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sabato 11 febbraio 2017

Vita da blogger: incontro con Lorenzo Marone a Milano.


Lorenzo Marone, Magari domani resto, Feltrinelli

Benché non sempre sia possibile, mi capita ogni tanto di partecipare ad alcuni incontri tra blogger e autori. Ormai nel web sono nati tanti blog letterari, tante realtà diverse e mi fa piacere notare quante persone giovani e curiose ci siano a fare questo "mestiere" che non è proprio un mestiere. 

In questo caso, ringrazio la casa editrice Feltrinelli perché mi ha sostenuta nel piccolo viaggio da Torino a Milano oltre che fatto dono del romanzo e invitata a un aperitivo stupendo al quale, come spesso mi accade, però non ho potuto prendere parte perché dovevo... prendere il treno. Insomma, consigli per giovani blogger: siate milanesi! Scherzi a parte, grazie. E lo aggiungo per trasparenza: da qualche tempo a questa parte, nella grande maggioranza dei casi in cui riesco a partecipare a incontri simili è perché l'editore mi ha aiutata, a seconda delle proprie possibilità, a sostenere lo spostamento. 


Ma veniamo al dunque. Questo post doveva intitolarsi: "Caro Michele". Rubando un titolo di Natalia Ginzburg, volevo scrivere una lettera aperta al ragazzo di trentanni che si è tolto la vita e che è passato alla cronaca e, diciamolo, anche un po' al sensazionalismo dei media, per una lettera molto dura e toccante. Per chi se la fosse persa, eccola qui. 

E avrei voluto dirgli (posto che non sia stato tutto un fake, come emerge da alcune ultime notizie nel Mar dei Sargassi dell'informazione): caro Michele, ti capisco. Tante volte anche io mi sono sentita così tanto stretta in quella nuvola nera da volerci scomparire dentro. Hai tutte le ragioni per aver fatto quello che hai fatto e intuisco, ma non sono una dottoressa, dalle tue parole un possibile disagio che probabilmente va molto al di là della crisi economica. Di sicuro, è stata una tua crisi profonda e personale a portarti al suicidio. Tuttavia, è vero ciò che dici: in molti della nostra generazione di trenta quarantenni non abbiamo ancora cominciato a vivere. Campiamo di lavoretti, di speranze, di gavetta.

E sarei andata avanti ad analizzare, a cercare di capire perché non siamo ancora riusciti, in generale, con le dovute cautele e virtuose eccezioni, a diventare adulti e autonomi.

Ma poi mi sono fermata e ho letto questo libro. 

C'è una scena di dialogo tra la protagonista Luce, avvocato di Napoli che vive ai Quartieri Spagnoli e ha trentacinque anni e una donna di nome Carmen. Luce non fa proprio l'avvocato, a dire il vero.

Fa l'apprendista.

A trentacinque anni stiamo ancora imparando... A chi non sono capitati "periodi di prova" in azienda di sei mesi, un anno. Sono chiaramente prove di sopravvivenza che di professionale hanno ben poco. Non dico niente di nuovo, comunque, ormai lo sappiamo tutti come funziona e come non sta funzionando per tutti i Michele veri o fake che siano.

Ci metto anche del mio: un giorno analizzeranno il fenomeno dei blog come questo e magari e scopriranno che tutta questa creatività nasce anche da un'esigenza di sopravvivenza emotiva e materiale. Sti blog sono nati come lunghi, lenti blues che cantiamo in attesa che arrivi qualcosa di vero, di concreto? Non lo so ancora e non lo so più.

Ma dicevo di Luce. C'è una scena che è il click che mi ha fatto fare questo libro, o il "twist" come va di moda chiamarlo adesso, anche se arriva verso la fine. In un dialogo serrato con Carmen, una donna in difficoltà che le chiede un aiuto urgente e serio. Si tratta di andare a riprendere un bambino in difficoltà e il tutto ha a che fare con la camorra. Luce ripete il solito copione dell'impotenza: si schernisce, è solo un'apprendista.

"Non sono io l'avvocato di tuo marito, Carmen, io nun so' nisciuno, è quello che ti ho tentato di dire l'altro giorno. Sono una collaboratrice, una dipendente, una che fa a' gavetta inso..."
Lei non mi fa nemmeno finire. "Nun me ne fott' che fai là dint', Luce, se vuoi bene e Kevìn, e lo so che gli vuoi bene, mi devi aiutare!.
Guardo l'orologio: sono le quattro del pomeriggio. Spengo la sigaretta appena accesa e mi alzo. 
"Che fai?" chiede lei.
"Che fai?" ripete don Vittorio.
"Quello che mi hai chiesto, mi prendo cura di Kevin".

Ed è un po' questo secondo me il senso della storia di Luce e della nostra: radicarsi nella propria vita anche quando le circostanze esterne sono il più avverse possibile. Magari con l'aiuto di bambini, cani o rondini come Primavera che si comporta in un modo inatteso e che vi lascio scoprire leggendo,

Tornando a Michele e ai molti Michele che ci sono tra di noi: un libro magari non può fare un gran che. E non è nemmeno così semplice: non sempre e non tutti possiamo fare ciò che vorremmo, a molti di noi non è concessa una vita piena, e nemmeno tanta manovra in quel poco che c'è. Ma secondo me possiamo smettere di  fare gli apprendisti quando cominciamo a prenderci cura degli altri, e di quell'altro insicuro che vive dentro di noi. La cura - come si vede dal dialogo - è sempre il motore che ci fa crescere. Non credo che i Michele della nostra società possano essere salvati da un libro, ma credo che per chi resta sia un ottimo balsamo e un buon consiglio per andare avanti. 


sabato 31 dicembre 2016

Il libro dell'anno, per un anno tra amici

Amos Oz, Tra amici, Feltrinelli

Giunto l'ultimo giorno dell'anno, ecco il libro che ho scelto per rappresentare il 2016 e per un buono auspicio nell'anno nuovo. 


Innanzitutto, ho scoperto e imparato una cosa. Ovvero che anche gli ultimi giorni di un anno sono importantissimi e possono determinarne il colore, i sapori e il ricordo. Questo libro mi è capitato proprio verso la fine di questo anno per me speciale e davvero è diventato il simbolo di qualcosa su cui rifletto da un po' di tempo. 

Non posso negare di sentirmi felice, in questo momento. Non capita tutti i giorni, anzi, lo sapete tutti, non capita quasi mai. Eppure tutti, proprio tutti, possiamo dire di aver avuto un giorno felice nella vita, uno o due. Per me oggi è uno di quei pochi ed è bello poterlo condividere con voi.

Uno dei motivi per cui sono felice è perché dopo tanto pensarci in questo momento sento vicini alcuni amici come non mi era mai capitato nella vita. 

Personalmente, ho sempre avuto grossi problemi con l'amicizia. Se il mitico Tiziano Ferro ci ha insegnato che "l'amore è una cosa semplice", chi sa dire qualcosa di definitivo sull'amicizia?

Per molti anni ho creduto di essere una asociale. Se vi chiedete cosa passi per la testa a quel tipo di amici che vi tirano pacco, rispondono dopo ore, non chiamano quasi mai, arrivano in ritardo, potete chiedere a me. Potrei scriverci un trattato. Ma per fortuna, ci ha pensato questa meravigliosa donna. Questo è stato il periodo in cui, grazie a Susan Cain e alcuni altri, è andata di gran moda una parola: introversi. Ecco svelato il mistero della mia vita. Ero introversa e non lo sapevo. Qualche volta ho creduto, ed era vero, di essermi comportata da maleducata, questo sì. Ma non avevo mai dato un nome al mio carattere: introversa. Che non vuol dire timida e, soprattutto, non vuol dire asociale. 

Ho sempre saputo di amare molto le persone. Molte, forse troppe volte ho rifiutato di stringere legami per paura di provare sentimenti di amicizia troppo forti.

Questo è stato un anno bello per me, ho appena detto di sentirmi felice. Ma è stato anche un anno in cui ho visto andarsene alcuni amici di famiglia. Una in particolare che mi è stata vicina come un angelo custode in quei momenti in cui non sai dove sbattere la testa. E ho scoperto il valore degli amici. Quelle persone che se ti guardi indietro ci sono sempre state, non ti hanno mai giudicata, si sono anche molto arrabbiate se è il caso, e scelgono di essere sempre al tuo fianco. Per il solo fatto che, senza motivi specifici, sentono di volerti bene e tu senti lo stesso. Questo è incredibile, ed è una delle cose più straordinarie e notevoli di questa vita.

Questo piccolo libro racconta in verità molte storie di non-amicizia, anche. E l'amicizia si tratteggia per sottrazione, come spesso accade si definisce qualcosa attraverso ciò che quella cosa non è. 

L'ambientazione è perfetta per esplorare i comportamenti sociali: un kibbutz! Facile nelle nostre vite fatte di piccoli nuclei separati, ritrovarsi ogni tanto a brindare e poi ciao. Provateci voi a vivere in un kibbutz, per di più negli anni cinquanta in Israele, dove le regole sono qualcosa di molto ben definito, dove proprio per questo sembra che nessuno le rispetti per davvero. Dove la convivenza è una scelta forzata ma talvolta si trasforma in scelta autentica. Dove i sentimenti seguono l'istinto e la ragione non può nulla e dove la compassione alla fine aggiusta le cose.

Ma badate, Oz in questa storia di destini intrecciati, di racconti brevi fatti di personaggi che ritornano e si incontrano, non offre facili spiegazioni:

Tornata nella sua stanza, Osnat si è versata un bicchiere d'acqua con succo di limone e si è tolta i sandali. E' andata scalza alla finestra aperta e ha pensato che quasi tutti hanno bisogno di più calore e più affetto di quanto gli altri sono capaci di dare, e che questo scarto fra richiesta e offerta non ci srà mai nessun comitato del kibbutz che riuscirà a colmarlo. Il kibbutz, pensava, cambia forse un po' le regole sociali, ma la natura umana non è affatto semplice. Invidia, meschinità e cattiveria non c'è modo di estirparle con una votazione all'assemblea del kibbutz.

Ed è vero, Osnat pensa queste cose, queste parole. Eppure, e Amos Oz riesce a compiere un piccolo miracolo letterario, lei non agisce così. Vedrete nel racconto. Non segue, nei suoi gesti, questi pensieri. Lei si comporta diversamente. Dice, dice, ma poi fa. E l'amicizia alla fine mi sa che è questo. Fare. Magari poco. Senza nemmeno accorgersene. Diciamo che è un fatto di esserci. Ognuno nel proprio modo, estroverso o introverso che sia. 

Qundi questo è il mio augurio. Trovare i propri amici. A me è successo, a ben vedere, ne ho trovati pochissimi e credo sia quella la natura dell'amicizia, essere rara. Infatti, è una questione di ricerca di materiali preziosi. Ed è buffo perché non sai nemmeno spiegare perché una pietra preziosa lo sia più di altre: lo sai e te la tieni stretta.

Insomma, spero che il vostro nuovo anno sia tra amici, come questo libro. E che gli amici che non ci sono più restino con noi nel ricordo. Il cuore lo sa e, come ha scritto Grazia Deledda in una delle sue pagine, "il cuore non invecchia mai". Buon anno e buone letture a tutti!

giovedì 21 aprile 2016

Quattro tazze di tempesta e una tazzina di caffè alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Federica Brunini, Quattro tazze di tempesta, Feltrinelli
Alla Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Via Romagnosi, a fianco della storica sede di Via Andegari, eravamo più di quattro, ma le tazze c'erano tutte. Una prevalenza di donne attorno a un tavolo profumato di carta, di Storia e di una miscela di tè molto buona, abbiamo discusso con l'autrice del suo romanzo, ma non solo.

Come sempre mi si perdoni l'autoreferenzialità ma - come spesso accade ai lettori - questa volta mi sono sentita coinvolta dalla situazione più del solito. 

Innanzitutto, si parlava di tazze. Ho sempre pensato che la tazza racchiuda in sé valori importanti. Oggi come oggi il web è colmo di un'iconografia legata al rituale del tè e del caffè associato ai libri, qualche volta mi sento responsabile, in parte, di aver contribuito agli esordi di questa moda, altre volte penso che tutto ciò alla fine abbia un senso. Soprattutto se le tazze sono sbreccate, scalfite dal tempo.

Lei era una tazza spaccata. Si era frantumata contro la vita o contro la morte. Ammesso che tra le due ci fosse differenza. Era un oggetto inutile e inutilizzabile. Era... non era altro che un frammento, uno scarto. E perdeva vita da tutte le crepe. Quale sostanza avrenne potuto rimetterla insieme e rinsaldarla?

Quelle tazze che ci tocca frequentare, toccare e lavare ogni giorno, col rischio che cadano a terra, col rischio che perdano smalto. Ovvero noi stessi.

Incontrare l'autrice di questo romanzo - corale e femminile - è stato curioso e interessante. I temi sono passati dalle maglie della trama all'attualità, dalla maternità al trascorrere degli anni in relazione alla percezione di sé. Le protagoniste, Viola, Alberta, Mavi e Chantal, sono quattro donne alle prese con l'affacciarsi del quarantesimo anno di vita. C'è chi ha realizzato molto e perso tanto, c'è chi è rimasta indietro, c'è chi è cambiata radicalmente. Tutte sono alle prese con una qualche tempesta. A me è venuta in mente quella famosa battuta di Paperino e Zio Paperone:

 - Qual buon vento ti porta Zio?
- Vento di tempesta Nipote!

E da lì si capiva che sarebbe successo di tutto. Così è anche in questa storia. Ambientata prevamentemente in un paesino delizioso del Sud della Francia (tenete d'occhio la pagina fb di Feltrinelli perché c'è un concorso interessante!), questa storia porta ogni personaggio in un altrove tempestoso, fino al culmine di una delle più belle scene del libro secondo me che è quella di una vera e propria tempesta di foglie di tè. Il tè è importante perché Viola lavora proprio in un negozio di tè e li prepara a seconda dell'umore delle persone. 

Un'altra coincidenza che ho sentito vicina è di tipo numerologico: l'autrice è particolarmente legata al numero quattro, mentre per me è il suo doppio il numero cui sono più affezionata, l'otto che compare in modo massiccio nella mia data di nascita. E poi ancora mi sono ritrovata nella voglia di scrivere sopra ogni cosa, nel desiderio di crescere e nel coraggio che serve per guarire, per cavarsela nella vita. Sono partita da casa un po' giù di corda e sono tornata indietro un più forte. Il mio bagaglio di ritorno era comunque pieno di dubbi, paure, amarezze e delusioni, come quello di tutti, ma è proprio vero che 


non c'è problema che una tazza di tè non possa ridimensionare.

 

venerdì 15 aprile 2016

Il libro del mese. Numero undici di Jonathan Coe.


Jonathan Coe, Numero undici, Feltrinelli
A Jonathan Coe sono legata da questo ricordo qui. Un incontro, in occasione dell'uscita, nel 2013, del suo Expo 58, organizzato da Feltrinelli, che ringrazio per avermi inviato anche questo romanzo. 

Come sempre, premettendo che siete sul mio blog, sarò un po' autoreferenziale: Jonathan Coe in quell'occasione, dopo le interviste di tutti i giornalisti e blogger, mi disse: Ah, vuoi fare la scrittrice? Beh, allora tra cinque anni sarai al posto mio, circondata da blogger e giornalisti, a rispondere alle domande sul tuo libro

Da quel momento sono passati tre anni, ne ho ancora due di tempo per far avverare la profezia di Coe, dite che ce la faccio? 

Ma tornando a noi. Possiamo passare allo scopo vero di questo post: ovvero, il libro del mese!

Numero undici vuol dire che è il suo undicesimo romanzo. Ma non solo: è un numero-guida che ritorna in tutte i blocchi narrativi, o lunghi racconti, di cui si compone la storia. Sono racconti singoli, che però hanno in comune i personaggi principali - Rachel e Alison - e uno stile di scrittura che i lettori di Coe più accaniti dicono essere un grande "ritorno" dopo alcuni romanzi, compreso Expo 58, in cui l'autore aveva sperimentato stili diversi, meno corposi forse. Senz'altro c'è il ritorno della famiglia Winshaw, protagonista della gran parte dei libri di Coe.

Rachel non era mai stata a un banco alimentare. Aveva letto degli articoli che ne parlavano, in rete o sui giornali. Ma non ci era mai entrata. Il banco era stato istituito in quello che, negli altri giorni della settimana, doveva essere un caffè, situato in una strada stretta che si distaccava dalla via principale. A ognuno dei tavolini di metallo era seduto un gruppo familiare, i cui membri non avevano davanti a sé alcuna consumazione, ma stringevano in mano dei voucher in attesa che i loro pacchi fossero pronti. Nessuno portava su di sé i segni esteriori della povertà. 

E, mi viene da dire, è su quei "segni esteriori" che Coe si mette a lavorare in una delle linee narrative più interessanti del romanzo.
Questa è una storia che va a stanare le principali problematiche della nostra contemporaneità. Da un uso dissennato di social network come Twitter alla "nuova" povertà cittadina, a forti dosi di politica con tutte le sue ingannevoli illusioni - viste da un punto di osservazione specificamente inglese: la Gran Bretagna come lo specchio dei cambiamenti di oggi. In particolare, si concentra su un drammatico fatto di cronaca: il suicidio di David Kelly, l'uomo che aveva scoperto alcune grossolane bugie di Tony Blair a proposito della guerra in Iraq. 

A me è parso un libro di "lavoro", un romanzo sul lavoro, sui diversi lavori del giornalismo, sulle istituzioni, sulla polizia, sul cinema e sul carcere e sulle loro astruse dinamiche. Qualcuno potrebbe definirlo un'opera-mondo. Chi lo legge da sempre potrebbe definirla un'opera-Coe. Mentre per me, che sono sua lettrice da poco, è stata un'esperienza di lettura molto divertente e insieme impegnativa, nel senso migliore della parola.
 

sabato 26 marzo 2016

Un libro per la Pasqua.

Erri De Luca, La faccia delle nuvole, Feltrinelli



Questo è il libro di Pasqua che vorrei consigliarvi, è uno degli ultimi libri che ho letto e ascoltato leggere ad alta voce. Questo libro infatti racconta un incessante dialogo tra Miriàm e Josèf a partire dalla nascita fino alla morte e risurrezione del loro figlio Ièshu.

Immagino tutti avrete riconosciuto questa storia d'amore. 

Miriàm: Non sia mai! Che dici Iosèf? Satàn l'accusatore, lui non somiglia a nessuno e si trasforma in chiunque per portare scompiglio.

Iosèf: Dicevo per dire, mi spiace Miriàm, non voglio più sentire che somiglia a qualcuno. Basta con questa favola, nostro figlio non ha la faccia delle nuvole che cambiano forma e profilo secondo il vento.

Tutto il libro si compone di questi dialoghi, alcuni più serrati, altri più pragmatici, altri ancora intrisi di profondo e delicato amore tra due ragazzi giovani cui accade qualcosa di straordinario, essere genitori di Gesù. E si compone con la voce del poeta che le riscrive.

De Luca con La faccia delle nuvole* ha compiuto qui un lavoro di concentrazione: è andato fino alle radici e al territorio reale dal quale sono nate le fondamenta del cristianesimo. Lo fa con una ispirazione letteraria e un'abilità narrativa raffinata e generosa. Segue il percorso di queste tre vite tormentate e insieme toccate dalla divinità e le accompagna fino alla fine.

I viandanti ascoltano l'uomo che si è aggiunto a loro e che non riconoscono. Cosa glielo impedisce? Il diverso aspetto. Quando a qualcuno viene il pensiero randagio di una propria resurrezione, immagina di ritornare identico a riabbracciare i rimasti in vita. Si figura di rientrare nel mondo tale e quale a prima, reintegrato in se stesso. Gesù riappare in altro corpo e in altra voce da non poterlo riconoscere, abbracciare al volo. I due in Emmaus si accorgeranno di lui solo nel dettaglio di un gesto, l'atto di spezzare il pane e farne parti. Doveva essere speciale quel suo modo di trattare il cibo. Del resto fu il solo a dire che quel pane era carne sua, da dare in pasto ai suoi. Ma fino a quel punto di rivelazione Gesù resta sconosciuto ai due viandanti. Eppure ha fatto con loro la cosa consueta e preferita: andare a piedi e spiegare la scrittura sacra.

Questo piccolo libro fa bene all'anima: a me ha riconnessa con una storia sentita raccontare milioni di volte ma che non perde la sua forza. 

Siete sul mio blog, vi tocca sentire le mie vicende: ho studiato in una scuola religiosa (gesuiti) e ho una formazione che ai tempi era molto robusta. Ho perso un po' l'attitudine a questi studi all'Università (ho dato un esame di Storia dell'ebraismo, bellissimo, al quale sono arrivata con i capelli bagnati perché si era rotto il phon, ed era pieno inverno, insomma un'avventura che ricordo ancora, ma andò bene). Ho letto ultimamente alcuni Scrittori di scrittura, pubblicati dalla casa editrice Effatà. 

Vivere in Italia significa per molti essere immersi nelle storie dei Vangeli, molte sono illuminanti e mi piace leggerle sia mediate dagli scrittori di oggi, sia dalle fonti originali. Al di là della fede di ciascuno, è un'esperienza che consiglio di fare. 
Il mio augurio in concomitanza della Pasqua è di assaporare la bellezza del risorgere, una cosa che in un certo qual modo possiamo fare tutti quanti. 

Auguri!

*Ringrazio l'editore per l'invio in lettura.






lunedì 14 marzo 2016

Tazzina di Sakè


Amy Tan, La figlia dell'aggiustaossa, Feltrinelli


Questa è la seconda "puntata" della rubrica dedicata alla letteratura orientale: #TazzinaDiSakè. Sono molto contenta di poter parlare sia di un libro (che ho acquistato qualche mese fa perché mi sto interessando alla cultura cinese) e di un film che ho visto due sere fa, affittando il DVD in biblioteca.

Mi fa piacere che tra questo week end e il prossimo a Torino sia in corso anche un bel Festival proprio dedicato all'Oriente, lo segnalo per chi potesse passare, l'anno scorso sono andata e mi è piaciuto, seppure l'atmosfera sia molto caotica e dopo un po', per chi non ama la folla, può risultare pesante: va affrontato con calma zen, per l'appunto. Comunque ecco qui tutte le informazioni! 

Il film si intitola Poetry. 

Il regista è Lee Chang-dong e nel 2010 ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes. 
Con il romanzo La figlia dell'aggiustaossa di Amy Tan, questo film ha alcune cose in comune. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 2001 e racconta la storia di Ruth, una donna cinese solo di nascita ma americana di adozione, che vive a San Francisco con il compagno Art e le due figlie adolescenti di lui. 

Ruth di lavoro fa la "librologa" ovvero la collaboratrice editoriale e la ghost writer: è una donna pragmatica e organizzata, seppure soggetta a bizzarre patologie, come un mutismo improvviso che la coglie tutti i 12 di agosto di ogni anno. Da sempre si guadagna da vivere senza troppo lamentarsi e si occupa del conflittuale rapporto con la madre - che invece è rimasta molto ancorata alla tradizione cinese - LuLing Young. Tutto procede tra le noie e le stravaganze di una normale vita occidentale dei giorni nostri, tra corsi di yoga intensivi e saggi sull'influenza dell'Internet sulle nostre esistenze, autori troppo eccentrici cui fare da balia e i molteplici impegni della quotidianità, quando LuLing, da sempre in ostilità con la figlia, comincia a dare i primi segni di Alzheimer. 

In questo c'è una forte analogia con il film, la cui protagonista invece è Mija, una signora coreana di sessantasei anni che si occupa del nipote adolescente, dipendente dalla televisione, trascurato e chiuso in se stesso, perché la figlia, assente sia fisicamente che psicologicamente, non riesce a farsene carico da sola. 

Amy Tan, l'autrice della Figlia dell'aggiustaossa, a questo punto del romanzo affonda le mani nella tradizione della sua stessa terra natale e fa sì che Ruth, alle prese con le proprie ansie e conflittualità emotive, riscopra un libro scritto dalla madre dove trova narrato un mondo completamente diverso dal suo, ricco di nomi evocativi e un lingua di caratteri - Preziosa Zietta, Bocca della Montagna, Cuore Immortale - e soprattutto un personaggio misterioso: l'aggiustaossa. Scoprirà del magico inchiostro che produceva la sua famiglia e del significato delle ossa oracolari. E l'avventurarsi in questo mondo antico fatto di Madri e Padri e rituali dimenticati rimette a posto le prospettive del suo nevrotico presente.

Anche Mija nel film a un certo punto compie una scoperta. In questo caso, il disvelamento è tragico, un crimine di cui si macchia l'inconsistente e viziato nipote. Parallelamente al dramma, però, Mija, che vive di un piccolo sussidio, proprio come la mamma di Ruth del romanzo, e di un lavoro faticoso come badante, si iscrive a un corso di poesia nel centro culturale della cittadina in cui abita con il ragazzino. Le indagini e i traffici poco chiari relativi alle colpe del ragazzo - che ha a che fare con il suicidio di una bambina della sua stessa scuola - procedono di pari passo con le lezioni di poesia. 

Fino a che Mija scopre fino in fondo il significato di un gesto creativo che è molto più di un semplice diletto: scopre che la poesia è qualcosa di assoluto e profondo e finalmente riescerne a scriverne una, forse l'unica della sua vita, realizzando il desiderio di sempre: essere una poetessa. 

Lo sguardo che gli artisti orientali sanno dare alle storie e alla vita in queste due opere arriva a un compimento importante. 

Consiglio questi due lavori a chi sa bene quali e quante sono le difficoltà della vita.

Consiglio però questi due capolavori anche a tutti quelli che sanno quanto l'arte, la letteratura e la poesia siano tesori cui attingere proprio in quei momenti. Nei libri, nei film, nelle poesie - e nelle altre arti - spesso sono nascosti i segreti su come fare ad affrontare tutto quel che c'è da affrontare.

martedì 8 settembre 2015

Cosa ho letto, leggerò, voglio leggere da qui a Natale!

 Cari miei, come va? A leggere sui social e non solo, si è capito che settembre is the new Capodanno e per questo ho deciso di adeguarmi al sentire comune e pensare a un post che avesse il sapore, oltre che di caffeina come al solito, anche un po' di nuovo inizio. 

Spero che possa essere utile per chi legge a prendere spunto per quanche consiglio libresco, ed è sicuramente utile a me per mettere ordine tra le mie carte, comodini e abitudini malsane alla procrastinazione.

Ovvero: ho deciso di mettermi in pari con i tanti arretrati che ho da leggere. E voglio viverla come una bella avventura, non (solo) come un dovere.

Ho aggiunto il "solo" tra parentesi perché sto maturando l'idea che leggere buoni libri sia anche un dovere verso se stessi, se si cerca una vita più ricca e autentica, ne converrete. E così è che vi auguro buon Capodanno settembrino, speriamo rinfrescato da una buona aria di novità e cose belle per tutti.


Consiglio number 1. Qualcosa di vero, di Barbara Fiorio. Il titolo è dei migliori e l'autrice interessante. Tutti vogliamo qualcosa di vero. Quello che mi attrae di questo romanzo pubblicato di recente (io l'ho ricevuto a maggio, e ringrazio l'editore per il dono) da Feltrinelli è la trama nuda e cruda. La storia di Giulia, una pubblicitaria scombinata e di Rebecca, una bimba che ha voglia di sentirsi raccontare delle storie, suppongo vere. Lo leggerò presto, anche perché ci sarebbe l'intenzione di parlarne in radio, a Pillole Concezionali, ma questa è un'altra storia di cui vi aggiornerò a breve per la nuova stagione del programma. 

Barbara Fiorio, Qualcosa di vero, Feltrinelli
 
Consiglio number 2. La vocazione di perdersi - Piccolo saggio su come le vie trovno i viandanti. Ediciclo editore, di Franco Michieli. Questo è un libro che sto valutando come giurata del Premio Sinbad, ebbene sì. Ringrazio quindi il Premio per l'invio dei libri, e per la fiducia. L'autore è un geografo ed esploratore, e già questo mi incuriosisce. Chi di noi vuole essere un esploratore? Se non delle vette più alte delle montagne, di sicuro del nostro mondo - per ciascuno diverso - e delle nostre vite. Quindi ben venga. "La bellezza misteriosa dell'orizzonte bianco di neve, ondulato e disabitato, gelido e luminoso, disteso intorno a noi in ogni direzione, non dipende dalla sua estetica e nemmeno dalla sua potenza, ma dall'infinità di storie che là dentro potrebbero avvenire e coinvolgerci". Gli aspetti creativi e spirituali dei viaggi sono ciò che sembra emergere da questo libricino magico, andrò sicuramente avanti nel viaggio.

Franco Michieli, La vocazione del perdersi, edicicloeditore

Consiglio number 3. Shame on me: questo mattone (in senso buono neh!) di Rizzoli, Il cardellino, a detta di tutti un capolavoro indiscusso, me lo sono comprato io tempo fa e non l'ho mai finito. Adesso mi sento in colpa e quante cose si fanno per senso di colpa? Tante, troppe. Una volta tanto, però, sarà una cosa buona. E così finalmente scoprirò come va a finire questo "travolgente romanzo sinfonico che vi farà riscoprire tutto il piacere della lettura" - e se lo dice Michiko Kakutani sul New York Times (e sulla quarta du copertina) chi sono io per contraddirla? P.s. ho letto comunque i primi capitoli, e meritano.

Donna Tartt, Il cardellino, Rizzoli

 Consiglio number 4. I ragazzi burgess. Ho molto amato i romanzi precedenti di Elizabeth Strout, in paricolare Olive Kitteridge. Lei è davvero un genio della frase, della trama e dell'ambientazione consolidata, nei suoi scenari sperduti e solitari del Maine. Se ho letto bene in rete, è in arrivo il suo prossimo atteso romanzo. Ne scrive così pochi, e con tale maestria, da meritare tutta la nostra attenzione. Ho ricevuto anni fa il libro da Fazi, che ringrazio. Questo ritardo nella lettura è un classico caso, doloso e doloroso, di procrastinazione malvagia: quel farsi del male da soli che non porta da nessuna parte. Insomma, basta, finisco anche queto capolavoro, all'inseguimento di questa famiglia (sempre del Maine negli Stati Uniti) disgregata e composta di personaggi tanto diversi tra loro quanto affini nella fragilità umana. 

Elizabeth Strout, I ragazzi Burgess, Fazi

Consiglio number 5. Nel mondo a venire. Anche questo romanzo, di Ben Lerner, edito da Sellerio mi è stato inviato per il Premio Sinbad, ed è in lettura. Questo è uno di quei libri che avrei sicuramente acquistato. A partire dalla copertina stupenda che è un'illustrazione di Konstantin Kalishko, a colpirmi è stato nel complesso il progetto edioriale ambizioso e raffinato. La storia è di quelle sui trentenni di oggi, in chiave distopica sullo sfondo di una New York in balia di sconvolgimenti climatici vari e pericolosi. Crisi e maturazione, passaggio dall'età tardo-tardo-tardo adolescenziale a quella adulta (ma avverrà mai?), il cuore che comincia a perdere i colpi, anche da un punto di vista fisico... mi dice qualcosa? Vi dice qualcosa? Hem, sì, leggiamolo fino in fondo va. 

Ben Lerner, Nel mondo a venire, Sellerio
Consiglio number 6. Famiglia, di Natalia Ginzburg. Questo libricino fatto da due capitoli - Famiglia e Borghesia - gironzola a casa mia da un po'. L'ho già letto ma non ricordo più, e comprato per avere tutti i libri della Ginzburg, e credo che l'opera ora sia ormai quasi completa. Questo libro racconta "qualcosa di vero", nell'intenzione della sua autrice di calarsi nella società del proprio tempo e narrarne le sfaccettature con spietata ironia e lucidità. Siamo nel 1977 e i ritratti riguardano la fine di un secolo, e un millennio, che fa ancora capolino nell'indolenza e nella confusione nelle cose quotidiane. Non sempre, per fortuna, e meno male però che qualcuno si è messo lì a narrare ciò che vede. La famiglia è un tema caro all'autrice la quale è molto cara a me e spero a molti di voi. 


Natalia Ginzburg, Famiglia, Einaudi
Ciao!

martedì 12 maggio 2015

Non scrivere di me.

Livia Manera Sambuy, Non scrivere di me, Feltrinelli

Di recente ho letto un libro meraviglioso. Leggendolo, ho provato parecchie emozioni variegate, colorate e avvitate tra di loro con una bellezza e una grazia che mi hanno ricordato un'elica del DNA per quanto erano profonde e universali. Un libro che mi ha ricondotta alle mie passioni e al quale sono grata. Si tratta di Non scrivere di me: otto ritratti-incontri che la giornalista letteraria Livia Manera Sambuy ha descritto e narrato in un gioiello di scrittura e umanità (e dotato di copertina stupenda di Adrian Tomine). Le persone belle si vedono subito: ho ascoltato l'autrice in una presentazione di questo libro al Circolo dei Lettori di Torino. Sorrideva con garbo nell'attesa e quando ha preso il suo posto e ha cominciato a raccontare ha colpito tutti con la forza che solo le esperienze veramente importanti sanno avere.

Da Philip Roth a David Foster Wallace, da Mavis Gallant a Paula Fox (se fosse possibile scegliere, ma non lo è perché sono uno più significativo e struggente dell'altro, questo ritratto-incontro sarebbe il mio preferito) sfilano queste otto grandi personalità sotto la luce rispettosa e amorevole dello sguardo di Livia Manera Sambuy e regalano nuove scoperte. (Su alcuni di loro ho lavorato per la mia tesi di laurea e li consulto da anni come numi tutelari, ritrovarli vivi e umani e tutti insieme qui è stato come un piccolo regalo della vita!).

Leggendo, mi sono appuntata parecchie frasi, con l'intento di copiarle qui sul blog, ma mi accorgo che non ha senso: sono troppe. Il libro è così ricco di saggezza e di ironia che vi toccherà farne esperienza diretta e non tramite un filtro. 

Ho imparato nel tempo della lettura di Non scrivere di me così tante cose, ho ragionato così tanto e ho respirato così tanta aria pulita da provare un profondo senso di giustizia e di gratitudine. 

Essendo poi una persona particolarmente fortunata, ho ricevuto dall'editore Feltrinelli l'opportunità di scrivere all'autrice per rivolgerle alcune domande. Dopo aver letto di questi otto incontri, non mi sono osata di chiederle di vederci (ma se leggete il libro vi ricorderete che nella vita nulla è impossibile e non si sa mai!), e così le ho scritto soltanto una mail. In tempo record considerati i suoi molti impegni, Livia Manera Sambuy mi ha risposto. E ciò che ho letto, e che trovate qui di seguito, va oltre ogni mia più favorevole aspettativa. Ha scritto parole belle, utili, e commoventi (per me personalmente, lasciatemelo dire). Sono così contenta e spero che per voi lettori questa intervista possa rappresentare un momento piacevole e felice e infine un "mezzo per mettersi al sicuro", per citare le parole di Mavis Gallant in riferimento alla letteratura.


In Non scrivere di me, per la prima volta ha deciso di raccogliere le storie dei suoi incontri con alcuni degli scrittori che ha intervistato nel corso della sua carriera: che effetto le fa oggi questa scelta, mentre il suo libro comincia a circolare nelle mani dei lettori? Racconterà ancora di altri incontri con altri autori?

Ti confesso che mi fa un effetto imprevisto. Sapevo di avere scritto un libro “sui generis”, che ha pochi precedenti nella tradizione italiana: una lavoro che in America appartiene al genere “narrative non fiction”, ma che allo stesso tempo si discosta dalla regola per la presenza di un io narrante che fa da filo conduttore tra gli otto incontri/racconti. Dunque i miei otto ritratti di scrittori si leggono come otto racconti e allo stesso tempo come una velata autobiografia. La scelta stessa dei personaggi riflette qualcosa di molto personale: il mio criterio non è stato quello della loro fama in Italia - anche se Roth e Wallace sono celeberrimi, e celebri sono anche Ford e Fox. Ma dell'intensità dell’incontro. Di quanto, cioè, questi scrittori avessero comunicato in senso profondo alla luce della mia stessa esperienza di vita.

Non avevo la più pallida idea di come sarebbe stato letto. Funzionava? Non funzionava? I lettori lo avrebbero capito? Sono stata col fiato sospeso fino a quando ho cominciato a ricevere i primi giudizi - una recensione straordinaria da parte di Vanni Santoni sul Corriere - e poi messaggi su Facebook, Twitter, e-mail, da parte di lettori spesso sconosciuti che erano entrati nel libro e non solo lo avevano capito, ma lo avevano capito meglio di me (come succede, credo, spesso). E’ stata un’esperienza bellissima.

Non so se scriverò un altro libro come questo. Non credo, proprio per i motivi che ho spiegato sopra. E allo stesso tempo, non posso sapere quali altri incontri mi aspettano, quali occasioni impreviste, quali scoperte.
"La critica non è scienza: non mi aspetto che i critici separino le loro emozioni da quello che recensiscono", ha detto David Foster Wallace nel corso del vostro incontro al McDonald's nella stazione di un'autostrada a sud-ovest di Chicago. In Non scrivere di me le emozioni legate alle relazioni umane che si creano con gli scrittori emergono con sobrietà, intensità e tenerezza. Anche il suo lavoro di giornalista letteraria - per certi versi differente da quello della critica, e diverso anche dal progetto del libro - le ha concesso sempre di tenere unite le emozioni e la scrittura o qualche volta ha dovuto privilegiare la "scheggia di ghiaccio nel cuore" tipica degli scrittori e mettere da parte sensazioni e sentimenti? 

Avere una scheggia di ghiaccio nel cuore, per uno scrittore, significa non guardare in faccia a nessuno: andare per la propria strada e se questo significa all’occasione ferire amici o figli o genitori, pazienza. Per un giornalista, significa, penso, la stessa cosa, ma nel senso di privilegiare l’informazione sul rapporto con il soggetto (che nel giornalismo serio non dovrebbe esserci comunque). Il giornalismo letterario è un caso a parte. In questo campo, sono rare le informazioni riservate che, se scritte, diventerebbero uno scoop. In ogni caso no, quella scheggia di ghiaccio non credo di averla. Un esempio per tutti: quando tempo fa è uscita la notizia che Philip Roth aveva smesso di scrivere romanzi - notizia a cui è stata data un risalto internazionale - lo sapevo già da  un anno e mezzo. Ma era stata una confidenza, una battuta al telefono. Ricordo ancora le parole precise: “Mia cara, è arrivato il momento di tirare giù la saracinesca e chiudere bottega". “Sei sicuro?”, gli ho chiesto. “Sicurissimo”. Era una conversazione privata. E ho preferito mantenere il riserbo. Cos’è un piccolo scoop in confronto a un rapporto di confidenza, amicizia e affetto?
C'è un autore che non ha ancora incontrato e vorrebbe incontrare? 

Oh certamente. In questa vita Alice Munro, anche se una volta abbiamo parlato a lungo al telefono. E in un’altra, Saul Bellow. Non sono sicura che quest’ultimo mi piacerebbe, di persona. Ma non c’è nulla che dia più soddisfazione che vedere i proprio pregiudizi smentiti. A me, almeno.
Dave Eggers ha elogiato il suo ritratto di Philip Roth con parole così belle da meritare la quarta di copertina del suo libro. Di Dave Eggers però non si parla in Non scrivere di me, mentre ricordo che lo ha citato durante la presentazione a Torino. Il dinamismo e l'impegno anche sociale dell'autore de Il Cerchio pensa possano essere di esempio per gli autori italiani, forse a volte ultimamente in alcuni casi un po' involuti e chiusi in se stessi?  

Dave Eggers è una persona eccezionale e dovrebbe essere un esempio per il mondo intero, non solo per i giovani italiani. Non soltanto è uno scrittore che ci ha dato libri importanti sperimentando temi e modi sempre nuovi: è anche un autore che ha riscritto le regole del gioco a modo suo, cosa che in un paese come l’America dove il successo è un prodotto, è molto difficile. Inoltre è un filantropo, anche qui, sui generis. Non gli basta finanziare fondazioni per aiutare i ragazzini che studiano con difficoltà e hanno situazioni famigliari difficili. S’impegna in prima persona a insegnare loro a scrivere, a fianco della moglie scrittrice Vendela Vida. Lui e lei portano altri scrittori di talento a fare altrettanto. Hanno creato una rete di altre dieci organizzazioni no-profit impegnate nello stesso scopo. E fondato due riviste letterarie, McSweeney’s per la fiction e The Believer per la non fiction, allo scopo di divertirsi incoraggiando nuovi autori. Il mio stesso capitolo su Roth, in Non scrivere di me, è uscito prima su The Believer. Ricordo che quando gliel’ho mandato (l’avevo scritto in inglese per fare un esperimento) Eggers ha risposto in meno di 24 ore con una mail che diceva “Fantastic”. Non conosco molte persone capaci di tanta energia, generosità e entusiasmo.

Domanda di rito ma per me molto preziosa: che consigli darebbe a un giovane intenzionato a seguire le sue stesse orme di giornalista letterario? E a un giovane aspirante scrittore?

Purtroppo sul giornalismo letterario devo essere pessimista. I giornali hanno sempre meno soldi e oggi viaggiare per incontrare un autore - non dico andare ai festival, ma essere soli con uno scrittore, andare a casa sua, e avere tempo a disposizione, anche per leggere i suoi libri e prepararsi bene - è un lusso che non esiste più. Ma è anche vero che ogni crisi è un’occasione di rinnovamento, e qualcosa di nuovo nascerà. Sarà lei, Noemi, a dirci come si farà giornalismo letterario in futuro.

Quanto ai giovani aspiranti scrittori il consiglio è uno solo: disciplina. Lavorare ogni giorno. Anche solo poche ore, non importa. Non si ha idea quando materiale si accumuli poco a poco se si scrive con costanza. E riscrivere, riscrivere, riscrivere. E poi - quando si è raggiunta una forma presentabile - mandare i capitoli a poche persone fidate, non scelte in base all’amicizia ma all’esperienza di lettura e alla capacità di giudizio. Ascoltare bene i loro commenti, ragionarci su, e riscrivere ancora. 

Il giorno che ho cominciato Non scrivere di me ho stilato le mie regole in inglese su un foglio, e ho appeso quel foglio sul muro accanto allo schermo del computer. 
Diceva: “Be serious, be honest, be true”.