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lunedì 26 settembre 2011

Internet Point.

Per i casi della vita, mi trovo al momento in un bellissimo Internet Point.

Stretta in un chirurgico abitacolo electric blue e pinzata tra scanzonati studenti di diciannove anni, compulsatori di facebook, ricercatori di lavoro, ricercatori universitari, prof seriosi, e altra varia umanità.

Fuori splende un freschissimo sole semi-autunnale. Il vento è a favore, le vele spiegate e non manca una simpatica macchinetta del caffè: quindi ho garantite le funzioni vitali.

:)

Sto lavorando per voi. Hehe.

Buona settimana.

giovedì 25 agosto 2011

Near, far...



Gli esami del sangue!

Gli esami del sangue: quell'innocente pizzichino e via. Quel "già finitooooo"? che velocità! Quel maxi colazione al bar con cappuccino e croissant? Quel "credevo peggio"...

Ah. Che cosa bella, che cosa innocente, che cosa sana e giusta, che cosa "c'è di peggio nella vita"! Che cosa utile alla salute.

Oggi ad esempio: è capitato proprio a me. Che fortuna. E quindi "tranquilla" e fintamente beata me ne parto early in the morning a digiuno, verso l'ospedale. Sola, perché voglio mettermi alla prova e affrontare le cose da adulta quale io in effetti sono. E piena, pienissima di coraggio.

Ce l'ho messa proprio tutta a non avere paura. Ho fatto tutto quanto in mio potere per tenere a bada la tachicardia etcetera.

Però, santo cielo, succede che come infermiera capita lei; Gilda, piantata sulla seggiola dall'altra parte del tavolino, come una matrona bionda, nel sul piccolo abitacolo verdino, infingardamente paciosa, strabica e assassina che canta con vistose stonature: Near, far, wherever you are...

Entro tremando e imbastendo un'inutile conversazione:

- Titanic!
- ...
- Hehe.
- ...
- Mi fa schifo questa canzone!
- Ahhhhhhhhh. Certo. Hehe.
- La canto solo perché la danno alla radio.
- Ahhhhhhhh. Certissimo. Hehe.
- In realtà io ascolto Bruno Mars.
- Okkey. He he.

E mi siedo.

- Eheh. Eh. Che sciocco avere paura degli aghi: a trentunanni!
- A me piacciono gli aghi.
- Certo. Per lavoro...
- No mi piacciono IN GENERALE.
- Okkey. h e h e.

Parte il prelievo. Sono un bel po' di provette: un super controllo globale-totale.

(mi viene da piangere perché non si trova facilmente la vena e poi quando si trova Gilda infilza senza alcuna pietà).

- Sei sposata?
- No.
- Neanch'io. Ma perché non ho i soldi, se no lo farei.
- Ahhhh. Certo. Hem.

(io lì pregavo in cinese: perché davvero, davvero, davvero non finiva più).

Quando finisce. Una tregua: voglio vedere le cose belle, la vita mi sorride, sono in finta estasi.

- Grazie!
- Mah, essendo giovane non so, non è che ho molta esperienza.
- No no, è andata bene, meglio così che con persone magari più anziane, stanche.

(ma che ca**o dico?)

- NO, ad esempio la mia collega di là è anziana ma bravissima.
- Di là? Di là c'è un uomo!
- Un uomo?
- Sì, un dottore: faceva il prelievo a una bambina mentre ero in coda.
- Ma davvero? Andiamo a vedere. Perché vorrebbe dire che la mia collega non c'è più, è uscita prima.

Ci alziamo. L'uomo che credevo di aver visto in effetti è una donna.

- Mi scusi credevo fosse un uomo!

E me ne vado così come ero venuta, con alcuni litri di sangue in meno. Indietreggiando. Spossata nel corpo e nello spirito.

Dopo il salasso, cerco un baretto per non strisciare fino a casa sulla pancia e lì, nel baretto, la barista mi chiede se per caso volessi un cappuccino d'orzo, rifiutato dalla cliente precedente, ma appena fatto e, mi garantisce, davvero davvero buono. Accetto.

Nel mentre sento un dolorino. Guardo per la prima volta il cotone: si è impregnato del mio sangue. Alzo: è gonfio, gonfissimo e ho male. Corro in farmacia.

La farmacista, con lo sguardo del terrore, mi avverte che tutto quello è p e r i c o l o s i s s i m o ma poi si giustifica confessando di essere un tantino troppo ansiosa.

La salvezza arriva infine nel pomeriggio, quando il mio dottore mi spiega che è una piccola flebite: può capitare dopo un prelievo del genere. La simpatia è che tra gli esami, c'era proprio quello per scoprire eventuali predisposizioni genetiche a faccende venose tipo flebiti e trombosi etc. etc. (è routine genetica, do not worry, non è cosa grave :) ed esse in effetti però magicamente compaiono dopo il prelievo, a causa dell'ago!

Bello. Ma se, come mi ha informata il medico, il braccio non dovesse staccarsi nella notte, vorrebbe dire che è tutto okkey. Cosa tuttavia potrei augurare alla allegra e canterina vampira fachira misery-non-deve-morire-Gilda? Ma tante, tante, davvero tante care cose!

Near, far, wherever you are.

venerdì 1 luglio 2011

Il Wild West.

Loro ballano sul palchetto con un cappello da cowboy in testa e noi li guardiamo, seduti sotto un albero verde scuro, bevendo sangria, accanto a un giapponese in bicicletta.

Ballano tutti sincronizzati, calciando a tempo il legno con gli stivali. Il giapponese aggrotta la fronte. I bambini giocano a palla, qualcuno parla sulle panchine, le nuvole rosa-bianche tentano di oscurare le stelle.

Domani è luglio: devo prendere coscienza dell'estate, del suo portato indecoroso di confusione, panico, ipocondria, pensosità, tristezza, inadeguatezza, sconforto, pianto, soffocamento, desolazione, senso di inutilità e di catastrofe, di vuoto, di ansia, di rovina, di incredulità, di perdita del controllo, di luoghi comuni e di sempre nuove possibilità di disagi, di precarietà al suo peggio che si svela in un colpo e non puoi neanche mettere una sciarpa per difenderti e di tutto l'orrore dell'umanità cui in inverno, autunno o primavera non penso quasi mai. Odio l'estate. Domani è luglio: devo rifugiarmi da qualche parte.

Intanto loro vanno così insieme che non riesco a concentrarmi su una sola persona, sono diventati un unico gruppo semovente, come quegli stormi di gabbiani che fanno le coreografie nel cielo.

Il giapponese ci guarda, noi guardiamo il giapponese. Nessun sorriso, solo taciti accordi tra samurai.

Non è un sogno, è la mia serata di ieri. Quando il caldo si trasforma in punizione dantesca, la carta dei libri si scioglie in liquame ma comunque era impossibile capirci qualcosa perché i cinquanta gradi interni ti impedivano di riconoscerti come un essere umano, la tv non è contemplabile e il computer è impegnato a cuocersi due uova al paletto, ho capito che è meglio uscire di casa.

Quindi abbiamo preso la bici e siamo capitati sotto quell'albero a vedere quella gente ballare come nel Wild Wild West. Gente normalissima ma con il cappello da cowboy e una grazia e un'agilità e una compostezza anche commoventi. In un angolo di parco cittadino, le ombre del mondo si sono staccate da terra per fermarsi in un secondo incantato in cui l'unica cosa che conta sono i passi di danza e i pezzi di pesca dentro il tuo bicchiere zuccherino di sangria.

giovedì 30 giugno 2011

Tutto è così surreale.

Il bluetooth lampeggia sull'orecchio di Cyrill mentre lui fissa la centralina con un cavetto in mano. Guarda il cavetto, guarda me, il contorno dei miei occhiali, poi di nuovo il cavetto.

Lì dentro c'è tutto. Ci sono le foto. C'è un pezzo del mio cervello. Ci siete voi.

Un'intera giornata senza quello. Senza uno specchio che riflette le immagini e le voci del mondo, senza essere completamente il mondo. Senza la magia. Le promesse. Il mistero. Il pericolo. L'attenzione, la disattenzione. Il sogno, l'incubo. Le informazioni, le correzioni e la libertà. Via così di brutto per un giorno.

Ho pensato a chi non ha internet in casa. Al digital device. Ci ho pensato sul serio. Ho pensato alle disuguaglianze: dalle piccole alle macroscopiche. A quanto sia stupido e ingiusto. A quanto sia importante la rete. Non si può certo restarne indifferenti.

Poi mi sono messa a fare altre cose, e a un certo punto mi sono anche addormentata. Poi ho letto un libro. Non un libro qualunque. Un libro speciale. E sono rimasta concentrata su quello per molte ore. Senza guardare se qualcuno mi avesse scritto una mail, se fossero arrivate delle risposte, cosa stava succedendo nel mondo, le notifiche di facebook, twitter - che ho sbirciato solo un po' dal cellulare.

C'eravamo solo io e il libro. Una cosa che non succedeva da anni. E che è arrivata nel momento giusto con il libro giusto, forse anche nella giornata giusta, nel periodo giusto. Strano anche questo, perché a me sembra sempre tutto un po' sballato quando si tratta di spazio-tempo-cose che accadono o non accadono etc. etc.

E infine è arrivato Cyrill, che non ha detto una parola. Si è portato via la centralina, mi ha fatto firmare un foglio. Serio, svelto. Con questo caldo non è facile lavorare, entrare nelle case.

Qui è tutto così surreale. Ieri sera ero in bici c'era un arcobaleno e la sua curva perfetta, compatto, ampio, deciso, inequivocabile e insieme leggero che scorreva come un disco chiaro tra le nuvole basse e grigie sopra il vascello fantasma - ovvero la centrale termoelettrica vicino a casa mia. Ho pensato che vorrei qualcosa di bello come quell'arcobaleno. Poi mi sono schiantata contro un gradino che proprio non avevo visto e sono rimbalzata senza farmi male. Ho pensato: quanto sono miope.

Comunque cose da nulla, cose senza senso. La vita scorre. Gli arcobaleni scelgono con grazia i cieli su cui disegnarsi e poi sparire. I gradini scelgono di comparire all'improvviso. I computer si spaccano, ottusi, e poi si riaggiustano e si fanno volere bene. Il silenzio di Cyrill.

giovedì 23 giugno 2011

Il risuolatore.

Il primo requisito del buon calzolaio è non sentire gli odori. Superato quello, è il miglior mestiere del momento. "La gente non si compra più tanto le scarpe". Finalmente la crisi ha permesso alla gente di mostrare il proprio attaccamento alle scarpe.

"La sua scarpa è andata all'. Non so neanche dirle, guardi. Mi sembra messa come minimo male". Dice Josh il risuolatore a un ragazzo biondo. "Ma vedo che ci sei legato". Il ragazzo biondo annuisce. "Vabè, te la sistemo, è una sfida".

Josh prende tutto sul serio e questa inclinazione del carattere è la fortuna del ragazzo biondo, che non perderà la scarpa, non dovrà chiedersi cosa farne della sinistra ancora buona, non dovrà buttarle in un sacchetto della spesa nell'indifferenziata.

Josh sente l'anima nelle suole: è un chiaroveggente del passato. Con quella scarpa il ragazzo biondo ha firmato il suo primo contratto di lavoro. Con quella scarpa al piede s'intende.

venerdì 25 marzo 2011

Dente/2.

Per chi fosse appassionato di questioni dentistiche (chiamatemi la Martin Amis* del Piemonte occidentale :P), torno adesso dalla seconda seduta dal dentista per curare il cosiddetto Dente2, ovvero la causa di un lunghissimo periodo da me trascorso senza masticare (tutto è iniziato però con Dente1, che si è rotto dalla parte uguale ed opposta al 2, e per la cronaca esso è ancora lì ad aspettare il suo turno dal momento che il 2 alla fine è risultato più urgente).
Comunque Dente2 era messo malissimo.

Benché più volte otturato con amalgame al carbonchio nel corso degli anni, stava provando lo stesso a farmi fuori dall'interno, giorno dopo giorno, corrodendo le gengive come il mare con le scogliere. Poco dopo Natale aveva iniziato a produrre un dolore d'altri tempi, pulsante, acuminato e persistente. Ma io lo ignorai. E per questo credo che finirò in un qualche girone dantesco - probabilmente quello dei trascuratori di carie. Dal dolore micidiale ma pur sempre benevolo in quanto primo rilevatore di guai, si è passati di colpo al silenzio.

Dente2 preparava la sua vendetta nel segreto. Peccato che però poi alla fine Dente1, gemello tonto, l'ha tradito frantumandosi durante una banale colluttazione con un cereale. E il resto è storia.

E vabè, comunque ora è iniziata la rimonta verso la masticazione. Ma perché vi racconto questo? Perché è come se da meno uno fossi passata a zero. Cioè da non masticare a masticare solo da una parte. Questo significa una sola cosa: che va tutto bene, nel migliore dei mondi possibili.

:)

Ah, e buon venerdì.




* ottimo scrittore inglese (su cui ho scritto la mia tesi di laurea) trasferitosi negli USA che qualche anno fa ha utilizzato parte dell'anticipo ricevuto per la scrittura di un romanzo per ricostruirsi tutti i denti.

giovedì 24 marzo 2011

Post a ca**o.

Prendendo a prestito il titolo di una rubrica di Victor Victoria, di cui non ho perso una puntata né soprattutto una replica, per motivi di frangetta e perché è la cosa più divertente che ho visto in TV negli ultimi tempi, fino a quando non è arrivato il cantante senza pubblico delle Iene, sento la necessità di scrivere un post a ca**o. Non a caso, proprio a cazzo. Perché oggi mi sento così. Perché sì, sono di quelle persone - ne parlavo oggi con una mia amica - che vorrebbero controllare tutto, che sia tutto a posto. Di quelle che si sforzano di essere serie, di quelle che qualcuno potrebbe chiamare buoniste. Ma la verità è che non è vero. Non è vero. La verità è che mi importano solo le cose che mi importano. Quindi ok. Vado:

1) è primavera. ho una voglia sempre più potente di essere felice. l'istante in cui ti togli la maglia la prima volta e resti in maniche corte. un albero ancora spoglio con i primi cinque o sei rami puntinati di rosa. a volte penso che le cose. non so. non riesco neanche a dirlo.

2) e penso che la vita non è solo un fiore che spunta su un ramo spoglio. è anche molto peggio di così.

3) invece a volte le cose che vorresti semplicemente non accadono. in compenso ne succedono altre a cazzo e non ci puoi fare niente.

4) e poi di colpo capisci che invece ci puoi fare qualcosa. e la fai.

5) non puoi forzare le cose, come il sole sorge da solo, senza carrucole o tenaglie.

6) esistono anche animi meschini, ma io non ci esco insieme per un caffè.

7) "something glorious is about to happen".

8) mi serve uno stupido microscopio per guardare in faccia la realtà.

ciao

:)

mercoledì 23 marzo 2011

Aperitivo-IsbnEdizioni-vino-libri e altre cose che vorrei fare ancora.


E così fu che ieri ho preso un treno e me ne sono andata a Milano. Motivo: un allegro aperitivo da Isbn Edizioni - c'è tutto qui - per il concorso di racconti e arti varie legato al romanzo Io sono Febbraio di Shane Jones.

Perché? Così, anche se non ho vinto ma solo partecipato, ho pensato di andare a conoscere una delle case editrici che preferisco in assoluto.

Flash-back. Ho 24/25 anni, circa, un dente del giudizio appena estratto (i corsi e ricorsi della Storia), la faccia gonfia come un pugile al tappeto e un colloquio per uno stage con Massimo Coppola (sì, lui, il direttore editoriale).

Arrivo. In preda alla delirante paranoia sul cognome: una Cuffia a colloquio da un Coppola: ok, io devo fare la battuta, questo è sicuro, poiché per una qualche sindrome forse simil Tourette non ne posso fare a meno. Ma il punto è: con quale particolare gradazione di affilatezza dello sguardo lui mi annienterà?

Al momento di entrare nella stanza, provo un senso come di non-mi-ricordo-niente. Quindi vado in bagno e lì capisco che la cosa più giusta da fare sia avere un attacco di panico. Lo ho. Lo supero in tempi record e tutto fila liscio. Mi è rimasta di quel colloquio un'immagine proprio di Massimo Coppola che, oddio credo proprio sia successo sul serio, scrive sul tavolo. Un tavolo-foglio, una superficie liscia e grigia, da sogno, che ho iniziato negli anni a desiderare per me stessa nella mia casa identificandola con l'idea di libertà e altre cose che non so definire. (per la cronaca, non ho poi mai fatto lo stage, è stata scelta credo una ragazza di Milano e in effetti a ripensarci sarebbe stato un po' complicato per me da Torino, con i mezzi miseri di una stagista).

Cinque/sei anni dopo. Ieri. Rieccomi lì. La sede è cambiata, ma la stessa atmosfera bianca-arancione-gialla-blu mi accoglie a braccia aperte. O quasi: dal momento che arrivo letteralmente per prima. Con la redazione che mi saluta vaporizzando lo sgrassatore per pulire le scrivanie e sistemarci i libri. Bene. L'anticipo è una cosa che in realtà non mi capita mai. Tuttavia invento lì su due piedi la scusa di un presunto "sangue sabaudo" che imporrebbe la puntualità a tutti i costi.

O_O

Per farla breve, dopo imbarazzanti-estenuanti minuti a stare tra le scatole (di libri) mi defilo in silenzio camminando all'indietro come imparato da bambina nei film di Fantozzi. E finalmente arrivano anche gli altri. Tra cui un gruppuscolo inconfondibile di piemontesi (dove si riconosce uno dei vincitori del concorso) e alcuni simpatici amici di twitter. Circostanza in cui ho capito la potenza di twitter stesso: l'amicizia può nascere anche così.

Comunque poi alla fine con in circolo solo svariati litri di caffè e puree di frutta (cfr. questioni dentistiche, perché the history repeating), ho un altro colpo di genio che è quello di bere tre bicchieri di pregiato vino rosso. Riesco comunque a darmi un contegno. Nel frattempo l'open space della redazione (mooooolto carina: a proposito, così per dire, quanto mi piacerebbe lavorare davvero con voi, se mi state leggendo, cari Isbn?? Ma quanto? Hemmm: oltretutto, destino (sic.) vuole che tra una settimana mi scada proprio un contratto di lavoro: avrei un sacco di tempo libero e poi arriverei in anticipo, so usare anche io lo sgrassatore e il bollitore Ikea, faccio le fotografie, sono educata e vi voglio bene da cinque anni: pensateci! :P scherzo eh! Oddio: tra il serio e il faceto va'). Nel frattempo l'open space diventa un open bar.

E alla fine la festa è davvero una festa, non saprei come altro raccontarla. Vino, alcool, (una cucinetta con un bollitore Ikea), musica, pupazzetti sulle librerie, gentile vento di primavera, libri ovunque. Tutti i libri Isbn, dal 2005 a oggi, un piano quinquennale materializzato sotto gli occhi di personaggi increduli, nerd, bella gente milanese, scrittori, infiltrati torinesi, affinità elettive e vi prego ditemi che è tutto vero perché l'Eden io lo immagino circa così.

Non ultimo il privilegio totale di guardarsi intorno in un posto altrimenti precluso, avvolto in mille misteri e privatissime consuetudini e piccole inclinazioni dell'umore, corse contro il tempo, soddisfazioni, commenti, paure anche forse, decisioni veloci, cose gergali e chissà che altro, come è quello di una casa editrice. Ohh grazie Isbn, è stata una bella serata*.

* ed eccomi poi (qua sotto) sul treno a contemplare il mio bottino: due libri con lo sconto e uno in omaggio. Ho comprato L'importanza di essere Morrisey e La fine dell'amore di Ilaria Bernardini. Regalo: Metapop di Paul Morley.



mercoledì 16 marzo 2011

Ombrello arancione.

Cosa ci facevo alle quattro meno un quarto in centro di fronte a tre mucche con la faccia bianca e quello stupido ombrello arancione rotto sotto la pioggia? Passavano solo tram numero 13. Posso mangiare solo cose liquide. Ci sono cose che non vorrei sapere, che non mi importano. Oggi il mondo è massimalista e va molto al contrario. Ma io sono interessata a pochi argomenti, tanto che non ci faccio neanche caso e penso solo a una certa vendemmia. Penso che non assomiglio affatto alle opinioni che gli altri hanno di me. Penso ai racconti che ho ascoltato. Penso a non pensare. Mi piace stare molte ore in silenzio.

Perché dico questo? Perché oggi è un mercoledì nel mezzo del nulla, e lo voglio celebrare così.

venerdì 4 marzo 2011

Dente.

Ed eccomi qui. Già tornata dal dentista. Erano due settimane che mi preparavo, e invece niente. Egli è ancora tra di noi.

C'è anche un cantante che si chiama come lui. Ma in questo caso, mi riferisco proprio al mio Dente personale.

Dopo la piccola lastra per scoprire in che condizioni versa il nemico, ho pensato bene di spiegare al dentista che in effetti la mia mascella da qualche anno scricchiola in modo imbarazzante. Per dire: il mio fidanzato se avvicina la sua guancia alla mia, riesce a sentire i rumori.

E così lui (il dentista) legittimamente allarmato si mette a occuparsi di questa situazione. Il tempo scorre. Ha finalmente limato tutti i denti per bene, tanto che mi sembra di avere un'altra faccia. Il tutto è inquietante ma bello. Però, ops: non c'è più tempo per curare Dente.

Dente dovrà restare così. Fino al. Santo Cielo, non riesco neanche a scriverlo. Dovrà stare così per tantissimo tempo. Poi un bel giorno finalmente verrà disintegrato con una terapia canalare. Un ultimo sguardo distratto allo studio dentistico e chi si è visto si è visto.

Nel frattempo, benché nervosissima e triste, ho fatto un giuramento (ovviamente incrociando le dita dei piedi): non penserò più a Dente!
Lo ignorerò. Non mi lamenterò più. Gemerò e patirò in silenzio. Andrò avanti ad antidolorifici con leggerezza, come fossero frisk. Tutto bene.

E buon weekend a voi e alle vostre gengive, da parte mia e di Dente.

giovedì 24 febbraio 2011

Giornate.

Così. In cui corri con gli stivali rumorosi, il paio da ufficio, poiché l'altro paio l'hai comprato per la pioggia e quest'anno non piove mai.

Corri fortissimo e perdi il pullman. Quando ritorna sono passati venti minuti, ed è già l'ora degli anziani. Che salgono a baraonda, come i giovani entrano a un concerto e scalpitano per non perdere la fermata del mercato.

Giornate in cui ti ricordi che sei precaria. In generale. E giornate in cui hai tutti i vestiti da lavare. C'è il sole ma fa freddo ma non puoi uscire. In cui sogni di notte che qualcuno bussa alla porta e ti vuole aggredire e ti svegli con il cuore che batte forte. In cui sogni di giorno.

Hai male ai denti, ma non così tanto. Hai sonno, ma non così tanto. Non succede niente ma non così tanto da poter dire che ti annoi. Non hai tempo. Hai troppo tempo che vorresti impiegare in un modo che non puoi impiegare. Hai doveri e divieti che non sai da chi da dove e da quando arrivano. Ti accorgi che la vita è un soffio. Sogni una giornata di vento. Ti ricordi delle tartarughe che avevi da bambina. Le sogni di notte. Sogni una tartaruga che muore e rinasce.

In cui non esiste il passato, né il futuro. L'unica cosa che ti importa è lo yogurt nel frigo. Giornate in cui sogni di sentirti importante, ma al tempo stesso completamente invisibile.

Giornate su giornate. E poi ti ricordi di una cosa da fare. E la fai. E basta. E ti torna anche la voglia di bere il caffè.

martedì 22 febbraio 2011

?

Ma oggi sono un po' così. Arrabbiata. Si può dire? Non ce l'ho con nessuno in particolare. O meglio, come si dice in questi casi, ce l'ho con me stessa, o col mondo, etc. etc. Ma così, senza una ragione, per tante ragioni. Penso che nella vita, su facebook, in rete e ovunque c'è sempre un sacco di gente arrabbiata e contenta di esserlo, convinta che sia legittimo sempre. Tutti arrabbiati. Tutti che ce l'hanno con qualcuno, convinti che la ragione sia dalla propria parte. E a me è sempre bastato leggere o sentire la rabbia degli altri o le loro ragioni, per pensare che fosse giusto così, che fosse reale.

Ma oggi mi sono svegliata con un altro pensiero. Ma come è possibile che io invece non ho mai ragione, allora? Che non sono poi alla fine mai veramente arrabbiata (tranne oggi)? Che tutto sommato mi sembra sempre di avere torto e quando prendo una posizione è solo per debolezza?

Ok, sono una persona che sbaglia tanto. Ma davvero così tanto, rispetto agli altri? Ovviamente non ho una risposta. Ma ci rifletterò.

Scusate per questo sfogo, ma i blog personali servono anche a questo, no?


venerdì 18 febbraio 2011

Pessimismo & Fastidio.

Stamattina a colazione. Provate a immaginare la cosa più fastidiosa che può capitare contestualmente alla masticazione di un cereale croccante Kelloggs. Esatto. Mi salta un'otturazione. Di quelle enormi. Lì posizionate dagli anni Ottanta, grigio-nere, in amianto radioattivo. Più che un dente era una base Nato, visitata periodicamente da altre forme di vita. Una di quelle cose di te che non vuoi vedere, che rimandi di considerare perché fa parte del tuo lato oscuro.

Così si apre questa cosa che non definirei più un dente ma un ground zero. E mi reco, pallida, al pronto soccorso dentistico. Luogo in cui, per eccellenza, si viene trattati male. Quindi mi rassegno alle percosse verbali della segretaria, alla tachicardia da visita medica, alla pipì da fare ogni cinque minuti, alla paura delle punture, all'ansia generalizzata. E aspetto il mio turno, per due ore, in serena compagnia di un vecchietto che ha un tic al collo per cui lo gira di scatto e di continuo verso di me, agitandomi a morte, e di un secondo vecchietto che mi approccia: "dove ci siamo già visti? Tu avrai sì e no ventunanni". No, e mi lasci tranquilla che ne ho trenta, un dente franato, l'ipocondria delle amalgame dentarie di piombo che fanno malissimo (specie se ingerite insieme al caffelatte) e un panic attack in corso.

Il tutto tra un bel via vai di portantine e rispettivi infermieri nervosi che si trascinano dietro le loro molte dosi in fialette di sangue umano e altre amenità. Svengo? Ancora no, giusto il tempo di farmi spiegare dal dentist, che riconosco perché quattro anni fa lo stesso mi ha estratto altrettanti denti del giudizio distruggendo un trapano tra le proprie mani, che quel dente lì "è rotto da dentro. E attenzione che potrebbe produrre gas". Fingo di non sentire, e me ne torno al mio lavoro del mattino, produttiva come un'ostrica nel dormiveglia.

Ovviamente non finisce qui. Perché poche ore dopo, non riesco a prelevare dal bancomat. (non sarà che ho già finito il mio denaro?). Non riesco a nutrirmi perché ho male alla faccia. Devo fare delle cose nel pomeriggio. Prenoto una visita per questo buco nero che mi ritrovo appena un centimetro dietro al sorriso, c'è posto solo tra due settimane. Mi sento brutta. Tra un po' so già che mi uscirà il sangue dal naso. E l'oroscopo dice che ho 4 pianeti in opposizione. Considerando che io non ci voglio credere agli oroscopi, ma che tra quei quattro pianeti c'è pure Saturno, mi viene da piangere.

Ma.

C'è sempre un ma. Ma oggi è, dunque, venerdì, c'è il sole, sono ancora viva.

E buon week end.

:)


giovedì 30 settembre 2010

Insegna.

Oggi mi sento un po' come quell'insegna che si staglia nel cielo di un quasi-tramonto di fine settembre. Lo so che c'è scritto qualcosa. Lo so che ha un significato e una sua collocazione precisa. Forse bisogna solo aspettare che passino le nuvole. Che la luce faccia il suo giro, il suo tragitto. Che si schiarisca, che si metta a fuoco.

venerdì 17 settembre 2010

Mai raccontare i sogni/18.

Ieri notte ho sognato - tra le altre cose (tipo che cadevo da un monopattino elettrico e variegate amenità) - di trovare per terra una chiavetta (pen drive) d'oro. A metà tra David Lynch e Indiana Jones, l'atmosfera proseguiva con un'ansia tremenda, e poi nascondevo questa chiavetta in un enorme zaino da montagna. Lo zaino era proprio enorme. Sapevo che era un furto. Ma al tempo stesso ormai la chiave era mia, la proteggevo con estrema cura.

Ecco, più o meno il fatto è che starei proprio cercando la chiave(tta) per capire la mia stessa vita. Per aprire la porta della mia stessa vita. Più o meno.

Se poi fosse anche veramente d'oro, tanto di guadagnato ---> Accettansi consigli e suggerimenti di fabbri e/o scassinatori, nonché esperti di informatica.

:)

martedì 14 settembre 2010

Equivoci condominiali.

L'anziana del piano di sotto:

- Signorina, quando lava le piastrelle mi fa gocciolare i muri!

Io:

- Signora, è impossibile, io non lavo MAI le piastrelle.

L'a.d.p.d.s.:

- ...

Io:

- ...

L'a.d.p.d.s.:

- Mi scusi.

Io:

- Niente, si figuri.


(e alla fine ho realizzato due cose: 1) quindi sono una zozzona che non lava mai le piastrelle, devo rimediare al più presto. 2) alla signora del piano di sotto gocciolano i muri senza una motivazione plausibile?!)




mercoledì 1 settembre 2010

Coppia al cinese.

Due ore, all'incirca, tra involtini primavera, riso cantonese e pollo con bambù e funghi più birra cinese, in totale silenzio. Avranno avuto vent'anni. Lei con i capelli tutti tirati all'indietro in una piccola coda, lui vestito sportivo. Forse diciannove o ventuno. Zitti. A fissare ciascuno nella propria direzione il vuoto. La porta del bagno, lui. Il nostro tavolo, lei.

venerdì 27 agosto 2010

Buongiorno.

Le dieci. Caffè. Cosa c'è in frigo? Forse mi devo svegliare. Mi devo svegliare senza dubbio, senza il forse. Ecco sono sveglia. Quindi. Credeteci o no, a volte è difficile capire cosa fare e come farlo. Comunque proviamo. Vediamo cosa succede.

martedì 24 agosto 2010

Crisi d'identità.

Ho un momento di smarrimento, non so più chi sono, mi sto perdendo in un bicchiere d'acqua, in una tazzina di caffè.

Ma non è che posso stare qui seduta tutto il giorno ad aspettare. Devo ripigliarmi in qualche modo, "devo" perché improvvisamente lo sento come un dovere, devo ritrovarmi alla svelta, ritrovare me stessa (che ridere quando questa frase la pronunciavano gli adulti negli anni Ottanta-Novanta, scimmiottando la parlata dei figli dei fiori).

Allora chiedo aiuto alla mia pur flebile memoria, vera àncora di salvezza in questi incubi di afoso e colloso oblio di fine agosto.

Dunque, io sono:

- quella di ieri sera all'aperitivo
- quella che in primavera si sentiva come una leonessa
- quella che legge i libri e li mette in borsa prima di uscire
- quella che si sentiva di colpo felice al supermercato
- quella che stira ascoltando la radio
- quella che vuole decidere come e con chi passare il tempo
-quella che bastava un piccola cosa per metterla fuori combattimento
- quella che prova a cambiare
- quella che sbagliava tutto
- quella imperfetta
- quella sfortunata, che se l'è vista brutta
- quella fortunata, che se l'è cavata bene
- quella che va a correre
- quella che ha ancora un po' di tempo
- quella che vince la paura
- quella che...

Ok, basta basta, ci sono. A volte serve solo un veloce tuffo nei ricordi per ricominciare a vivere

venerdì 20 agosto 2010

Animali.

In questi momenti penso agli animali. A come non si rendono conto di niente. A come fanno le cose, a come sanno anche non farle, a come sanno accettare la propria e altrui natura.

Il gatto randagio qua sotto nel cortile: sente un rumore e alza di scatto la testa, sperando che dai balconi caschi un pezzo di cibo per lui. Lo fa tutti i giorni, non ci rinuncia mai. Ci spera. Ci spera sempre. Mi chiedo se questo sia giusto o sbagliato. Sembra un po' stupido, ai nostri occhi umani. Verrebbe da dirgli: ma vattene, cretino. Vai a cercarti il cibo altrove, anziché aspettare qui, sotto questo stolido condominio torinese, che ti caschino improbabili crocchette di manzo dal cielo.

Ma quando proprio non ci sono alternative? Forse il gatto ha ragione. Ha capito cose cui noi fatichiamo a rassegnarci. Cioè che bisogna in certe circostanze starsene lì tranquilli senza crollare, senza diventare tristi, senza agitarsi. Quella sua tenacia mutatis mutandis mi sembra allora preferibile a tutto quanto di umano si possa escogitare per far fronte ai lunghi periodi di carestia.

Scusate per queste parole apparentemente prive di senso. E buon venerdì :)

p.s. e poi ecco che la vecchietta sorda del terzo piano - nottetempo - allunga la sua sottile mano bianca e sparge giù indovinate manciate di cosa?