nero gli è saltato in braccio. (...) L'ho chiamato Fletch. E' tutto scintillio e splendore e fascino, ingordigia che si fa innocenza e bellezza. Fletch, il nero trovatello, è un animale squisito e raffinato, con una luccicante pelliccia nera, una lucida testa nera come di lontra, snello e sinuoso, con gli occhi verdi. (...) E' un maschio non castrato di circa sei mesi, ha chiazze bianche sul petto e sulla pancia.

Ma a queste pagine di cronaca di vita quotidiana seguono frammenti più letterari. 
Inverno nucleare... spaventosa tormenta di vento e neve. Un vecchio in una baracca, tirata su con le rovine della sua casa, si accuccia sotto trapunte strappate, coperte piene di buchi e tappeti sporchi, insieme ai suoi gatti. 

Ci sono storie molto emozionanti, altre minime. Gatti importanti, e gatti che compaiono una volta sola. Ci sono negozi di animali e piccoli consigli (ad esempio, il momento migliore per accarezzare un gatto è mentre mangia) e c'è una incisiva disamina delle differenze tra gatto e cane e una bella incursione nella cattiveria umana. 
In questo mondo virtuale dove i gattini sono diventati un cliché, leggere questo libro ci riporta alla realtà, alla storia semplice dell'addomesticamento di queste bestiole da parte degli uomini e dal ruolo di piccole divinità del focolare che svolgono da millenni. 

Infine, tornando alla felicità, Burroughs dice una cosa: Noi siamo il gatto che è in noi. Siamo i gatti che non possono camminare da soli, e per noi c'è un posto soltanto. 

Ha dunque un'intuizione, che dalle sue pagine emerge profondamente. Nel gatto troviamo noi, parti di noi, guide per noi, indicazioni di noi stessi. Da qui è allora facile capire perché sia così difficile la questione della felicità: il giorno in cui sapremo essere amorevoli con noi stessi, forse lo saremo anche con loro. I gatti vivono meno tempo di noi, ed è come se fossero qui a dirci che la vita corre veloce e che è vano trascorrerla trattandosi male. Se potete leggete questo elogio del gatto, staccate la spina dai gattini del web e immergetevi in queste pagine.
La sola idea che qualcuno lo maltratti! E' stato maltrattato già tante volte attraverso i secoli, il mio moretto Fletch con la sua pelliccia splendente e gli occhi di ambra.

lunedì 29 agosto 2016

My cup of caffè

Richard Ford, Tutto potrebbe andare molto peggio, Feltrinelli
In queste giornate così difficili per noi italiani, passano per la testa molti pensieri e, oltre ad agire per aiutare ciascuno come può, resta una possibilità: leggere di esperienze simili, scavare nel cuore umano fino a raggiungere una forma forse sperduta ma sempre viva di solidarietà intima o pubblica che sia, sentirsi parte di un insieme seppure così fragile. 

Per la mia rubrica sulle letture anglofone, ho scelto questo romanzo che prende spunto da un fatto reale: un uragano - chiamato Sandy - che, nel 2012, ha colpito devastando diverse aree del mondo e originatosi nel Mar dei Caraibi. 

Come potrebbe accadere a chiunque, così, anche Frank perde la casa. E da questo si scatenano emozioni, ricordi, bilanci. 

Di questo romanzo è importante la trama ma lo è altrettanto lo stile di scrittura. Citazioni, raffinatezze e inconfondibile stile americano, if you know what I mean. 

Lo consiglio in queste ore in cui non si può che restare concentrati sugli altri e sulle loro anime, per quanto concerne il residuo di energie che resta dopo essersi occupati delle proprie cose essenziali. 

Buona lettura e, per chi vuole ascoltare il grande Ford dalla sua viva voce, ecco un video (in inglese) in cui parla di sé e del parlare di sé, dell'arte e della vita.



giovedì 30 giugno 2016

My cup of caffè!

J.M. Coetzee, La vita degli animali, Adelphi
Per la rubrica dedicata ai libri e agli autori anglofoni, ho scelto questo mese in realtà un non-inglese. 

Non è tanto per allinearmi all'incontrario alla tanto discussa #Brexit - l'idea della rubrica in verità è nata infatti perché la letteratura anglo-americana è un grande interesse che ho da tempo su cui mi sono anche laureata nel 2003, lo stesso anno in cui Coetzee ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura! - quanto per continuare a parlare ancora un po' di animali in senso lato. 

Coetzee non è inglese né americano (è nato infatti nel 1940 in Sudafrica) ma ha lavorato e scritto a lungo sia in Inghilterra che in USA, dunque rientra bene a pieno titolo nella mia "cup of caffè". 

In questo libro l'autore mette al centro una corposa e articolata conferenza accademica nell'ambito della Gates Lecture presso l'Appleton College nella cittadina di Waltham, che uno dei suoi personaggi più famosi e riusciti - l'anziana romanziera Elizabeth Costello - espone sul tema della relazione tra uomo e animale. 

"(...) che genere di anima abbiano gli animali, se siano in grado di ragionare o al contrario agiscano come meri automi, ossia macchine biologiche, se abbiano dei diritti nei nostri confronti o se noi abbiamo unicamente dei doveri nei loro".

Ne consegue una discettazione toccante che interseca anche alcune appassionanti sottotrame. Rapporti tesi tra generazioni, giudizi affrettati, affetti.

Elizabeth non ha alcun titolo, se non quello di scrittrice. 

"(...) una persona il cui unico titolo alla vostra attenzione è di aver scritto delle storie su gente inventata"

Eppure tira fuori dal suo cilindro argomentativo un percorso autorevole. 

Difficile per noi lettori districare un tema tanto delicato e sottile, che non può essere ridotto alla semplice diatriba vegetariani vs onnivori. Qui si scandaglia invece più in profondità e se ne esce pieni di domande e risposte tali da potersi formare un'opinione o per lo meno con un bagaglio di nozioni ed emozioni un po' più fornito. 

Opinione, a mio modesto parere, non tanto sugli animali (argomento pur urgente e appassionante) quanto anche e soprattutto sulla fragilità dell'animo umano.

Buona lettura!

lunedì 30 maggio 2016

My cup of caffè - Mi chiamo Lucy Barton - Elizabeth Strout

Elizabeth Strout, Mi chiamo Lucy Barton, Einaudi

Faccio un piccolo spoiler: Mi chiamo Lucy Barton finisce con questa frase:

La vita mi lascia sempre senza fiato. 

Ed è l'ultimo frammento di una sequenza di "piccoli finali" che si estrinsecano in capitoletti sempre più corti, sempre più corti, sempre più corti ed essenziali fino a diventare quella frase. Assomigliano a tanti brevi respiri, quei capitoli, e la sensazione è proprio di fiato che si accorcia (chi è asmatico come me conosce molto bene la sensazione), qui però è tutto rovesciato: non manca l'aria perché si soffoca, manca perché ci è entrata ormai tutta nei polmoni, perché in questo romanzo c'è tutto ciò che è bene o doveroso sapere della vita, e dunque è un restare senza fiato per il dolore, la bellezza, la sensibilità, il talento. 

C'è veramente tutto, in questo ennnesimo capolavoro di Elizabeth Strout che, dopo I ragazzi Burgess che era un romanzo lungo, approda a una storia breve, mi ha ricordato non so perché Magda Szabò. 

Come l'Aleph di Borges è questa vita minima di una bambina che nasce povera e nel disagio estremo psichico e, seguendo un percorso credibile che non permette mai al lettore di disdire la fiducia nella scrittrice Strout (difficile per uno scrittore parlare di uno scrittore, dicono infatti sia la sfida più grande) diventa una scrittrice. 

Lo diventa in modo organico, pulito, tradizionale: partecipa a un workshop di scrittura, manda i suoi racconti a una rivista letteraria, scopre una passione e una capacità che le fruttano denaro. Succede in modo lineare, come poteva accadere negli anni Ottanta, dove questa storia è in gran parte ambientata.

Tutto comincia in un letto di ospedale, in medias res rispetto alla vita della protagonista - Lucy Barton - ovvero quando lei sta per diventare una scrittrice famosa, ma non lo è ancora, ha due bambine e un marito, ma non lo avrà più, almeno non lo stesso, e non vede sua madre da tanti anni, quando questa donna, di punto in bianco:

- Mamma? - dissi.
- Ciao, Lucy, - disse lei. La sua voce mi parve timida, ma inderogabile. Si chinò e mi strinse un piede attraverso il lenzuolo. - Ciao, Bestiolina, - disse.

Compare la mamma ad accudirla, come fosse tornata bambina. Ma non aspettatevi pietismo: non è commovente questa scena perché non c'è una fantomatica "riappacificazione", c'è invece tra le più perfette forme di autenticità descrittiva delle relazioni ed emozioni umane che possiate trovare in un romanzo. Come avrà fatto la Strout a capire e a trasferire sulla pagina l'animo umano e in special modo quell'animo umano lì, resterà un mistero, un miracolo anzi.

Spesso, molto spesso, le narrazioni che riguardano il rapporto madre e figlia hanno a che fare con gli ospedali, perché è proprio quando siamo più fragili e soli che abbiamo bisogno di una mamma o, alternativamente, di una figlia. 

C'è una frase di Philip Roth che dice pressappoco: "Quando nasce uno scrittore in famiglia, quella famiglia è rovinata". Beh, questo romanzo sembrerebbe invece rovesciare l'assunto e trasformarlo in: 

"Quando nasce uno scrittore in famiglia, quella famiglia è salva". 

Ci sarebbe da discutere se siano le caratteristiche peculiari di una famiglia a far nascere uno scrittore o, al contrario, se sia il "miracolo" innato della mente dello scrittore a rende una famiglia narrabile, narrativa. Il tempo e lo spazio sono sempre troppo pochi per sviscerare tutte le questioni, questa però è interessante. Nel caso di Lucy Barton, quella specifica famiglia pare toccata - per sommi capi e mi si perdoni la laconicità - dal male assoluto. Eppure Lucy trova una strada per uscire dal quel buio, magari soffrendo in ospedale, magari sbagliando, residuando un po' di questo male, distribuendolo senza volerlo, ma infine riesce a guarirne.
 
Ho seguito il livetweet del suo intervento al Circolo dei Lettori qui a Torino, per capire cosa dice, come, appunto, fa. E ho letto delle interviste, ma niente. A occhio e croce, non lo sa nemmeno lei. D'altra parte, è un mistero, nessuno sa svelarlo, dico il mistero della scrittura così giusta e accurata.

Tra le altre cose, ho letto che ha dichiarato ironicamente di essere l'unica donna americana ad amare Hemingway, e io avrei tanto voluto dirle che non è sola, che ci sono anche io! 

E avrei voluto dirle anche che la leggo da tanto tempo e che - ancor prima che diventassero di moda gli youtubers! Bontà loro - posso vantarmi di aver realizzato ben due video, con tanto di musichetta di sottofondo - sul suo splendido Resta con me. Secondo solo, per lucida conformazione dei personaggi in totale purezza, al più premiato Olive Kitteridge.

Tutte queste cose non potrò dirgliele mai, ho pensato. Ma leggendo Lucy Barton ho anche pensato che la vita prende vie misteriose, che non sono necessarie tante parole per la felicità. 

E in efffetti è soprendente notare come in questo romanzo ci sia tutto il mondo in poche frasi: dagli indiani d'America, alla strage dell'Aids, dalla violenza assoluta alla pietas, dalla miseria alla ricchezza esteriori e interiori all'11 settembre, dagli anni Sessanta ai giorni nostri, ci siamo noi, in effetti, bambini, adolescenti, adulti, anziani. In una parola, Elizabeth Strout sa pronunciare il mondo. 

Questa è una storia piccola, ed è una storia epica. Una banale appendicite in un ospedale qualunque, in una famiglia qualunque, solo più misera della media, ma neanche troppo, diventa un'Odissea in cui l'eroina deve, vuole e può tornare a casa. Quale sia questa casa non si sa, ce ne sono alcune accennate, o meglio si sa con più precisione: è la scrittura. 
Conforta che non bisogna essere per forza scrittori famosi per tornare a casa, la vita lascia alla fin fine tutti senza fiato, in tutti i sensi, da sempre e per sempre.

 Traduzione perfetta di Susanna Basso. Perfetta copertina di Giordano Poloni.

sabato 30 aprile 2016

My cup of caffè - Il libro dei bambini di A. S. Byatt.

A. S. Byatt, Il libro dei bambini, Einaudi

Bentrovati nella mia rubrica mensile dedicata ai libri di area anglofona. Ho scelto questo bel romanzo, che ho ricevuto in dono da Einaudi qualche anno fa in occasione di un incontro per blogger e giornalisti (non relativo all'autrice), e che ringrazio, per diverse ragioni.

Intanto, questo è un libro che racchiunde un po' la quintessenza dell'anglofonia, dell'anglitudine, dell'inglesità che dir si voglia. Ed è quasi completamente in Inghilterra che è ambientato, salvo rapide escursioni a Parigi e Monaco, tra il 1895 e il 1919 - con lo scoppio e lo svolgersi della Prima Guerra Mondiale. 

Per una recensione molto accurata e dal taglio squisitamente storico, rimando alle parole di Wu Ming, qui.

Tutto comunque ha inizio a South Kensington, nella galleria del principe consorte del Victoria & Albert Museum di Londra.

Per una piccola immersione nelle opere d'arte, nelle descrizioni affascinanti e nello sguardo peculiare dell'autrice, rimando invece a un testo della traduttrice del romanzo stesso, Anna Nadotti, sul sito Einaudi, con tanto di immagini e in particolare quella del candelabro di Gloucester che ha un ruolo nella storia.

 La protagonista è Olive Wellwood, scrittrice di libri per bambini.

Quando non aveva idee per le sue storie, si ispirava, con una certa riluttanza, alle fiabe segrete di Tom, Dorothy, Phyllis, Hedda, riscrivendone dei passi in forme più facili, pubbliche, ammorbidite e semplificate. Non c'era alcun esplicito sottinteso che le storie dovessero restare inviolate. Le storie sono storie, si diceva Olive, che vengono ripetute e si rifolmulano all'infinito, come i vermi troncati, o il ramificarsi delle vene d'acqua e di metallo. Le storie dei suoi figli contenevano elementi presi da altri narratori - anche il suo sincero Thomas incontrava la regina degli elfi con una gonna di seta verde come l'erba; e nell'universo di animali mutanti della storia di Dorothy, il sinistro talpone doveva molto al terrore infantile suscitato in Olive stessa della Mignolina di Andersen. C'erano passi che scriveva e riscriveva, a volte trasformandoli radicalmente, a volte senza quasi cambiare una parola. Uno degli incipit di Tom sottoterra era stato riscritto qualche tempo dopo l'incipit originale, ovvero l'incontro con la regina del Paese degli elfi. Forse poteva usarlo per scrivere una fiaba vendibile, Tom avrebbe messo il broncio e lei gli avrebbe spiegato che non si trattava della stessa fiaba, e gli avrebbe confidato, da donna a uomo, l'angoscia di una crisi finanziaria. 

E questo è uno stralcio tra i tanti della complessità del romanzo. La vita adulta di diverse famiglie e generazioni - con la Storia che le scorre dentro - in contrapposizione con l'esigenza di proteggere i bambini, di accudirli e di conviverci. Copio da una citazione del suddetto articolo di Wu Ming dal romanzo della Byatt:

I fabiani* e gli scienziati sociali, gli scrittori e gli insegnanti videro, in modo diverso dalle generazioni precedenti, che i bambini erano persone, con identità, desideri e intelligenze. Videro che non erano né bambole, né giocattoli, né adulti in miniatura. Videro, in molti casi, che i bambini avevano bisogno di libertà, avevano bisogno non solo di imparare, e di essere buoni, ma anche di giocare e di essere selvaggi.

Questo passo mi ha colpita e ho scelto di focalizzarmi su questa antica lettura (il libro è uscito in Italia nel 2009) a partire da un fatto di cronaca. Mi riferisco alla bimba uccisa da un pedofilo vicino di casa che l'ha scaraventata giù dal balcone in un quartiere di Napoli. Posto che i fatti di cronaca lasciano spazio sempre al sensazionalismo e saziano la fame di morbosità che c'è in molti di noi,  questa volta mi sono sentita più spaventata del solito, e penso di non essere la sola. Siamo una città italiana nel 2016 e nessuno è in grado di proteggere una bambina da un omicidio di tale efferatezza. Anzi, gli adulti mentono e tengono il segreto, tanto è vero che a svelare, dopo anni, il nome dell'assassino alle istituzioni è una bambina a sua volta, amica della vittima. Come mai? Cos'è questa se non un'emergenza medica, morale e spirituale? Come spesso accade, chi scrive non può fare molto, se non scriverne, di fronte a ciò che sente come ingiusto, come pericoloso. Il senso di impotenza che mi coglie di fronte a storie del genere personalmente non so far altro che incanalarlo in parole da diffondere. I libri possono fare anche questo, ovvero rendere sensibili ad alcuni temi. Tornando al romanzo, qui i bambini sono proprio personaggi decisivi. Devono affrontare molte sfide, e spesso ce la fanno.

Questa è certo una lettura impegnativa e difficile, molto gustosa e raffinata ma che richiede uno sforzo importante. Ci sono però parecchi attimi e frasi che ripagano della fatica e danno speranza.

Mentre il paesaggio andava somigliando sempre più al caos primordiale, l'ingegnosità umana si faceva sempre più disperatamente metodica e inventiva.

Buona lettura!

 *Il fabianesimo è un movimento nato in Gran Bretagna nel XIX secolo, di stampo socialdemocratico, politicamente si rifaceva alla tattica "temporeggiatrice" di Quinto Fabio Massimo, da cui il nome.

martedì 29 marzo 2016

My cup of caffè.

laLettura di domenica 20 marzo 2016 - Racconto di Jonathan Franzen tradotto da Maria Sepa  



ARGUMENTUM ORNITHOLOGICUM

Chiudo gli occhi e vedo uno stormo di uccelli. La visione dura un secondo o forse meno; non so quanti uccelli ho visti. Era definito o indefinito il loro numero? Il problema implica quello dell'esistenza di Dio. Se Dio esiste, il numero è definito, perché Dio sa quanti furono gli uccelli. Se Dio non esiste, il numero è indefinito perché nessuno potè contarli. In tal caso, ho visto meno di dieci uccelli (per esempio) e più di uno, ma non ne ho visti né otto né sette né sei né cinque, eccetera. Codesto numero intero è inconcepibile; ergo, Dio esiste. 

(Jorge Luis Borges, L'artefice)


In attesa di leggere Purity di Jonathan Franzen, per questa rubrica dedicata alle mie letture anglofone ho fatto un po' di riscaldamento la settimana scorsa con un bellissimo racconto - dello stesso Franzen - pubblicato sull'inserto culturale del Corriere della Sera. Chi di voi conosce e apprezza Franzen sa della sua intensa attività di birdwatcher. Se non lo avete ancora letto, ad esempio, potete provare con Libertà, dove questo (che è molto più di un) hobby si compenetra bene con la sua narrativa. 
Ho sempre intuito che questa cosa del contemplare gli uccelli avesse a che fare con una forma di spiritualità, e in effetti lo scritto di Borges che vi ho copiato sopra può confermarlo. 

Il racconto è curioso. Rende conto di una gita nel Parco nazionale del Serengeti e nell'Area di conservazione di Ngorongoro che l'autore intraprende con il fratello e alcuni amici. Dopo alcune riflessioni sull'autenticità dell'esperienza del safari come "rappresentazione della realtà" (lo dice Franzen citando Baudrillard), arriva all'osservazione degli animali. Prima i mammiferi:

Ho cominciato a vedere veramente: la curiosa larghezza della testa delle zebre, la robustezza dei loro fianchi mentre si arrampicavano sui pendii. 

[...]

Chi può resistere alla vista di cuccioli di ghepardo preoccupati?

(Hei anche Franzen, notoriamente avverso alla rete, cede qui al fascino dei gattini! Ma solo per poco).
Io no, per almeno cinque minuti. Ma poi, mentre lo spettacolo del ghepardo continuava, e la madre recuperava i cuccioli e li conduceva verso l'erba alta, ho cominciato a scrutare gli alberi in cerca di uccelli.

Poi finalmente da qui in avanti, nel racconto, arriva la parte più significativa, il punctum, si direbbe in fotografia. Franzen diventa come diventano tutte le persone quando parlano di ciò che più amano:  convincente, commosso. 
Spiega la sua fascinazione per gli uccelli: sono "altri" rispetto a noi. A differenza degli umani, gli uccelli non discendono da mammiferi ma dai dinosauri, sono portatori di una diversa forma di percepire la vita, di stare al mondo e sopra di esso. Infine, restringe l'obiettivo del suo sguardo allenato a questo tipo di osservazione, e trova la cosa più preziosa: una coppia di cisticole, "la cosa più bella e commovente che ho visto nel mio safari". Come sia riuscito a concentrarsi - e a portare noi lettori - così vicino al piccolo amore canterino di queste due creature, è un miracolo. Il miracolo della scrittura. 
 
Spero che riuscirete a recuperare questo racconto e a leggervelo. Io l'ho fatto con una tazzina particolare: arriva anche lei dall'Africa! 

Mi piace ultimamente la scrittura sugli animali, e mi cimento tutte le settimane su questo blog. Se volete, passatemi a trovare anche lì. Buona lettura!


domenica 28 febbraio 2016

My cup of caffè!

Garth Risk Hallberg, Città in fiamme, Mondadori

Inauguro oggi, alle soglie del 29 di febbraio, una nuova rubrica. Pian piano ve le sto presentando tutte, svelandovi in corso d'opera pezzetti di novità. Quelle che vi ho già presentato sono: Chicchi di caffè e Tazzina di sakè, oltre all'intramontabile Taccuino di caffè.

Ma perché? Perchè? Direte - giustamente - voi. Perché mi piacciono le rubriche e conto così di incanalarci dentro tante letture e tante storie che vi voglio raccontare in maniera più cadenzata che in passato.

In My cup of caffè! confluiranno romanzi anglo-americani!

La letteratura anglo-americana è il mio primo amore letterario ed è la mia materia di laurea. Mi sono laureata con Barbara Lanati con una tesi su Martin Amis e la scrittura autobiografica e i memoir: i ricordi degli anni di studio con lei sono indelebili. Nel tempo le mie letture si sono diversificate ma quel patrimonio e quella curiosità resistono, così perdiodicamente vi dirò cosa mi ha colpita e mi colpisce di quel mondo narrativo.

Ed eccoci finalmente qui. A quello che Michiko Kakutani, rispettata giapponese critica letteraria del New York Times definisce "Un romanzo dall'ambizione travolgente che lascia con il cuore in gola" - oltre ad affermare "Hallberg ha solo 36 anni, eppure riesce a catturare l'aura pericolosa e magnetica della New York degli anni '70". Beh, solo 36 è una bella affermazione. 

Questo è dunque il primo Grande Romanzo Americano che leggo scritto da un mio coetaneo (quasi). 

Come dice il nome, l'autore si è preso un bel rischio. Esordisce con un mattone di quasi mille pagine, ricche di inserti grafici gustosi che rendono l'eserienza anche un gioco, oltre a un'immersione in una New York che arde di atmosfere dolenti, punk ed esplosive. Per la trama e approfondimenti vi rimando a questo lungo articolo apparso su la Lettura. 

Quando a me, ecco le mie considerazioni. A me, questo romanzo, ha dato:
1) Consolazione. C'è vita dopo DFW, dopo Franzen, dopo Amis, dopo Auster, dopo Eggers, dopo Zadie Smith, dopo Safran Foer, dopo la Egan etc. etc. Ero rimasta a loro, e a pochi altri (tralasciando i padri naturalmente) e avevo perso la speranza di ritornare in Nord America e a New York con occhi nuovi e con occhi diversi. Invece gli occhi, e le tastiere, si rinnovano come la coda della lucertola. 

2) Tempo. La possibilità, tranquilla e serena, di esplorare un'epoca storica (fine anni Settanta, con incursioni nell'immediato passato) e una città, prendendosi mille pagine e proponendosi coraggiosament,e al lettore mi ha fatto pensare che per la buona letteratura cìè sempre tempo. Sarà un'illusione, ma ci voglio credere.

3) Il gusto della trama perfettamente costruita. Dal pezzetto qua sotto non si capisce nulla ma quello che posso dirvi è che su quella panchina si è appena seduto un personaggio su cui si sviluppa una trama parallela a quello di cui si parla, e così via di incastri molto difficili da seguire ma che stanno in piedi come una ragnatela al centro della quale c'è un Capodanno e un fuoco che divampa a dispetto della neve e il cui disegno finale è la Città, una città in fiamme. Dentro questa acquisizione che devo al libro, ci metto la lentezza del piacere di affezionarsi all'interiorità e alle azioni e alle paure e desideri e idiozie e amori e svolte e fragilità di molti personaggi. In definitiva questo è un romanzo colto, corale, psicologico, a tinte noir e contemporaneo, qualsiasi cosa ciò significhi.

Quando uscì fuori all'aria notturna l'effetto delle sostanze cominciava già a svanire, e la sua vergogna si raffreddò in una specie di malinconia. Eccolo qui, scacciato dall'Eden, di nuovo sulla strada, dove un lampione era di nuovo un lampione, un'auto parcheggiata. Le guglie di Midtown erano perdute nella neve, e anche il balcone da dove (seppur brevemente) aveva posseduto la vita scintillante a cui aspirava sembrava fosco e incerto come la memoria di un sogno. Per un attimo l'unica prova che si trovasse in una città funzionante e non tra le macerie del futuro fu la panchina sull'altro lato della via dove una chiazzaverde di forma umana in mezzo alla neve testimoniava di un'occupazione recente. Senz'altro qualcuno che aspettava l'autobus. 
Poi, per miracolo ne apparve uno che discendeva Central Park West, proprio al limite della visibilità concessa all'ormai debole nevicata, nel barbaglio di due fanali sormontati da una striscia di luce. 

 Ringrazio l'editore per avermi spedito in lettura il romanzo.