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lunedì 30 gennaio 2017

Tazzina di sakè

Mitsuyo Kakuta, La cicala dell'ottavo giorno, Neri Pozza 

Ecco un altro libro che mi ha accompagnata durante le vacanze di Natale. L'ho preso in biblioteca, incuriosita dal fatto che nel titolo ci sia un 8 che è il mio numero. 

(Per inciso e per la cronaca sto anche leggendo Le otto montagne di Cognetti e ne racconterò senz'altro). 

Ho preso questo libro in biblioteca anche per onorare questa rubrica alla quale sono molto affezionata, dedicata alla letteratura orientale. Ho letto nella mia vita parecchi libri scritti da giapponesi, come l'autrice di questo romanzo e sono una delle mie grandi passioni letterarie. 

Mitsuyo Kakuta, classe 1967, ha vinto in Giappone numerosi premi prestigiosi e questo libro è stato un best seller da più di un milione di copie con tanto di serie tv e film ispirati alla sua trama.

Una storia feroce che si potrebbe definire, volendo cedere alle definizioni, un thriller psicologico dai tratti noir. 

Per chi conosce un po' la letteratura giapponese, non dirò niente di nuovo ma a chi si aspetta una storia soave e delicata rivolgo l'invito a pensarci due volte prima di leggerlo. Nel senso che a essere delicata e accurata è la scrittura dell'autrice, sapiente e tradizionale, ma la storia è di quelle inquietanti. 

Questa è una vicenda che ricorda un po' il film Attrazione fatale: un tradimento che vede al centro il personaggio misterioso e ingenuo di Kiwako, che sconfina nel crimine. Bugie, ossessioni e follia incontrano un epilogo inaspettato e una peculiare comunità simil-hippy, la Casa degli Angeli, di donne che si nutrono di frutti della terra dove la protagonista, dopo aver rapito una bambina, trova asilo. 

Tutto è "strano", straniante e inquietante ma credibile. Le analogie con il film citato non finiscono qui: la particolarità di questo romanzo è anche l'ambientazione storica, ovvero gli anni Ottanta, descritti dietro al filtro della vita quotidiana di una grande azienda di intimo giapponese. 

Una lettura, come si dice in questi casi avvincente, la quintessenza della letteratura giapponese contemporanea. 

lunedì 14 marzo 2016

Tazzina di Sakè


Amy Tan, La figlia dell'aggiustaossa, Feltrinelli


Questa è la seconda "puntata" della rubrica dedicata alla letteratura orientale: #TazzinaDiSakè. Sono molto contenta di poter parlare sia di un libro (che ho acquistato qualche mese fa perché mi sto interessando alla cultura cinese) e di un film che ho visto due sere fa, affittando il DVD in biblioteca.

Mi fa piacere che tra questo week end e il prossimo a Torino sia in corso anche un bel Festival proprio dedicato all'Oriente, lo segnalo per chi potesse passare, l'anno scorso sono andata e mi è piaciuto, seppure l'atmosfera sia molto caotica e dopo un po', per chi non ama la folla, può risultare pesante: va affrontato con calma zen, per l'appunto. Comunque ecco qui tutte le informazioni! 

Il film si intitola Poetry. 

Il regista è Lee Chang-dong e nel 2010 ha vinto il premio per la migliore sceneggiatura a Cannes. 
Con il romanzo La figlia dell'aggiustaossa di Amy Tan, questo film ha alcune cose in comune. Il romanzo è stato pubblicato per la prima volta nel 2001 e racconta la storia di Ruth, una donna cinese solo di nascita ma americana di adozione, che vive a San Francisco con il compagno Art e le due figlie adolescenti di lui. 

Ruth di lavoro fa la "librologa" ovvero la collaboratrice editoriale e la ghost writer: è una donna pragmatica e organizzata, seppure soggetta a bizzarre patologie, come un mutismo improvviso che la coglie tutti i 12 di agosto di ogni anno. Da sempre si guadagna da vivere senza troppo lamentarsi e si occupa del conflittuale rapporto con la madre - che invece è rimasta molto ancorata alla tradizione cinese - LuLing Young. Tutto procede tra le noie e le stravaganze di una normale vita occidentale dei giorni nostri, tra corsi di yoga intensivi e saggi sull'influenza dell'Internet sulle nostre esistenze, autori troppo eccentrici cui fare da balia e i molteplici impegni della quotidianità, quando LuLing, da sempre in ostilità con la figlia, comincia a dare i primi segni di Alzheimer. 

In questo c'è una forte analogia con il film, la cui protagonista invece è Mija, una signora coreana di sessantasei anni che si occupa del nipote adolescente, dipendente dalla televisione, trascurato e chiuso in se stesso, perché la figlia, assente sia fisicamente che psicologicamente, non riesce a farsene carico da sola. 

Amy Tan, l'autrice della Figlia dell'aggiustaossa, a questo punto del romanzo affonda le mani nella tradizione della sua stessa terra natale e fa sì che Ruth, alle prese con le proprie ansie e conflittualità emotive, riscopra un libro scritto dalla madre dove trova narrato un mondo completamente diverso dal suo, ricco di nomi evocativi e un lingua di caratteri - Preziosa Zietta, Bocca della Montagna, Cuore Immortale - e soprattutto un personaggio misterioso: l'aggiustaossa. Scoprirà del magico inchiostro che produceva la sua famiglia e del significato delle ossa oracolari. E l'avventurarsi in questo mondo antico fatto di Madri e Padri e rituali dimenticati rimette a posto le prospettive del suo nevrotico presente.

Anche Mija nel film a un certo punto compie una scoperta. In questo caso, il disvelamento è tragico, un crimine di cui si macchia l'inconsistente e viziato nipote. Parallelamente al dramma, però, Mija, che vive di un piccolo sussidio, proprio come la mamma di Ruth del romanzo, e di un lavoro faticoso come badante, si iscrive a un corso di poesia nel centro culturale della cittadina in cui abita con il ragazzino. Le indagini e i traffici poco chiari relativi alle colpe del ragazzo - che ha a che fare con il suicidio di una bambina della sua stessa scuola - procedono di pari passo con le lezioni di poesia. 

Fino a che Mija scopre fino in fondo il significato di un gesto creativo che è molto più di un semplice diletto: scopre che la poesia è qualcosa di assoluto e profondo e finalmente riescerne a scriverne una, forse l'unica della sua vita, realizzando il desiderio di sempre: essere una poetessa. 

Lo sguardo che gli artisti orientali sanno dare alle storie e alla vita in queste due opere arriva a un compimento importante. 

Consiglio questi due lavori a chi sa bene quali e quante sono le difficoltà della vita.

Consiglio però questi due capolavori anche a tutti quelli che sanno quanto l'arte, la letteratura e la poesia siano tesori cui attingere proprio in quei momenti. Nei libri, nei film, nelle poesie - e nelle altre arti - spesso sono nascosti i segreti su come fare ad affrontare tutto quel che c'è da affrontare.

venerdì 12 febbraio 2016

Tazzina di sakè. Mia amata Yuriko - intervista ad Antonietta Pastore

Antonietta Pastore, Mia amata Yuriko, Einaudi
Mia amata Yuriko è un romanzo delicato e profondo come sanno esserlo solo le emozioni e le opere d'arte più autentiche della vita. Confluiscono, in questa storia vera - e verosimile solo nelle parti in cui la memoria dell'autrice ha dovuto essere completata da piccoli inserti di immaginazione - diversi elementi, tutti accurati e importanti. Il lettore, alla fine della lettura, resta legato alla bellezza elegante delle ambientazioni ma soprattutto ai personaggi e scopre anche se stesso come in uno specchio: si possono ritrovare temi decisivi come il contrasto tra il destino (qui rappresentato, fondamentalmente, dalla guerra e dalla bomba atomica che ha colpito Hiroshima il 6 agosto del 1945) e la scelta individuale. La difficile concordanza tra l'amore per un'altra persona e il rispetto per sé. La capacità di sopportare il dolore, la vergogna e la determinazione. Fino all'illuminazione finale che fa entrare la luce in tutta la storia e, senza paura di svelare troppo, si può dire che abbia a che fare con la piccola, ma ineguagliabile gioia della consapevolezza di avere fatto la cosa giusta. In tutto questo, nelle parole che compongono questo romanzo breve e perfettamente composto, c'è il tocco della scrittrice e traduttrice Antonietta Pastore che descrive di come abbia raccolto la vicenda di Yuriko. Si capisce bene quali passaggi, quante attese e quanta delicatezza d'animo abbia richiesto la tessitura di una trama impeccabile proprio perché reale. Si sente una voce sì delicata, ma anche fortissima. Strutturata da una dote naturale e insieme, si può intuire, dal pluriennale lavoro di traduttrice dal giapponese e dalla assiduità dell'autrice con questa cultura – sappiamo infatti che ha abitato in Giappone per sedici anni sia per amore sia per lavoro.

Personalmente, dal momento che Murakami Haruki è uno degli autori che più hanno influenzato la mia esperienza di lettrice e la mia vita, non posso non notare una analogia di sentire tra l'autrice e traduttrice dei suoi lavori e Murakami stesso, come immagino degli altri autori da lei tradotti. A un certo punto, nel corso della lettura, ricordo proprio di aver pensato: il mistero di Yuriko assomiglia al mistero chiuso in certi personaggi del mio autore giapponese preferito! Ma nel romanzo di Antonietta Pastore ci ho letto un pezzetto di qualcosa in più: Yuriko è reale, è una donna come tante, come me. Una donna da cui imparare come si decidono le grandi cose della propria esistenza, e anche quelle minime. Infine, ho capito leggendo che è possibile che un no o un sì detti al momento opportuno ripaghino di un'unica, ma vitale cosa: la dignità che ci rende umani.

C'è da aggiungere che di per sé la lettura di questo libro è un privilegio, come lo è la meticolosità intellettuale ed emotiva che fa sì che arrivino, confezionate con purezza estetica, racconti belli e utili come questo. Ci aggiungo però un mio personale privilegio, che voglio condividere con i lettori affezionati di questo blog: la possibilità di rivolgere a un'autrice che leggo e seguo da tempo nel suo lavoro, alcune domande.

Mia amata Yuriko è un romanzo che tocca diversi temi, ma quello che, al termine della lettura, pare più evidente è il valore della scelta. Un nodo che si scioglie solo alla fine di tutto il racconto, quasi a svelare un mistero, che è quello della personalità e della vita stessa di Yuriko, una donna che appare subito forte ma anche, inizialmente e al tempo stesso un po' “strana”. Può raccontarci come lei, Antonietta Pastore, abbia invece scelto di trasmettere ai lettori questa storia? Dal capitolo finale del libro, sappiamo infatti che tutto è nato dopo i tragici eventi di Fukushima del 2011. 

Le scelte, a volte, si impongono, diventano una necessità. Per fortuna non tutte sono drammatiche come quella che deve fare la protagonista del libro, Yuriko, davanti a un dilemma da cui dipende la sua dignità di donna e di persona. Nel mio caso, la decisione di raccontare la sua storia è nata sì da un’urgenza reale, però il mio ruolo è solo quello della testimone. Negli anni in cui vivevo in Giappone, la mia esistenza per un breve momento ha incrociato quella di Yuriko, e quest’incontro ha lasciato in me una traccia, come un punto in sospeso in fondo alla mia coscienza. A lungo ho pensato che la sua vicenda meritasse di essere narrata, ma al tempo stesso mi dicevo che non era il caso di riesumare eventi molto lontani, molto tristi, sui quali era forse preferibile lasciar calare il silenzio.
Nel marzo del 2011 però, quando ho visto che la tragedia di Fukushima provocava danni − che non giudico collaterali −, analoghi a quelli che già si erano constatati dopo Hiroshima e Nagasaki, ho sentito che era venuto il momento di parlare di Yuriko. Perché a distanza di decenni altre persone, altre donne, erano vittime di ingiustizie simili a quella subita da lei. Avendola conosciuta, mi sentivo in qualche modo autorizzata, anzi, quasi tenuta, a raccontare la sua storia, come se fossi stata scelta a testimone, appunto, di una realtà sconcertante, mai divulgata. 

Per la stessa natura delle esplosioni di Hiroshima, quello della bomba atomica che ha colpito gli abitanti di quelle zone del Giappone pare essere un tema a lunga percorrenza. La storia di Yuriko ci parla di tempi lentissimi, di attese apparentemente senza fine e di indeterminatezza. Si può immaginare che il suo lavoro abbia richiesto molto rispetto e capacità di far sedimentare il materiale narrativo di cui disponeva per dargli ancora più valore: è così? E quanto è determinante l'attesa, nella vita come nella scrittura? 

Come ho appena detto, ero a conoscenza della storia di Yuriko da molti anni, la prima parte mi è stata rivelata nell’82. Era una vicenda di un valore e di una gravità tali che, anche dopo aver iniziato a scrivere sul Giappone, dubitavo di avere il diritto di raccontarla. Prima del marzo 2011, è stato soprattutto questo dubbio a trattenermi dall’imbastire anche solo un progetto di narrazione. Rischiavo di inoltrarmi in un terreno che aveva una sua sacralità, di oltrepassare una soglia che nemmeno il ruolo di testimone mi autorizzava a profanare. Non ero abbastanza motivata per infrangere un tabù: toccare l’argomento Hiroshima.
A parte questa considerazione, sono contenta di aver lasciato che il silenzio calasse per tanto tempo sulla storia di Yuriko, di averla relegata in un angolo della mia memoria − senza però dimenticarla. Perché col passare degli anni e con l’accumularsi delle esperienze ho acquisito, come la maggior parte delle persone della mia età, “la cognizione del dolore”, senza la quale non è possibile raccontare la sofferenza altrui. La consapevolezza della drammaticità intrinseca alla vita mi ha aiutata a illuminare una storia “sedimentata” in una zona oscura della mia mente, dove rischiava di sprofondare al di là della soglia dell’inconscio. Non dico che debba essere così per chiunque, ci sono persone − e scrittori − che questa consapevolezza, bene o male che sia, la raggiungono relativamente presto.

Nel romanzo appare anche la contraddizione tra il silenzio e la parola. Come se l'uno non potesse fare a meno dell'altra, proprio come i due innamorati protagonisti della storia. I noti silenzi che contraddistinguono il carattere dei giapponesi, qui si mostrano come antesignani però di una parola finale che si fa necessaria. Il silenzio sembra proprio il territorio in cui la parola, come un seme, impara a germogliare. Nel caso del romanzo, attraverso una lunga lettera che rivela il senso stesso dei fatti accaduti. Si può dire che anche la letteratura abbia questo ruolo? Come uno svelarsi di contenuti che maturano solo nel silenzio?

Sì, certo. Basta pensare a Jorge Semprún, che per lungo tempo non ha voluto raccontare, anzi ha cercato di dimenticare, il periodo trascorso a Buchenwald. Per lui era la condizione per poter continuare a vivere, come spiega nel libro La scrittura o la vita. Sentimenti analoghi credo che abbiano indotto molte vittime di Hiroshima e Nagasaki a non parlare della propria esperienza, se non in tempi recenti. Ma naturalmente non si può generalizzare: ci sono autori − quelli appartenenti alla cosiddetta “letteratura della bomba atomica”, il cui massimo rappresentante è Hara Tamiki − che già pochi mesi dopo l’agosto del ’45 hanno scelto di scrivere delle esplosioni nucleari e delle conseguenze che hanno avuto sulla loro vita.
Nel caso di Yuriko, tuttavia, il silenzio mantenuto fino all’ultimo era forse strumentale al suo bisogno di proteggere l’amore che ha continuato a nutrire per il marito. E non è stata lei a romperlo alla fine.

Domanda inevitabile: quanto il suo lavoro di traduttrice ha influenzato il suo stile di scrittura? Consiglierebbe a un aspirante scrittore di imparare anche a tradurre da un'altra lingua?

Dopo l’uscita di Mia amata Yuriko, più volte mi sono sentita dire che la mia scrittura è “molto giapponese”. Non capisco bene cosa significhi, dato che ho tradotto autori molto diversi fra loro − Natsume Soseki e Murakami Haruki sono stilisticamente agli antipodi. Forse quest’osservazione si riferisce alle atmosfere che troviamo nei romanzi dei narratori classici moderni − quali Soseki, appunto, o Tanizaki −, atmosfere che il mio romanzo, considerata l’epoca in cui si svolge gran parte della vicenda, probabilmente evoca. Posso dire però che non sono esente dall’influenza di Murakami, perché uno dei temi a lui più cari − il senso di perdita e il rimpianto per quello che non si potrà mai più ritrovare − è sempre stato nelle mie corde, e forse per questo motivo la storia di Yuriko mi ha così profondamente commossa quando ne sono venuta a conoscenza.
Riguardo al consiglio di provare a tradurre qualcosa prima di mettersi a scrivere, no, non lo ritengo molto utile. Tradurre, da qualsiasi lingua, non è una cosa facile, è già un mestiere in sé e rischia di assorbire tutte le energie. Inoltre, è ovvio che la traduzione è un’ottima scuola di scrittura, ma sono due cose diverse, avere talento per la prima non implica necessariamente che si riesca a fare bene la seconda. Ci sono scrittori eccellenti che non hanno mai tradotto una riga in vita loro, così come ci sono traduttori bravissimi che non sanno dar vita a una storia, a dei personaggi, veri o immaginati che siano. E poi ci sono gli scrittori di professione che traducono − come Murakami Haruki − e i traduttori di professione che scrivono, come me. Un’attività non esclude l’altra, possono alternarsi a ritmi che variano da persona a persona. 

Quello di Yuriko pare un destino che la connota soprattutto in quanto donna. Quasi come se i diritti umani, quando si tratta di persone di sesso femminile, assumano una valenza più sfumata. Attraverso una storia d'amore, il romanzo ci spiega anche questo: come le donne, a Hiroshima ma anche altrove nel mondo, abbiano subìto un carico di dolore morale diverso rispetto a quello degli uomini e in questo risiede anche la forza del personaggio. Pensa che racconterà ancora di donne, come ha già fatto in precedenza nei suoi lavori?

È vero che in tutte le crisi sono le donne a pagare il prezzo più alto, sia nello spirito che nel corpo, ma questa discriminazione non avviene impunemente per nessuno, anche se non sempre se ne percepisce subito la portata. L’infelicità di una donna, soprattutto quando è causata da un sopruso, da un’ingiustizia, si irradia sull’ambiente che la circonda e ne riduce le potenzialità, lo spegne. Così alla fine qualche danno ne deriva a tutti, anche se spesso la gente − in primo luogo gli uomini, ma non soltanto loro − non se ne rende conto e continua a infliggere alle donne lo stesso trattamento iniquo. È quello che succede a Yuriko, vittima soprattutto delle convenzioni sociali.
Quanto a raccontare ancora di donne, vorrei farlo. Non riesco a immaginare di narrare una storia il cui protagonista sia un uomo, forse perché ho tendenza a scrivere in prima persona.
 

domenica 3 febbraio 2013

Quando l'imperatore era un dio, di Julie Otsuka.


Julie Otsuka, Quando l'imperatore era un dio, Bollati Boringhieri

Se potete, prendetevi qualche minuto e leggete:


"Si asciugò le mani sul corpetto del vestito e si avvicinò alla gabbia. Sollevò il panno verde e aprì il gancio dello sportello. 'Vieni fuori' disse. L'uccello le salì con cautela sulla mano e la guardò. 'Sono io', disse la donna. L'uccello batté le palpebre. Aveva gli occhi neri e bulbosi, privi di centro. 'Vieni qui' disse l'uccello, 'vieni qui, adesso'. Le sembrò di sentire suo marito. Se avesse chiuso gli occhi avrebbe potuto immaginarlo lì con lei. La donna non chiuse gli occhi. Sapeva benissimo dov'era suo marito. 

(...)

Lo immaginò sdraiato, con un braccio sopra gli occhi, poi baciò l'uccello sulla testa. 'Sono qui', disse. 'Sono qui, adesso'. Gli diede un seme di girasole, che l'uccello ruppe con il becco. 'Vieni qui', ripeté. La donna aprì la finestra e posò l'uccello sul davanzale. 'Tu sei in gamba' le disse. La donna lo accarezzò sotto il mento e lui chiuse gli occhi. 'Sciocco pennuto' gli sussurrò. Poi chiuse la finestra. Adesso l'uccello era fuori, dall'altra parte del vetro. Bussò tre volte con la zampa e disse qualcosa che lei non capì. Non lo sentiva più. Picchiò anche lei sul vetro. 'Va'' disse. L'uccello batté le ali e volò sull'acero. La donna prese la scopa da dietro il fornello e andò fuori a scuotere i rami dell'albero. Spruzzi d'acqua caddero dalle foglie. 'Va'' gridò. 'Vattene via da qui'. L'uccello aprì le ali e volò via nella notte".


Spero perdonerete il piccolo gusto un po' adolescenziale di copiare parti di libri, come se questa fosse un'agenda, un vero diario di bordo delle letture, cosa che in effetti però è. 

Ma è nel ripetere più volte certe parole che ne capisco di più il significato. Alcune volte la mente rallenta, non so perché, e bisogna ripetere e ritornare piano sulle cose. 

Vi avevo già raccontato di questa meravigliosa scrittrice, qui. Nonché delle mie personali antiche correlazioni con il Giappone e del perché mi interessa così tanto. Dopo il penultimo post su 1Q84, rieccoci dunque ad avere a che fare con questa gente, questa cultura, questo mondo bellissimo. 

A pochi giorni dalla Giornata della Memoria, poi, mi pare una lettura anche interessante da un punto di vista storico, perché qui si racconta di una deportazione. Seguito di Venivamo tutte per mare, questo romanzo descrive proprio cosa accade nei primi anni Quaranta quando a Berkeley il giovane padre di origine giapponese di una famigliola come tante, apparentemente ben integrate nella società americana, viene catturato e arrestato. 

Dopo l'attacco a Pearl Harbour, i cittadini nati in Giappone, con quei tratti somatici lì, sono diventati sospetti e, di colpo, potenziali nemici. La moglie, rimasta sola con due bambini, deve quindi scegliere le poche cose da portare via con sé e partire per un lungo viaggio in treno. Destinazione: il deserto dello Utah e un villaggio di baracche recintato, senza ombra, pieno di polvere, minato di regole e restrizioni, dove resterà confinata per tre anni. 

In questo contesto di angoscia, la voce narrante, le voci anzi perché l'autrice, che qui attinge a ricordi famigliari anche, non rinuncia al respiro corale del primo romanzo, è di una grazia gentile,  malinconica, calma. 

"'Non toccarmi' disse la bambina. 'Voglio star male da sola'. 'Impossibile' disse sua madre. Continuò a strofinarle la schiena, e la bambina non la respinse'".

C'è una sorta di mondo, più sottile ma non meno struggente, che si crea nel villaggio e che mi ha ricordato La vita è bella di Benigni, perché questa madre, cui man mano finiscono i rossetti, le creme, i profumi e resta spoglia, con le sue rughe, con le sue mani che accarezzano le fronti, con i suoi sguardi stanchi e vigili, tuttavia mette le energie che le restano per occuparsi di loro, per vedere un futuro anche nell'orrore. 

Nella scena che ho trascritto tutto deve ancora compiersi. Ma lei si sta pian piano liberando delle cose, delle creature, che non potrà portare nel viaggio. In questo caso un uccellino parlante. 

Se anche nell'intimità segreta delle vostre vite vi è capitato qualcosa di vagamente analogo, potete capire cosa può significare separarsi anche dalle piccole cose care, non solo dalle grandi, dagli animali. Se conoscete questa ferita, leggerete con le vostre lenti abituate, ma anche se non vi è mai successo, è un'esperienza da capire. Da sapere.

Come anche si manifesta l'attaccamento alle proprie minuzie e attività quotidiane mentre gli eventi macroscopici del mondo provano a distruggere tutto, destabilizzando.

Siamo sul treno:

"La bambina disegnò un grande borsalino nero con una minuscola piuma infilata nel nastro. Era molto brava a disegnare. Due anni prima aveva vinto il primo premio alla Lincoln Elementary School per il disegno di una pigna. Si era semplicemente concentrata nel vedere la pigna, senza quasi mai guardare la matita, e il disegno si era fatto da sé".

Cose piccole, ma che determinano a comporre la vita di persone normali e speciali insieme. Ed è questo che continuiamo a non capire: come questo tipo di eventi storici, e se ne conoscono infiniti, possa andare a devastare proprio lì dove c'è l'innocenza. Questa è la domanda che pone il libro. Privandoci naturalmente della risposta, che nessuno ha. 

C'è solo un capitolo per così dire un po' più espressionista e vivido. Quello che dà il titolo al libro.

Quando l'imperatore era un dio.

"Era il 1942. Nello Utah. Sul finire dell'estate. Una città di baracche rivestite di carta catramata dentro una recinzione di filo spinato, su un polveroso altopiano alcalino nel deserto. Soffiava un vento caldo e secco e pioveva di rado, e il bambino lo vedeva ovunque guardasse: papà, babbo, padre, Oto-san. Perché era vero, si somigliavano tutti".

Questo padre però non c'è mai, e si manifesta solo tramite lettere che si infilano negli interstizi della narrazione, ad accrescerne l'emozione, lo strazio.

Strazio che si ripresenta al ritorno a casa, quando tutto è cambiato e, come si sa, questo tipo di esperienze sono impossibili da cancellare. 

L'ultimo capitolo, infine, dal titolo Confessione, è disarmante e lo lascio a voi, alle vostre conclusioni, che però vi anticipo non sono facili e si rimane in silenzio. Ad assimilare questa storia come un nutrimento amaro eppure inspiegabilmente nutriente.

Buona lettura.







mercoledì 23 gennaio 2013

Taccuino di caffè (e alcune altre amenità!).


Gasp. Avevo preannunciato, nella serata delle puntate precedenti, al Circolo dei Lettori, su gentile richiesta, un post su Murakami, e la mia rilettura (sic. davvero) di 1Q84III.


La terza parte di un capolavoro che amo con tanto amore.

Ma. Non è ancora il momento! La foto sarebbe pronta. Anzi le foto, come vedete sotto.

(E metto anche quelle della bella serata di cui prima!).

Solo che non sono pronta io. Sto rileggendo 1Q84III e so che è un po' strano, mettersi a rileggere così un romanzo, con tutte le cose che ci sono da fare nella vita. Ma ci sono insieme tutte delle ragioni mie un po' spirituali, che nemmeno ho capito ancora bene, e che tenterò tuttavia di spiegare.

Il motivo di questo ritardo è però anche che ho iniziato a lavorare fuori casa. 

Per il Salone del Libro, come raccontavo un po' qui. Quindi, fino a maggio, sarò in giro per uffici. Insieme agli ALTRI esseri umani.

Dicono che per le persone come me (ipocondriache, melanconiche, ansiose etc.) lavorare fuori casa sia sano. In effetti, ammetto che un po' è vero.

Erano tanti, tanti, tanti anni che me ne stavo a casa per lo più da sola tutto il giorno. Alla sera, tornava il mio fidanzato, che ha iniziato a credere di convivere con un panda, più che con una donna vera, e poteva essere l'unica anima che incontravo dal vivo nella mia giornata, per diverse giornate di seguito. Stavo spesso in pigiama, leggevo sul divano, soffrivo un po', poi facevo il tè, era bello. 

E l'avevo, in parte, anche scelto io. 

Una scelta un po' obbligata, da complicatissimi casi della vita, e secondariamente perché faccio una fatica mostruosa a stare in mezzo alle persone per più di poche ore. Non so voi, ma per me è sempre stato un dramma. Molto difficile, molto.

Invece, pensavo, se stai sola a casa disponi completamente del tuo tempo. E, nel mio caso, anche delle tue manie, delle tue paure. Anzi, loro finiscono per disporre di te, se non fai qualcosa di massiccio per sconfiggerle. In effetti, adeguarmi un po' ai ritmi del resto del mondo, mi fa bene, credo. No, anzi, non è che mi faccia bene o male, ma forse era necessario per una come me. Troppo solitaria. 

Dunque, detto ciò, avevano ragione però quelli che mi chiedevano: "dove lo trovi il tempo di scrivere un blog?". Adesso che sto cercando di abituarmi a nuovi ritmi di vita, devo ammettere che il tempo, il Tempo, non c'è. 

Bisogna pensarlo. Meditarlo, amarlo, desiderarlo molto, sospirarlo, rispettarlo, aspettarlo,  inventarlo, cambiarlo, pazientare e costruirlo. Ecco, circa, pare che sia così. Per questo ho deciso di rinviare il post su Murakami. Perché mi devo organizzare mentalmente e riconsiderare gli ultimi cinque anni di antiche abitudini lavorative da eremita, di terrori, di gioie, di stranezze di ogni genere (non approfondisco ma insomma siamo umani capirete). 

Vero è che le difficoltà cambiano, il tempo passa, oggi ad esempio ho scoperto di essere molto più miope del previsto e i ragazzini dell'Euroclub mi hanno chiamata "Signora", era già successo, ma con più convinzione del solito. 

Alla fine forse è solo che si cresce, si sta dietro a tutto, e non si sta dietro più a niente.

Ma di certo non smetterò di leggere e scrivere qui o altrove, promesso, ovviamente. Anzi. Mi piacciono queste sfide. Perché ci sono delle cose, credo (credo!) di aver capito, che vanno misteriosamente conquistate. E che al tempo stesso accadono senza dover fare poi chissà che, perché sono le tue cose ed è giusto che tu te ne occupi, ed è destino che arrivino, che si facciano senza stare troppo a preoccuparsi. (Ad esempio, ma devo ancora riordinare le idee su questo, sto imparando delle novità sull'amore, poi ve le dico, ma la scoperta è che non c'è niente di strano da fare per meritarselo, è gratis etc. Cioè basta essere vivi, e qualcuno ti potrebbe amare senza che tu sia un genio oppure chissà chi, oppure una persona triste, non so, vi parrà scontato ma è una grande verità!).

Lo dicevo poi anche in quella bella serata del Circolo dei Lettori, che la cosa più sorprendente dell'avere questo blog è stata la consapevolezza che ci fosse qualcuno ad aspettarmi. Qualcuno che anche non mi conosceva, che mi aveva vista mezza volta nella vita di persona magari, o due volte massimo, ma che mi aspettava per le mie parole. Incredibile. Ma bello. In effetti anche io aspetto gli altri, ma non pensavo potesse realmente succedere il contrario. E ringrazio chi mi ha scritto in questi giorni a proposito di questo argomento. Ci sono persone brave e speciali là fuori. 

E farle contro il tempo queste cose ha un suo un senso, almeno così dicono i filosofi, i saggi e gli esperti. Credo sia vero. Carpe diem! Ed eccoci qui al taccuino del mercoledì. (Ma ribadisco: non temete che il post mega su 1Q84III arriverà in tutto il suo splendore nipponico).


Quindi. Cosa è successo su internet in questi pazzi giorni di nulla (dicono cioè che questi di fine gennaio siano i più faticosi e insulsi perché troppo lontani da qualsivoglia idea di festa, riposo o divertimento. Per me non è del tutto vero, oggi, ad esempio, è il compleanno di mia madre, che, per me, ha molto senso, visto che senza questo giorno oggi non sarei qui a picchiettare sui tasti, quindi c'è un senso in praticamente tutte le cose giusto?). Allora, cosa mai è successo? 


1) Il mondo ha bisogno di lettere d'amore. Avevo scovato questo meraviglioso progettino qui, qualche tempo fa. Poi ieri è finito sul Guardian, e adesso mi dò volentieri e legittimamente arie da talent scout! Dunque, loro scrivono lettere d'amore. Agli sconosciuti, o ai conosciuti, dipende. Ma fanno questo nella vita e sembrano contentissimi. Dovete scoprirlo da voi, però: che posso altro aggiungere io di fronte a una genialata del genere? 

2) Editori e librerie e tweet e bookblogger. Non è solo per ricambiare una gentilezza, ma anche e soprattutto perché l'argomento e il blog sono interessanti. C'è questa ragazza, italiana, che si occupa di editoria e di ebook e lo fa con competenza e professionalità. Prima non la conoscevo, grazie al magico mondo dei blog posso dire che sia diventata una giovane amica, quindi grazie cara Pantofola Digitale (e complimenti ancora per il fantastico nick name)! Guardate qua

3) Per favore, andiamo in Nepal. Certe volte mi capita di voler essere in posti lontani e spirituali. Poi magari non ci andrò mai, ma è come esserci stata, tanto è il sogno di questi spazi diversi. Scopro che quella cosa che i media (una volta lo si diceva di quell'affare desueto chiamato "televisione") consentono viaggiare lontano in parte è vera. Dunque, facendo un salto in Nepal, ho notato che è appena nata una rivista letteraria molto curiosa, eccola qui. (Via Literary Saloon, scovato via @Einaudieditore).



Musica per tutto questo: a cold and a broken Hallelujah.




Murakami da lavoratrice da casa.

Murakami-ufficio.

Con Elena Masuelli, la giornalista con il più bel bracciale del mondo. Al Circolo dei Lettori. 

Ciao!

sabato 12 gennaio 2013

Ieri sera, Circolo dei lettori, Murakami, altre amenità.


Ieri sera, al Circolo dei lettori, quella sono davvero io, con Luca Gallo, per presentare il suo Prossima fermata Trambusto.


Che emozione ieri sera. Non la so spiegare con precisione. A novembre vi raccontavo, qui, della presentazione del romanzo di Daria Bignardi con Massimo Gramellini, e del forte impatto che ha avuto il Circolo dei lettori sulla mia suggestionabile mente, ed eccomi lì seduta ieri sera, al posto di Gramellini: infatti è la prima cosa che ho detto: l'ultima volta che sono stata qui, su questa sedia c'era G r a m e l l i n i!

Che impressione. Speriamo che porti fortuna! 

Ringrazio Luca Gallo per questa bella opportunità di riparlare per la novecentoventesima volta del suo libro (hehe, l'ho presentato, contavamo ieri, almeno cinque/sei volte in diverse occasioni: sì, lo so a memoria!). 

E vi ricordo che, se invece avete piacere di chiacchierare con me, proprio sull'esperienza di Tazzina-di-caffè e il bookblogging, mercoledì 16 si inaugura Parola di blogger sempre al Circolo, come vi raccontavo due post fa, e potremo prenderci un aperitivo insieme. W gli #apeblog.

(Preannuncio che ci saranno presto anche altre occasioni per raccontarvi di blogwriting e libri e caffè in giro per l'Italia, ad esempio ad aprile sarò a Monza a un bel convegno dove avrò ben 30 minuti per parlarvi a ruota libera di tutto ciò, ma vi riaggiorno con le info in tempo utile, specie se siete di quelle parti!).

E insomma insomma. Che dire?

Ad esempio che oggi è un giorno importante per i fan di Murakami Haruki, e immagino anche per lui stesso e i suoi cari: perché è il suo sessantaquattresimo compleanno! Per un beatlesiano come lui poi è una data significativa - metto qui giù il video per chiarirne il motivo. 

Allora succederà che parleremo un po' di lui oggi dalle 17.30 alle 19.30 (e di tante altre cose) a Flash Papers su Radio Flash 97.6. 

In particolare, 1Q84 è stato il primo libro di cui ho raccontato in trasmissione, ormai un anno fa: ero tesa come non so che cosa, mi batteva il cuore a velocità preoccupanti, giuro che temevo che i battiti si sentissero al microfono - ma ormai forse un po' mi conoscete, sono completamente folle su certe cose. 

Comunque spero che sarà una bella cosa ritrovarsi dopo un anno e fargli gli auguri via radio. 

Chissà se ci ascolta. 

Ovviamente non ci ascolta; ma se fossimo in uno dei suoi romanzi, ci ascolterebbe.  

Ci ausculterebbe, forse. In un certo misterioso senso. Percepirebbe magari i nostri pensieri e i nostri respiri. Sarebbe una specie di giapponesissima magia. 

E naturalmente, io credo a questo tipo di incantesimi. 

Quindi, se volete, ci sentiamo più tardi nel pomeriggio.

Intanto grazie! Buon we. A presto.

lunedì 23 aprile 2012

Nel Giappone delle donne.




Dopo aver letto Venivamo tutte per mare, mi è tornato in mente questo piccolo libro. Non è un romanzo, ma racconta storie come se lo fosse. 

E se le pagine di Julie Otsuka descrivevano le vite delle donne giapponesi immigrate in America all'inizio del Novecento, Nel Giappone delle donne fotografa quelle rimaste nella terra natale, qualche decennio dopo. 

L'autrice è Antonietta Pastore che ha vissuto per sedici anni in Giappone come visiting professor all'Università di Lingue Straniere di Osaka, insieme al marito e ha studiato Pedagogia a Ginevra e a Parigi. 

"In Mila e Shiro, due cuori nella pallavolo, le componenti di una squadra femminile passano con estrema facilità da un atteggiamento pudico e bamboleggiante (...) a un'aggressiva determinazione. Tirando fuori una grinta da far invidia a un campione di boxe, le atlete spiccano salti da gazzelle, si buttano a terra, lanciano urla, dànno al pallone sventole tali da proiettarlo nel campo avversario con la potenza di un meteorite. E riportano immancabilmente la vittoria al termine di una partita che sembra una battaglia all'ultimo sangue. Dopo la quale ritrovano di colpo tutta la loro femminile modestia e s'inchinano graziosamente davanti all'allenatore - maschio - per ringraziarlo di averle portate a un tale livello di bravura".

Atsuko, Eriko, Makiko, Yoko e altre prendono forma in questi racconti sui grandi temi della vita: religione, famiglia, matrimonio, lavoro, mizu shōbai (il "commercio dell'acqua" ovvero locali in cui viene "favorita la prostituzione"), la terza età. Sono tutte donne appartenenti alla classe media, quella più accessibile all'autrice, ma non manca un capitolo dedicato alle classi sociali più povere, dalle operaie alle mogli dei pescatori.

Ci sono alcune peculiarità di queste donne, di questa cultura così complessa e controversa, che il libro esplora con uno sguardo scientifico ma anche tipico di chi, con quella cultura non sua, ci ha fatto i conti per un lungo periodo, dal momento che l'autrice lascia un po' di spazio anche a una sua narrazione personale ed emotiva.


興味深い 




domenica 15 aprile 2012

Venivamo tutte per mare.




Non ho mai letto un libro così bello. Non "potente", non "giusto", non "importante", non solo almeno. Ma proprio bello. Nel senso della bellezza. 

Sulla quale scrittori, registi, pensatori, mistici, pittori, scultori e altri si interrogano da sempre. E adesso è arrivato anche questo romanzo di Julie Otsuka, Venivamo tutte per mare, Bollati Boringhieri ad aggiungere un tassello dorato nel mosaico dello splendore e dell'ingegno. 

Perché, oltre a rappresentare un vero documento storico - l'autrice infatti esplora* il fenomeno dell'immigrazione giapponese in America a inizio Novecento - il libro contiene in sé anche una prova di abilità di scrittura e di tecnica, di perfezione e miniatura. In una parola, leggerlo è come accorgersi di un prodigio naturale, come un alto picco innevato, ed esserne testimoni. Ho letto che è stato definito ipnotico e corale. Concordo. Non leggevo un libro così corale e ipnotico, credo, dall'Antologia di Spoon River

Corale perché la voce narrante è molteplice. Il soggetto è sempre "noi". Nello specifico, "noi ragazze giapponesi" trasferite, per mare, negli Stati Uniti, a incontrare futuri mariti mai visti prima.

Il Giappone, la sua cultura, per quel che ne so io, ha poteri, tra le tante altre cose, incantatori. 

(Digressione ultra-personale: qualcosa di giapponese, forse ve l'ho già raccontato, è entrato nel mio sangue, da goffa bambina cintura bianca "troppo alta per la sua età" a giovane donna cintura nera primo dan di aikido dagli otto ai ventitrè anni, che sembra un soffio, ma è stata un'impresa sotto ogni aspetto, comunque in modo indelebile. Qualcosa di importato, indecifrabile, inesatto ma decisivo per così dire e per il resto della mia vita. E quel qualcosa, nel parlare franto e quasi trasparente di queste voci io lo sento davvero, sulla pelle, nella memoria, nel cuore, nei muscoli, non lo so, chissà dove e perché, da qualche parte.)

E dunque dentro questa voce che parla si intagliano come scritte bianche nel vetro, ancora altre voci, quasi echi ancora più lontani ma che saltano su come i ricordi più netti, scritte in corsivo che letteralmente parlano e non so come spiegano meglio il concetto appena espresso dalla voce principale, che racconta tutto il tempo. 

In una parola, la voce narrante è la vita. La vita di quelle persone che racconta se stessa, guardata con gli occhi delle sue donne, il loro vociare, le loro meditazioni, i loro sogni, la loro paura, la preoccupazione, l'esasperazione, il sogno, l'ingenuità maledetta, tutto insieme, contemporaneamente. 

Perché in effetti c'è tutto: la ricerca di qualcosa di meglio. Il viaggio per andarlo a cercare. La disillusione. L'amore. I figli. Le disgrazie. Le sorprese. La guerra. I frutti della terra. L'abnegazione. L'abiezione. La sopraffazione. L'incomunicabilità. La tradizione. La servitù. Il soggiogamento. La distruzione del passato. Il ritorno del passato. E lunghi capelli lisci, pettinini di tartaruga, fragole, sangue, dolore, morte, dicerie, tradimenti, deportazioni, valigie, rughe, minuzie, cani, calli sulle mani, percosse, sguardi, incubi notturni, cieli azzurri, riso, carne, destini.

Tutti i destini di questa fetta di mondo semovente, piccolo, questo angolo di Storia che nelle parole di questa scrittrice si circoscrive in sussurri. 

E questo tutto, che potrebbe sembrare un enorme brusio sovraffollato, assomiglia invece a un panorama pieno di stelle differenti. Belle. Ed eterne.

"La prima parola della loro lingua che ci venne insegnata fu: 'acqua'. Gridala forte, ci dissero i nostri mariti, quando cominci a sentirti debole in mezzo ai campi. 'Impara questa parola', dissero, 'e ti salverai la vita' ".

"Non sapevamo leggere le loro riviste e i loro giornali. Fissavamo disperate i loro cartelli. Ricordo solo che cominciava con la lettera 'e'".

"Non lasciarti scoraggiare. Porta pazienza. Stai tranquilla. Ma intanto, ci dicevano i nostri mariti, per favore, lascia parlare me".  


c\_/


* nei ringraziamenti in fondo al libro trovate le sue fonti. 

mercoledì 7 dicembre 2011

Murakami Haruki - 1Q84 - parte I

Murakami Haruki: è un mondo intero e compiuto. Come salire sulla luna, dove tutto è ancora possibile. Per visitare un mondo che non è la terra serve però un'attrezzatura molto solida, di ottima qualità, provata, sicura, collaudata da esperti.

Non so perché, ma mi ritorna adesso alla mente un ricordo lontano della mia esperienza personale: era una delle vacanze più assurde della mia vita: Florida, Cape Canaveral, John F. Kennedy Space Center. Lo Shuttle laggiù di fronte a me in un'aria estiva e cristallina di metà agosto. Era il 1995, avevo 15 anni, una maglietta enorme con una frase di Proust scritta sopra, un taglio di capelli imbarazzante, una vita davanti, una confusione senza fine, una paura costante e uno strumento bianco e complesso, che stazionava immobile a pochi chilometri di distanza, in grado di portare gli uomini esattamente sulla luna. Ricordo di essermi sentita fragile e potente insieme, come mai prima: un assaggio appena di cosa può offrire la vita, ma un assaggio molto eloquente.

E insomma avevo visitato quelle strutture spaziali; non ci capivo molto ma mi era chiaro che per andare sulla luna in sintesi è necessaria una certa preparazione: ferrea, severa, senza vie di scampo. Così oggi penso lo stesso della lettura di Murakami, in particolare di quest'ultimo romanzo-universo. Bisogna essere implacabili, seri, affilati: massima concentrazione, massima ricompensa.

Ma poiché il libro, già immenso, è ulteriormente diviso in due parti e in futuro ne uscirà un secondo, si intuisce bene la mole di questo lavoro. Come posso allora io in quanto blogger far stare tutto in un post solamente? Questa volta è proprio impossibile. Dunque, dopo una breve riflessione, ho deciso di dividerlo in (almeno) due parti: così poi quando uscirà l'altro volume potremo andare avanti insieme, se avrete voglia, nella successione delle scoperte!

:)

Le cose da dire sono tante e la forma-elenco è forse per ora la più adeguata.

Ecco a voi dunque la lista parziale delle cose che potete trovare in 1Q84 di Murakami Haruki, editore Einaudi.

(hem sì, conosco i numeri giapponesi perché sono cintura nera di aikido - giuro! - ma ho smesso di praticare nel 2003).

ichi) Aomame. Una delle protagoniste femminili del libro. Fa un lavoro che non si può raccontare, è una sportiva, passa molto tempo da sola, presta una notevole attenzione al cibo che cucina. Quando sta per compiere trentanni, per lei tutto cambia. La realtà si trasforma sotto i suoi occhi. Dice: ""O sono io che sto uscendo fuori di testa, o è il mondo che sta impazzendo". Siamo nel 1984. Ma le cose per Aomame sono così diverse che sente la necessità di cambiare anche il nome di questa data. "'Anno 1Q84. Ecco, d'ora in poi lo chiamerò così' (...). Q è la Q del question mark, il punto interrogativo. (...) 'L'aria è cambiata, il paesaggio è cambiato. Devo adattarmi il più in fretta possibile a questo mondo con punto interrogativo'". Non so a voi, ma anche a me è capitato l'anno scorso: compiuti i miei 30, ecco che iniziava il 20?0.

ni) Tengo. Uno dei protagonisti maschili di questo romanzo. La sua interiorità è agitata. Qualche volta ha un attacco di panico. Eppure da fuori lascia trasparire una certa calma risoluta o per lo meno la calma è ciò che lui cerca. Soffre molto la domenica, perché quel giorno gli ricorda qualcosa della sua infanzia. Scrive romanzi, ma è professore di matematica. Si trova a rimaneggiare da capo il bizzarro libro di una certa Fukaeri. Tengo è il respiro ritmato di tutta la storia, come se l'avesse riscritta davvero lui per farcela capire.

san) Fukaeri. Diciassette anni e la bellezza totale di quell'età. Ha un mistero. Non usa mai la punteggiatura quando parla, compresi i punti interrogativi. Ha raccontato qualcosa che forse non avrebbe dovuto e ne è nato un libro. Ciò potrebbe aver fatto arrabbiare i Little People.

shi) Little People. Possiedono intelligenza e forza. Ma non solo. Questo però è un tema così terrorizzante che preferisco parlarne poi nel prossimo post. Comunque sappiate che sono entità pericolose, meglio non averci a che fare. "Devi stare attento nella foresta. Nella foresta ci sono cose importanti, e ci sono i Little People. Per non essere danneggiato da loro devi trovare le cose che i Little People non hanno. Se ci riesci potrai uscire salvo dalla foresta".

go) Čechov. Che, con la sua "certa dose di comicità paradossale" (p. 374) è solo uno dei riferimenti culturali del libro e di Murakami in generale. Però per questo scrittore si sente davvero un amore profondo e una vera devozione. In uno dei momenti più emozionanti di 1Q84, compare Sahalin: un libro su un viaggio che Čechov avrebbe compiuto forse per "purificarsi dalle bassezze degli ambienti letterari". E lì ci sono i ghiliachi, un popolo le cui abitudini colpiscono molto Fukaeri, perché, come lei, "invece di utilizzare le strade, continuano a camminare nella foresta".

roku) McLuhan: "è stato uno che ha precorso i tempi. Siccome in un certo periodo era diventato di moda, oggi è un po' sottovalutato, ma le cose che diceva erano quasi sempre giuste".

shichi) Dickens. Tengo si accorge di essere "come uno di quei bambini sfortunati che si trovano nei romanzi di Dickens". Questo è uno spunto che Murakami ci regala: i romanzi dicono qualcosa di noi che magari neanche sapevamo. Veicoli di conoscenza umana.

hachi) Il senso di impotenza. Dal quale sempre si originano molti fatti. Quasi tutti i personaggi lo sperimentano. Qualcuno ne muore. "Sa quanto può nuocere alla vita delle persone?".

ku) Gli anni Ottanta. Che fanno irruzione continuamente. Lady D, il Walkman, il word processor, la politica: per certi versi questo è un impeccabile romanzo storico.

ju) Il Sakigake. Una setta religiosa. Il tema delle sette è molto approfondito e cruciale: e purtroppo si incastra tragicamente con il problema della violenza e degli abusi sui minori. Murakami svolge qui un compito scomodo, molto doloroso e civile.

ju ichi) L'amore. L'amore giapponese è qualcosa di speciale. Sul serio. Hanno una concezione culturalmente diversa dalla nostra: c'è anche una spietata poesia qualche volta.

ju ni) Orwell. Il titolo è un chiaro ed esplicito riferimento al Q-uasi omonimo 1984. Ma: "in questo mondo reale non c'è più spazio per il Grande Fratello. In compenso, sono venuti fuori questi Little People".

Allora per il momento mi fermo qui. Ci vuole un po' di tempo per addentrarsi in una grande impresa e 1Q84 lo è.

L'importante, per questa spedizione spaziale, è assumere tutto come vero e sospendere ogni altro giudizio.

[Continua...]

mercoledì 9 novembre 2011

1Q84 con cerimonia del tè.


Se con Aimee Bender (cfr. post precedente) avevo raggiunto la felicità, oggi sarei proprio arrivata all'illuminazione Zen :) dal momento che sul mio tavolino si trova attualmente l'ultimo e atteso e importante e affascinante e storico romanzo - in realtà sono due - di Murakami Haruki. #1Q84. @Einaudieditore.

E siccome l'evento è mondiale, anche io vorrei partecipare alla festa con la mia piccola cerimonia del tè. Quindi per oggi niente caffè, ascolto la Sinfonietta Janáček - se leggerete l'incipit capirete perché - in posizione seiza (chi la conosce?), faccio un inchino, socchiudo gli occhi a mandorla e incomincio a sfogliare con calma questo oggetto prezioso.

Mi sembra di avere sotto gli occhi (sempre a mandorla) qualcosa di importante, di così magnifico. In questi giorni stanno uscendo libri incredibili: mi ritrovo di colpo faccia a faccia con l'inaspettato e la meraviglia ------> spero lo stesso anche per voi che passate da queste parti.


p.s. e in omaggio al maratoneta-scrittore vi annuncio che domenica correrò la Stratorino (7 sabaudissimi km e molti gadget e buon cibo e frutta finale) pensando a lui e al premio che mi aspetterà: la lettura integrale di questo libro.

c|_|




venerdì 23 settembre 2011

La luce della luna - su Flanerì.




Nagai Kafu, La luce della luna - storia di una geisha, Castelvecchi.


"Alla fine di agosto la siccità era diventata un problema talmente serio da far circolare delle voci secondo cui i rifornimenti idrici sarebbero stati momentaneamente sospesi. Poi, all'improvviso, una sera cominciò a cadere una pioggia torrenziale che proseguì per tutta la notte e metà della giornata successiva. Quando alla fine il cielo si schiarì, la stagione era cambiata. L'autunno, giunto così all'improvviso, si percepiva dalla brillantezza del colore del cielo e dalle foglie dei salici, dal rumore degli zoccoli e dal suono delle campanelle dei risciò nelle strade notturne".

AH. Oggi è il primo giorno delle mia stagione preferita!

Ma se volete saperne di più, su Flanerì vi racconto un po' questo bel romanzo d'altri tempi.

Buona lettura e buon autunno.

:)

mercoledì 25 maggio 2011

venerdì 18 marzo 2011

Giorno di silenzio per il Giappone.

Aderisco anche io all'iniziativa del mondo dei blogger di osservare un giorno di silenzio per la tragedia che ha colpito il Giappone. Potrebbe essere un'occasione per dedicare del tempo a capirci qualcosa di più e a sostenere i giapponesi: chi può, con una donazione, chi non può, con un pensiero.

Grazie a chi passa di qui! A domani e buon week end.

Per altre informazioni: qui

venerdì 11 marzo 2011

Giappone.

Volevo scrivere il post sul carnevale di Ivrea e raccontarvi di assurde avventure. "Cambiare decisamente registro", come dicono i giornalisti, dopo gli ultimi post vagamente laconici. L'ultimo soprattutto, che ha scatenato alcuni equivoci, che ho cercato di chiarire nei suoi commenti :)

Ma è proprio dal telegiornale e dai giornali che arriva una notizia impossibile da ignorare: lo tsunami in Giappone. Parlavo di Giappone proprio l'altro ieri con un amico via mail. Gli raccontavo della mia lunghissima "carriera" (per dire eh) nel mondo delle arti marziali. Tredici lunghissimi anni di Aikido! Ho iniziato da bambina, fino poi a diventare cintura nera (!). E insegnare anche in una scuola materna. Poi ho smesso. Le cose sono cambiate. Quasi non mi riconosco più. Ma alcune cose le ricordo ancora bene. Tra tutte, il mitico maestro giapponese!

Quanto ho amato quella cultura, quel loro cinema così diverso dal nostro. La delicatezza, la levità di certe loro sfumature. E la violenza, l'asprezza, il gelo che sanno creare. (Avete presente Stupore e tremori di Amélie Nothomb?). Sono arrivata così vicina al Giappone, da vestirmi come loro tre/quattro volte la settimana al dojo, ragionare come loro, fare il saluto come loro, sentirmene a volte addirittura un po' i tratti somatici addosso. Quanto ho camminato a piedi nudi sui tatami di tutta Italia? Quante dita piccole mi sono rotta. Ci sono cresciuta sopra. Ho usato le spade, i bastoni, i coltelli di legno. Ho guerreggiato contro gli uomini, e ho vinto :), ho sudato, ho sofferto, ho respirato, ho meditato, mi sono specchiata, ho imparato a leggere ad alta voce in pubblico, ho fatto capriole come una bambina fino a diventare adulta, quante docce negli spogliatoi, quante lacrime anche, quanta fatica, quante volte, letteralmente, sono caduta e mi sono rialzata. Lì sul posto, però, non ci sono mai stata. Ed è rimasto ancora un bel sogno.

Adesso sapere che quella terra-sogno sta tremando, che stanno morendo le persone, e distruggendosi i luoghi, che onde di 10 metri stanno travolgendo le sponde di Sendai, mi fa male.

Questo post è solo per esprimere la mia solidarietà alle già molte vittime di questa tragedia.

giovedì 2 dicembre 2010

28 e non sentirli.

Il Torino Film Festival giunge alla sua ventottesima edizione ed è una cosa ormai serissima. Dal fu Cinema Giovani, in cui eravamo in quattro, pallidi, col cappotto grigiotopo da dove spuntava il libro della biblioteca dalla tasca, neanche diciottenni e io mi addormentavo sempre bellamente sulle poltrone ancora di legno del Cinema Massimo, allo sfavillio mondano di oggi, il passo è stato breve ma intenso!

I primi tempi ci passavo le mie giornate intere, ultimamente non più, ma almeno uno o due appuntamenti non me li perdo.
A me piace andare a caso, capitare quasi senza scegliere il film, farmi trasportare dalla magica atmosfera, e fare vip watching!

Con questo metodo, succede sempre qualcosa, ed ecco i miei highlights di questa edizione:

1) la fila. Nel girone dantesco della coda al freddo e al gelo fuori dal cinema con le transenne ci sono sempre: il "vecchietto ma furbo" che passa davanti. Ci riesce: con i suoi occhi liquidi dietro le lenti spesse, credi stia riflettendo su tematiche di saggezza, invece elabora strategie di invisibilità. Le "lamentazioni": donne che si lamentano del freddo. Uomini che si lamentano del gelo. Chi si rolla le sigarette per sconfiggere il freddo raggelante. Chi mangia un panino per scaldarsi e imprecare contro l'inverno. Questa volta addirittura si è configurata una potente orazione da speaker's corner* di una signora che ce l'aveva proprio con Gianni Amelio (direttore del Festival): "gli artisti devono fare gli artisti. Non sanno niente di logistica". Amen. (però poi ci passa davanti pure lei, alla faccia delle logistica sabauda).

* speaker's corner

2) il Giappone. Pur scegliendo quasi sempre i film con il dado e/o la monetina, capito puntualmente in una sala in cui si proietta materiale ad alto contenuto nipponico. Questa volta: il delicato e promettente Littlerock, di Mike Ott**, in cui i protagonisti sono due fratelli made in Japan, Atsuko e Rintaro, che si ritrovano immersi nella semideserta cittadina di Littlerock per un intoppo sulla loro strada verso Manzanar (un sito di interesse storico relativo ai campi di concentramento allestiti per i giapponesi nella seconda guerra mondiale, un capitolo del recente passato di cui in effetti si parla poco). La cosa interessante del film è il realismo: anche i nomi dei personaggi sono gli stessi degli attori. E poi la delicatezza dello sguardo che fa rima però con uno spietato ritratto della contemporaneità---> Da vedere. Affezionatevi poi a Cory, uno dei protagonisti, nativo dello sperduto paesino, che nella sua vita vera sta cercando con tutto se stesso una via d'uscita tramite l'arte. Il regista - durante il doveroso dibbbbattito di morettiana memoria - ci spiega che lui in prima persona sta cercando di aiutare Cory a svincolarsi dalla sua opprimente realtà, spero con tutto il cuore che ci riesca. Scattano gli applausi festivalieri.

** il simpatico regista!

3) l'accredito. Ce l'hai? Sì, no, forse.

4) Il suddetto vip watching: Steve della Casa, Mario Calabresi, Gianni Amelio in meno di cinque minuti.

5) gli stranieri: fan sempre piacere.

6) gli orari: i film programmati, non so, alle 19.15 o alle 17.45, ti danno un senso di paese delle meraviglie dove tutto può succedere.

7) il sottile confine tra la magia e il vuoto. Mah, questa volta per me va così.

8) il rituale. I punti di riferimento, le sicurezze, l'appartenenza e il sogno.




sabato 20 marzo 2010

Tazzina-di-caffè bynight. XIA.

XIA. Torino. Via Parini 14. Chiuso il lunedì. Tel. 011542540

Questo è uno dei primi ristoranti giapponesi di Torino. Se penso che ci ho festeggiato il mio 18° compleanno, gulp nel lontano 1998, hmmm, mi piglia uno schioppettone. (in piemontese: sciupetun). Per questo, comunque, ma non solo per questo, a XIA sono particolarmente affezionata. Per me equivale - e chi vive in città fluviali capirà - alla classica passeggiata in riva al fiume. Una cosa un po' "Banana Yoshimoto", ma rende l'idea. Quando non si sa bene che fare o che pesci pigliare, si va lì al fiume, si cammina, ci si crogiola al sole anche in inverno, si respira l'aria e i pensieri prendono il corso dell'acqua.
E poi, certamente, il sushi. Ammetto di essere un fan storica del sushi e mi vanto di esserlo da tempi non sospetti, quando ancora non era di moda nemmeno a Milano. Modestamente. Ma tornando a XIA, oggi è tra i più economici giapponesi cittadini. L'atmosfera è calda e casalinga. Le cameriere, due di sicuro figlie dei proprietari, accolgono i clienti - specie quelli di vecchia data - con un'amorosa confidenza da trattoria. Vengono lì, chiacchierano, ti raccontano le loro avventure. Sono giovanissime e un po' agitate, quel tanto che mette anche un po' di tenerezza. Viene da chiedersi dove stanno durante il giorno, com'è la loro vita qui, native piemontesi con gli occhi a mandorla.

Alla fine poi offrono spesso e volentieri un regalino (questa volta: un paio di bacchettine di bamboo & wood) e il digestivo. Dicevo del sushi. Buono, onesto, rassicurante. Qui vige la regola del cuoco-che-ti-cucina-certi-piatti-davanti-agli-occhi. Ed è molto interessante. Ma è altrettanto bello raccogliersi in un tavolino discreto e chiacchierare. Perché nulla come il sushi, a parer mio, invita alla meditazione. Forse solo dopo il vino da meditazione o il tè da meditazione. Tè che prendo sempre alla fine di un pasto giapponese. Come menu, a me piace il misto sushi-sashimi. Me lo assaporo dalla testa ai piedi, chiudendo anche gli occhi e pucciando i pezzetti di pesce nella soia. Ieri sera però ho preso una variante all'avocado e un po' di maki: l'invenzione del secolo. Li trovo geniali. Mi piace questo modo di fare di tre diversi ingredienti - pesce, riso e alghe - una cosa sola, così piccola e così compatta. Mi pare una metafora di qualcosa che neanch'io so spiegare. Ma insomma, mi regala molta forza e serenità. La zuppa di miso completa l'opera di scaldamento di cuori e rinvigorimento di anime.


E buon appetito a chi legge!

giovedì 4 marzo 2010

Yocci blog.

Che bello girovagare sui blog. Ce ne sono alcuni meravigliosi. Un tempo ero diffidente verso questo mezzo di comunicazione. Ma ero diffidente anche verso tante altre cose. Oggi mi si è aperto un occhietto. Come certi occhi di gatti che impiegano un po' a guarire dalla "terza palpebra". Poveretti :|

Ecco un blog che mi piace:

Yocci blog. Un blog di vignette curate dall'illustratrice giapponese Yoshiko Noda. Classe 1980, vincitrice di numerosi premi, pubblicata sulle pagine di Internazionale. Simpatica e delicata. Disegni e parole leggere. Piccole occasioni di vita quotidiana. Mi dà una strana emozione guardarlo e leggerlo. Brava Yocci.