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mercoledì 12 aprile 2017

Letture pasquali.

Pellegrino Artusi, Pranzi di magro - Jean-Luc Nancy, La custodia del senso, EDB Lampi

Ho ricevuto questi due libricini dall'editore, che ringrazio. Mi sembrano le letture perfette per Pasqua. Sono piccoli e belli, Uno è facilissimo nella scrittura (sono tutte ricette) ma difficile nella realizzazione: per cucinare come Pellegrino Artusi, ne converrete, ci vuole il tocco magico.

Pellegrino Artusi è stato un cuoco e scrittore di fine Ottocento e di lui si sa che provasse e riprovasse le sue preparazioni fino alla perfezione. Queste ricette sono tutte pensate per il tempo cristiano della Quaresima in cui è consigliato mangiare meno e guarda caso ne escono delle idee anche per una più laica dieta sana e disintossicante. Inoltre, sono deliziose nel modo in cui le ha scritte. Dal gelato di pistacchi, ai classici tortelli o la zuppa di fagiuoli (!): è bello scoprire come si può ideare un menu elegante e semplice insieme. Poi certo tra il dire e il fare...

L'altro piccolo libro che vedete è più complesso nello stile di scrittura, è un saggio sulla poesia scritto dal filosofo Jean-Luc Nancy. Ma alla fine - ed è qui che i libri si scambiano i ruoli - restituisce una sensazione di estrema semplicità. 

Cos'è la poesia? 

"Il fare compie ogni volta qualche cosa e al contempo compie se stesso. Il suo fine è la sua compiutezza: in ciò si pone infinitamente al di là della sua opera. Il poema è quella cosa fatta dal fare stesso".

Quindi, sembrerebbe, in breve, che la poesia è il fare. Così come la cucina lo è.

Non so a voi, ma a me pare che il peggio della vita è quando ci si sente immobili. Non parlo di onorevole stanchezza ma di quella che Joyce chiamerebbe paralisi. Recuperare invece, anche attraverso il significato della Pasqua, che è di rinascita, un movimento bello che è quello del fare le cose che servono a stare bene, mi sembra una buona idea. Ben vengano allora i libri che portano a questo, all'industriarsi e al costruire o custodire un po' di senso.

Buona Pasqua e letture.  

sabato 26 marzo 2016

Un libro per la Pasqua.

Erri De Luca, La faccia delle nuvole, Feltrinelli



Questo è il libro di Pasqua che vorrei consigliarvi, è uno degli ultimi libri che ho letto e ascoltato leggere ad alta voce. Questo libro infatti racconta un incessante dialogo tra Miriàm e Josèf a partire dalla nascita fino alla morte e risurrezione del loro figlio Ièshu.

Immagino tutti avrete riconosciuto questa storia d'amore. 

Miriàm: Non sia mai! Che dici Iosèf? Satàn l'accusatore, lui non somiglia a nessuno e si trasforma in chiunque per portare scompiglio.

Iosèf: Dicevo per dire, mi spiace Miriàm, non voglio più sentire che somiglia a qualcuno. Basta con questa favola, nostro figlio non ha la faccia delle nuvole che cambiano forma e profilo secondo il vento.

Tutto il libro si compone di questi dialoghi, alcuni più serrati, altri più pragmatici, altri ancora intrisi di profondo e delicato amore tra due ragazzi giovani cui accade qualcosa di straordinario, essere genitori di Gesù. E si compone con la voce del poeta che le riscrive.

De Luca con La faccia delle nuvole* ha compiuto qui un lavoro di concentrazione: è andato fino alle radici e al territorio reale dal quale sono nate le fondamenta del cristianesimo. Lo fa con una ispirazione letteraria e un'abilità narrativa raffinata e generosa. Segue il percorso di queste tre vite tormentate e insieme toccate dalla divinità e le accompagna fino alla fine.

I viandanti ascoltano l'uomo che si è aggiunto a loro e che non riconoscono. Cosa glielo impedisce? Il diverso aspetto. Quando a qualcuno viene il pensiero randagio di una propria resurrezione, immagina di ritornare identico a riabbracciare i rimasti in vita. Si figura di rientrare nel mondo tale e quale a prima, reintegrato in se stesso. Gesù riappare in altro corpo e in altra voce da non poterlo riconoscere, abbracciare al volo. I due in Emmaus si accorgeranno di lui solo nel dettaglio di un gesto, l'atto di spezzare il pane e farne parti. Doveva essere speciale quel suo modo di trattare il cibo. Del resto fu il solo a dire che quel pane era carne sua, da dare in pasto ai suoi. Ma fino a quel punto di rivelazione Gesù resta sconosciuto ai due viandanti. Eppure ha fatto con loro la cosa consueta e preferita: andare a piedi e spiegare la scrittura sacra.

Questo piccolo libro fa bene all'anima: a me ha riconnessa con una storia sentita raccontare milioni di volte ma che non perde la sua forza. 

Siete sul mio blog, vi tocca sentire le mie vicende: ho studiato in una scuola religiosa (gesuiti) e ho una formazione che ai tempi era molto robusta. Ho perso un po' l'attitudine a questi studi all'Università (ho dato un esame di Storia dell'ebraismo, bellissimo, al quale sono arrivata con i capelli bagnati perché si era rotto il phon, ed era pieno inverno, insomma un'avventura che ricordo ancora, ma andò bene). Ho letto ultimamente alcuni Scrittori di scrittura, pubblicati dalla casa editrice Effatà. 

Vivere in Italia significa per molti essere immersi nelle storie dei Vangeli, molte sono illuminanti e mi piace leggerle sia mediate dagli scrittori di oggi, sia dalle fonti originali. Al di là della fede di ciascuno, è un'esperienza che consiglio di fare. 
Il mio augurio in concomitanza della Pasqua è di assaporare la bellezza del risorgere, una cosa che in un certo qual modo possiamo fare tutti quanti. 

Auguri!

*Ringrazio l'editore per l'invio in lettura.






domenica 31 marzo 2013

Cacciatori di frodo.


Alessandro Cinquegrani, Cacciatori di frodo, Miraggi Edizioni


Era già stato finalista alla XXIII edizione del Premio Italo Calvino.
(cui molto presto vi spiegherò perché sono ora particolarmente legata con affetto).
E aveva anche partecipato all'Incubatore del Salone del Libro di Torino, altro luogo cui tengo particolarmente...  


Lo avevo con me da un po' di tempo, grazie agli amici di Miraggi Edizioni, amici cari, tanto cari. 


Ed è di venerdì la notizia ufficiale: Cacciatori di frodo sarà finalista anche al Premio Strega 2013. 

Lo so, se ne ascoltano tante di cose sui premi letterari. Se ne leggono, se ne percepiscono di illazioni. Ma io credo anche una cosa: fino a che non ho le prove tangibili di qualcosa, considero le voci che sento poco più di chiacchiere da bar (per quanto benemerite), essendo io fuori da qualsiasi logica di quel tipo, mi tappo le orecchie, me ne disinteresso, e spesso e volentieri le ignoro.

Dunque questa candidatura allo Strega ha per me del meraviglioso, proprio perché so, e di questo ho le prove, che la casa editrice in questione è avulsa da qualsiasi roba brutta, e il libro è bello davvero. Perché l'ho letto e posso dire quindi la mia opinione.

Ma tralasciando finalmente questa noiosa premessa sui premi letterari e le voci di corridoio, devo dire che sono proprio contenta che un simile romanzo stia facendo un percorso tanto prestigioso, perché spesso tutto ciò vuol dire maggiore diffusione presso un buon numero di lettori.

Questo è un libro complesso. Che personalmente ho letto in più momenti della mia vita. In più stagioni. Ricordo che faceva freddo, poi caldo, poi tiepido.

L'ho centellinato. Ecco. Non è facile centellinare, ne converrete. Specie le cose più belle o sconvolgenti. Vorremmo viverle tutte subito. Se qualcosa ci piace, o ci appassiona, o anche ci spaventa, diventiamo ansiosi. Diventiamo impazienti. Smaniosi, ed è lì che rischiamo di fare qualche danno. Ad esempio, anche solo, perderci qualcosa, perdere il gusto della lettura o di altro.

Perché ad esempio questo libro è tanto breve quanto denso, quanto profondo. Il suo linguaggio è così elaborato e raffinato che ogni pagina, ogni paragrafo ne vale cento quanto a impegno richiesto al lettore, impegno affettuoso. La lettura qui è un'impresa, una scalata in montagna. Un ingresso spirituale nel dolore, e nella bellezza immaginifica delle parole e della Storia. 

Per questo invece è sempre meglio dosare l'incantesimo. Conquistarsi una piccola gioia, o una piccola saggezza, poco alla volta. Come mettere (o prendere) tasselli di un mosaico. Solo alla fine ne avremo il senso compiuto, e non rischieremo di esserci distratti malamente nel percorso. E non rischiamo di soccombere rispetto alla paura che fanno i cambiamenti, i divertimenti anche, le esperienze, le novità, le emozioni, le storie ascoltate o vissute. 

Non per dire: ma questo processo, lento il giusto, gentile il giusto, protettivo il giusto, rischioso il giusto, non vi ricorda qualcosa? A me pare un gesto d'amore, come proprio si costruisce l'amore tra le persone. La lentezza, che è l'unica arma che abbiamo contro l'affanno, e contro, appunto, la paura.

L'amore per questa storia sarà di quelli forti. Di quelli importanti, come ne capitano pochi. La storia comincia nel dolore, in un dolore astratto, rarefatto, quasi dolce, quasi lieve, quasi poetico eppure incomprensibile, bisogna credere che sia avvenuto qualcosa, ma non lo si capisce subito. 

Vero o falso, penso mentre percorro il binario morto della ferrovia, dodici chilometri suppergiù, e vado a riprendere mia moglie che aspetta che il treno le faccia cadere la testa giù dall'argine e nel fiume, vero o falso, in questa fresca mattina d'autunno, penso, devo cercare di tenerlo sempre presente, non farmi sorprendere, non farmi sorprendere dalla confusione del vero e del falso, una riga a metà, o da una parte o dall'altra, devo distinguere le cose vere dalle false, penso, mentre mi porto la mia nuvola al guinzaglio, una manciata di metri cubi di acerba espiazione che mi porto al guinzaglio, io, penso perché se per un attimo molli la presa, in questo mondo bloccato, qui verso l'argine sul fiume, nei giorni tutti uguali uno dietro l'altro, uno uguale all'altro, se appena molli la presa ti sorprendono nuvole e fumi, no, devo distinguere, dico, tenere presente cosa è vero e cosa è falso, o vero o falso.

Ripetizioni. Cantilene. Bisogna concentrarsi molto, come entrare in un posto sacro, dove la gente sta pregando e tu no. E tu non sai, e non sei nessuno. Non conosci i loro codici, i loro rituali che pure in poco tempo diventano la cosa più importante per te, occupano tutto lo spazio della tua mente, e non puoi più farne a meno.

Concetti che si avvitano uno sull'altro, che crescono, come l'elica del DNA, fino a formare un'identità di voce potente, cristallina, decisa.

La contemporaneità, che attanaglia tutta la storia, incide su una narrazione che pure, come accade solo nei capolavori, vi risulterà già ormai senza tempo. Lo sfondo è un Nord-Est brumoso, sul Piave, fluviale e ostaggio di misteri. 

E le tinte del grande romanzo tragico ci sono tutte: una tragedia famigliare grave, il senso di colpa che uccide, un certo fondamentalismo cattolico (che uccide), l'allontanamento e la ricerca continua del bene, e dell'amore vero, di cui non si sa mai nulla di nulla. Un cupo canto insieme delizioso. Mai lirico, sempre misurato. E un tragitto, anche fisico, che compie Augusto attraverso i cacciatori di frodo (cioè illegali) che agiscono attorno a lui, mentre tutte le mattine traccia sempre lo stesso sentiero per andare a riprendere una moglie disperata, che fugge, che ha perso il contatto con la realtà. Un tragitto che pure è quello della lotta contro i propri demoni, per restare sempre lucidi e cercare sempre un equilibrio anche nel peggio di tutto. 

Se googolate l'autore, scoprite poi che è un ricercatore di Letteratura comparata all'Università Ca' Foscari di Venezia. Deve essere un tipo introspettivo! Un critico letterario che qui ha dismesso i panni, ma che ha conservato una notevole, apprezzabile pillola di humus squisitamente letterario, che io ho trovato rassicurante.

Poi si potrebbe anche considerare che questo è un libro difficile. Sì, come le cose più difficili che potete immaginare. Durissimo, spietato. Senza pietà. Senza remore. Per ciò l'ho trovato ricco e degno. Della ricchezza che hanno solo le cose vere o che provano ad avvicinarcisi. La verità dell'ingegno, degli occhi coraggiosi che sanno guardare tutto, e prendersi cura anche di ciò che fa più male. 


p.s. Vi faccio tanti auguri di Buona Pasqua. Anche se ultimamente ho scritto un po' meno, sono sempre qui che leggo e vi penso. c\_/



lunedì 25 aprile 2011

Grill.

Una piccola griglia comprata all'ultimo, così piccola che i nostri esaltatissimi vicini-di-prato hanno definito "personal" ridendo e restando esaltati e strani e rimbombanti e devastati e rintronanti per tutto il tempo. Un cielo grigio-torino-fuori-torino accarezzato da lenti continui tocchi di pennellate di piante ondeggianti, anche loro tutto il tempo. Cani, prima affamati, poi esausti, che giravano tra tutti gli accampati, cercando più tenerezza che salsiccia.

Sole, poi ombra, poi sole, poi ombra. La grigliata, il fuoco, far nascere il fuoco. La musica in lontananza. Vino, birra, acqua, arance, occhiali da sole. E poi ghiaccioli e palla. La palla arancione che finisce di continuo in una proprietà privata, dove c'è una voliera e della gente che sta insegnando a un falco a volare perché se lo era scordato. E strisciare sotto la grata per andare a riprenderla e sporcarsi i jeans di erba e di terra. E le braccia rosse per i bagher e per la luce di tutto il pomeriggio.

Una paura di sottofondo, che è il mio solito controcanto, che riconosco, soltanto che assume forme sempre nuove e ha potere su di me. Tutto quanto mi stordisce, se per un attimo penso al futuro, mi vedo come una scalatrice che sta provando a raggiungere la sua vetta. Però sempre senza l'abbigliamento adatto, senza ganci, a piedi nudi, con i polpastrelli tagliati e le unghie scheggiate. Se invece penso a oggi: ho gli occhi da triglia e profumo di crema al cocco e speranza e terrore che si combattono come pugili ma non si annullano a vicenda. Mentre la tv è accesa, ho la testa ancora tra le nuvole. Semplicemente sto qui.

E voi? Spero che abbiate passato una buona Pasqua e Pasquetta!
Buonanotte e a domani, con una tazzina di caffè.