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mercoledì 19 novembre 2014

David Grossman.

David Grossman, Applausi a scena vuota, Mondadori

Ho incontrato David Grossman. Oltre a me, c'erano Critica Letteraria, Sul Romanzo e Finzioni.

David Grossman con la brava interprete.

Il romanzo. E le bozze, a destra.

David Grossman, a Milano per presentare il suo ultimo libro, Applausi a scena vuota, è arrivato a passo svelto in una sala incontri dell'Hotel Cavour, qualche giorno fa per rispondere alle domande dei blogger letterari italiani.

Per quanto abbia scelto, come blogger, di spostarmi il meno possibile e di selezionare di più, per ragioni di tempo, i post da scrivere, l'occasione di incontrare un autore così importante e di valore mi pareva seriamente imperdibile. E così è stato. 

Applausi a scena vuota è un romanzo strutturato come un monologo di stand up comedy. Il tema della comicità mi interessa moltissimo, in particolare in questi ultimi anni. Sto studiando i comici e ci sto proprio lavorando da un po' perché ho questa idea che l'ironia possa salvare gli animi dalle cose orribili del mondo. 

Ricevere la conferma di questa teoria da uno scrittore come David Grossman è stato piuttosto bello. 

Ci ha raccontato ad esempio che lui da ragazzino faceva l'attore radiofonico. A vederlo, timido e riservato, pareva strano, ma così è la vita. E ci ha spiegato che sentiva il forte desiderio, da sempre, di raccontare la solitudine di un bambino che può sentire anche all'interno della famiglia, del mondo degli adulti per i quali soltanto, a quell'età, paiono capitare le cose che contano, "the real thing". 

Sono nato nove anni dopo la Shoah. Questo, come pochi altri cenni, è stato l'unico riferimento alla sua vita. Nessuno alla sua storia recente. E in una simile scelta ci ho letto un segno di dignità, una lezione di vita.

Da sempre lui voleva raccontare la storia di un bambino che va a un funerale. To tell in a new way an intimate story. E inserirla in una situazione anomala. Coltivava questa idea da venticinque anni.

Venticinque anni di incubazione per una storia che personalmente come lettrice ho amato molto. Quella di questo comico strano, che si chiama Dova'le e che chiama al telefono un suo vecchio amico di infanzia, ora giudice in pensione e lo invita al suo spettacolo affinché...

Non sappiamo fino all'ultimo perché lo voglia lì. Sappiamo però che - inframmezzata da atti di comicità pura e disperatissima - gli racconta, racconta a tutto il pubblico la sua storia vera. 

Attraverso un comico, si legge una storia "veramente intima", ci spiegava. E spiegava del dolore che nasce da speranze idealistiche. Ecco un altro cenno alla Storia e alla realtà: le speranze idealistiche di Israele. E poi ha continuato a raccontarci, rispondendo alle domande, del valore dell'arte. Un valore che riguarda la speranza. There is something hopeful in art in general. Qualcosa di costruttivo nel riscrivere la realtà, ad esempio. Ci diceva che i libri "hanno letto" sempre qualcosa in lui, oltre a essere letti. Così succede con il suo. Attraverso questa strana storia ad alta voce, si legge qualcosa di interiore. Insomma: tutti dovremmo avere un testimone amorevole nella vita.

Qualcuno che ci capisca davvero, come sanno fare i libri qualche volta. Tutta questa storia è una storia di seconde possibilità, infine. Ne ha una il comico, come il suo amico giudice. Come il lettore. Anche nella Cabala, ci dice, c'è un concetto ben preciso che riguarda le seconde possibilità

Il silenzio raccolto accompagnava ogni sua frase. E siamo passati a parlare del riso. 

Dell'umorismo, della comicità e del cinismo. Il cinismo è lo strumento dei disperati. Mentre l'ironia e l'umorismo ci possono salvare. Il cinismo ferma la speranza. In effetti, ci raccontava, da quando ha scritto questo libro moltissime persone hanno cominciato a spedirgli "jokes", battute o che dir si voglia per quasta parola un po' intraducibile. Si sono messi d'impegno per scrivergli qualcosa di divertente. L'ironia ha riacceso la speranza. Ed è nato qui un altro piccolo cenno alla situazione in Israele, perché la speranza sta morendo, dopo un'estate durissima. 

Ma certe cose resistono, come le storie e la letteratura. Si è sempre chiesto perché questa, in particolare, di questo comico sgangherato, insistesse così tanto e per così tanto tempo per essere raccontata. Gli ho chiesto come è nata l'idea del comico, che fosse un comico a raccontarla. 

Ha risposto: suddenly. All'improvviso. 

E alla fine ci ha svelato di quale personaggio letterario è innamorato (con il consenso di sua moglie, che "corre insieme a lui" nella vita da tantissimi anni), e ci ha spiegato il senso del raccontare: creare un mondo che sia vero, che funzioni come il corpo umano. 

Che funzioni. Costruire qualcosa che funzioni. 

Mi sono resa conto di quanto sia raro nella vita incontrare persone di così grande coraggio, valore, contegno e sobrietà. Lo dico per chi non c'era: esistono. David Grossman ne è un esempio irraggiungibile, eppure, in un certo qual modo, percorribile, volendo, da tutti.

giovedì 30 ottobre 2014

Del costruire.

ph. Davide Longo.

La vista dalla residenza di scrittura.

Le "mie" tazzine, ma in realtà tutti i residenti le possono utilizzare eh.

Qualcosa su cui sto lavorando...
Lo scorso week end ho partecipato a una residenza di scrittura di Davide Longo. Piccoli gruppi di scrittori o aspiranti tali si ritrovano in una casa in montagna (senza internet) per scrivere e lavorare  ciascuno a un proprio progetto. Davide Longo cosa fa? Mette a disposizione, oltre che la propria casa, la propria esperienza di scrittore per leggere e consigliare nuove prospettive e direzioni per ciò che state producendo. 

Per me era la seconda volta. Ed è stata un'esperienza istruttiva, emozionante ma soprattutto utile. 

Sto scrivendo un romanzo nuovo che uscirà per LiberAria editrice. E mi sono regalata la possibilità di concentrarmi solo su questo per quasi tre giorni consecutivi, senza dover pensare a niente altro.

Lo scenario di montagna, con l'aria fresca del mattino, il paesaggio autunnale e l'ottima cucina della Longo family hanno fatto il resto. 

Sono contenta. Ho ricaricato le pile. Conosciuto nuove persone, colleghi di scrittura. 

Perché, pensavo, scrivere, come vivere, è un fatto di costruire. 

Costruire un percorso su cui poggiare i piedi, che possa restituire un senso di copiutezza. Costruire una storia e se stessi, una continuità, un mondo. Insomma, svegliarsi presto la mattina, accendere il cervello, imparare un mestiere che non è mai definitivo, migliorare etc. etc. 

Per ulteriori informazioni, qui.

mercoledì 15 ottobre 2014

Impressioni di Tre Quarti!


Marco Porcu, il libraio della Libreria Clu. Molto bella e fornitissima.

Non è un Paese per giovani donne intelligenti, e poi invece c'e l'eccezione. Mi riferisco alla giovane e intelligente Gloria Ghioni (vicino a Sara Bauducco e me nella foto qua su) che per il secondo anno di seguito è riuscita, insieme a Costantino Leanti, a organizzare un festival letterario nuovo, e con un'energia fuori dal comune. O meglio, dentro al Comune di Pavia, ma fuori da schemi prestabiliti, alla faccia di chi continua a ripetere che non si muove mai nulla e che non ci sono le idee.

Ero presente in veste di pèresentatrice-lettrice, ma anche un po' come scrittrice. E questo mi ha emozionata (nella seconda fina a sx c'è anche il mio romanzo).
 In tanti si sono già complimentati con Gloria, che dimostra da anni di avere una competenza eccezionale in ambito editoriale, dal momento che, tra le altre cose, ha fondato, con Laura Ingallinella, uno dei blog letterari più famosi, influenti e seri d'Italia. Ovvero Critica Letteraria (dove oggi, bontà loro, ci sono anche io con un'intervista a Giovanni Montanaro e una recensione al suo Tommaso sa le stelle), quindi non saprei proprio cosa aggiungere. Bando allora alle smancerie, e passiamo ai fatti. Mettendo in piedi un piccolo e agguerrito festival come Tre Quarti di Weekend (tre quarti d'ora di presentazioni, sguardo di tre quarti sugli scrittori e musica suonata in 3/4) Gloria ha in effetti dimostrato che si possono radunare da più parti d'Italia alcuni tra i più giovani e promettenti autori contemporanei e metterli letteralmente tutti attorno a un tavolo per dialogare con i lettori. Dialogare davvero e approfondire, di persona, fuori e dentro la rete (con l'hashtag #TreQuarti14 c'è stato un massiccio live tiwitting) tematiche importanti su temi letterari ma anche di attualità. 

Sara Bauducco in dialogo con Sergio Garufi (questa presentazione è stata particolarmente profonda e interessante).

Debora Lambruschini con Sara Rattaro. Anche questa mi ha molto colpita, e commossa.

Gloria Ghioni con Valentina D'Urbano. Anche questo incontro meritava davvero di esserci. Insomma, si è capito, sono state tutte esperienze di valore.

La setta dei twittatori estinti. Sullo sfondo: Gli Indifferenti di Moravia.


Cheese. L'unico uomo, con gli occhi chiusi, di questa foto è lo scrittore Alessandro De Roma. Con Sara Bauducco, Debora Lambruschini, Claudia Consoli, Annarita Briganti, Anna Da Re, Laura Ingallinella.
Quello che vorrei provare a trasmettere ora è questo: le copertine, i piccoli caratteri di qualche account sparso per la rete lì è come se si fossero aperti e avessero sprigionato vita ed esperienza. Non mi sto lasciando andare alla retorica del "quanto è bello vivere davvero e quanto è insulsa e vana la rete". Al contrario, mi sono accorta di quanto sia stato decisivo l'incontro rinnovato con persone conosciute in rete e poi ritrovate lì a parlare e comunicare. Perché dove lievita il nutrimento culturale del nostro Paese? Nei salotti letterari soliti e consolidati, certo. Ma anche nelle nuove realtà. 

Durante le giornate di un festival che prima non c'era. 

E che cos'è un festival se non l'incontro tra persone che si occupano della stessa cosa e ne parlano, e coltivano questo interesse comune? In questo caso di romanzi. Che poi i romanzi... 

Ascoltare e dialogare tra  scrittori e lettori spesso è qualcosa che va molto oltre il libro, si tratta di contribuire al sapere, alla bellezza e alla vita. A me, personalmente, poi tutto questo è utile anche a molto altro. Ad esempio a vincere la timidezza che si nasconde sempre e ancora dietro la finta disinvoltura, ed è una sfida quotidiana, ma questa è un'altra storia. Più in generale, tutto ciò è utile a costruire un sentire comune, sppure nelle differenze. In una parola, a respirare (ed espirare) un po' di Spirito del Tempo. Mica male, se si pensa a quante cose si possono ancora immaginare. E, per tornare a Gloria, considerata anche la sua giovane età c'è da augurarsi che le edizioni di questo festival siano ancora numerose e prolifiche.

Ho omesso di dire che a Pavia si mangia bene!

Questo muro mi parlava.


Malinconico autunno.

Vicino al Collegio in cui abbiamo alloggiato. La prima foto che ho scattato.


Magritte.

martedì 3 settembre 2013

Incontro con Jonathan Coe a Milano.



Incontro di Jonathan Coe (accanto a lui, la bravissima interprete Maria Pia Falcone) con i blogger di Critica LetterariaContornidinoir, Sul Romanzo, Wuz, Libreriamo, Booksblog, Linkiesta, Vanity Fair. Quanto a me, sono quella col cerchietto! (photo di @feltrinellied).




Ma prima di tutto questo, ho fatto Coe-lazione (!) al Caffè Armani, subito all'uscita della metro alla fermata Montenapoleone. Perché a un certo punto del romanzo, a pagina 231, c'è un personaggio che dice: "Sì, prenoto all'Astoria Hotel, una delle suite per la luna di miele, davvero, e mi faccio un bagno caldo, ordino caviale e champagne con il servizio in camera, e per alcune ore vivo... come una principessa." Un tizio le risponde: "Come una principessa... sembra meraviglioso. (...) Ed è tutta sola mentre lo fa?". "Sì, tutta sola". E dice anche: "Ma personalmente, penso che un po' di lusso non sia fuori luogo ogni tanto". Quindi con poco più di tre euro, tutta sola, ho potuto sperimentare come ci si sente a essere una principessa milanese. Devo dire che è particolarmente bello. Non contenta, ci sono tornata nel pomeriggio, per un altro caffè, con la mia amica Gloria Ghioni! 


Via Andegari. La storica sede della Feltrinelli.


Un raggio di sole trafigge la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli..


Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. 


Leone. 


Expo 58 Expo 58 Expo 58


Entriamo in fila indiana per incontrare Jonathan Coe.


Eccolo! 

Dunque dunque, quello è l'Atomium. Un monumento in acciaio che rappresenta un cristallo di ferro. A me piace tantissimo. Ed è al centro delle avventure di questo romanzo molto divertente che, neanche a dirlo, è riuscito però anche a strapparmi una lacrima sul finale. Ma ci si può commuovere per una spy story comica ambientata nella Esposizione Universale di Bruxelles del 1958? Comunque, ci siamo seduti in cerchio e abbiamo rivolto a turno una domanda allo scrittore. Ci sono state domande molto interessanti e utili. La mia riguardava la ricerca dell'identità. A pagina 211, c'è un personaggio che dice (ah, è la stessa principessa di prima!): "Inoltre, talvolta non conosciamo fino in fondo la nostra natura. Non sappiamo bene chi siamo, finché non sopravviene una nuova circostanza a rivelarcelo". Quanto è vero. Ho domandato se il fatto che la mamma del protagonista inglese - il simpaticone tontolone Thomas - fosse belga, avesse un'attinenza con lo svolgersi degli eventi proprio in quella terra. Come se il personaggio, per "trovare se stesso", avesse attinto per un caso della vita alle origini materne. Ho chiesto se fosse una scelta precisa, o una coincidenza significativa. A quel punto, mi pare che Jonathan Coe abbia apprezzato la domanda, perché ha detto che proprio tutta la sua produzione letteraria riguarda questa ricerca, e, per quanto può esserlo il duca di Prunes (controllate qui, è vero, lo dice Wikipedia!), mi sembrava felice. Ha iniziato a battermi il cuore fortissimo, davvero, in quel momento. Perché non c'è niente di più emozionante, nella vita, che capire una persona. Capire cosa ha voluto dire con i suoi gesti, in questo caso con i libri. E sentire risuonare quel messaggio dentro di te. Al che, finito l'incontro e dopo la foto di gruppo rituale, mi sono avvicinata a fare due parole con lui! 





"To Noemi and her Little cup of coffee". Questa dedica amici miei la dedico a voi che leggete questo blog ;) Senza i quali la mia vita non avrebbe alcun senso! Ciò detto. A quel punto Jonathan mi ha fatto la profezia. Non sto scherzando, ho testimoni oculari... Gli ho detto che per uno strano caso della vita, anche io avevo scritto un romanzo che aveva a che fare con la bomba atomica (Expo 58 racconta di energia, nucleare ma anche mentale, secondo me). E, dal momento che Coe è uno scrittore ironico - come molti di voi sapranno poiché è tra i più letti e amati del mondo - i suoi romanzi sono costellati di humour inglese ovunque e aveva da poco anche partecipato a un incontro a Sarzana al Festival della Mente proprio su questo argomento; abbandonata ogni remora, gli ho addirittura confidato che sto scrivendo una storia in cui il protagonista è proprio un comico. Che non so dove mi porterà, ma che per me è molto importante. A quel punto lui ha detto: "bene, allora tra cinque anni ci sarai tu al posto mio, circondata dai blogger che ti fanno le domande". 

Quindi ho pensato: poiché tra cinque anni sono miliardaria...

Perché non portarsi avanti col lavoro e fare shopping guardare le vetrine di Galleria Vittorio Emanuele II (che pure era un sabaudo?)?



Se non che poi sono stata coinvolta in un incredibile rito tribale milanese!!

Duomo.


Made with Love. Questo è uno dei miei posticini preferiti di Milano, California Bakery, dove mi piace rifugiarmi a bere tè e telefonare.

lunedì 17 giugno 2013

Con Catherine Dunne al FuoriLuogo Festival.




Catherine Dunne, La grande amica, Guanda. 
 (con caffè americano :)

Dunque dunque. All'una di sabato, arrivo con il mio trenino Torino-Asti e mi accade che un giovane gentile dell'organizzazione del Festival FuoriLuogo mi dice che mi posso tranquillamente sedere lì. Ovvero lì a capotavola. Di fianco a lei. Ovvero lei Catherine Dunne. Una delle scrittrici più famose e lette e amate del mondo. Quella de La metà di niente, per capirci. Come mi sarò sentita secondo voi? Per fortuna - dai - sono ancora viva per raccontarlo! Avrei dovuto semplicemente moderare l'incontro con l'autrice irlandese, intervistarla. Non immaginavo che una giornata quasi intera trascorsa in sua compagnia, visitando San Damiano d'Asti, sorseggiando Barbera e chiacchierando con i moltissimi fan che la fermano per strada per l'autografo si sarebbe rivelata invece così importante per me, così decisiva.
Prima di cominciare questo incontro - siamo quei puntini laggiù in fondo, c'è anche Paola una bravissima interprete - avevo il cuore a chissà quanti battiti al minuto, troppi. Catherine Dunne mi ha guardata, mentre eravamo nel backstage come si conviene a una superstar come lei, e mi ha detto qualcosa come "deep breathe". E dopo mi ha spiegato che è giusto avere paura, significa che si tiene davvero a qualcosa. Ma non solo. Mi ha spiegato così tante cose. Con tale generosità... Osservarla, partecipare alle tappe quiete ma serrate del suo pomeriggio da diva e da personaggio illustre (l'appuntamento con il Sindaco etc. etc.) e dividere il pranzo e la cena con lei per me è stata una scuola di vita e di lavoro incredibile, impagabile.


Dunque e dunque. Se sei Catherine Dunne e per tuo estro decidi di inserire una simpatica piccola deliziosa Fiat 500 nel tuo ultimo romanzo breve sai cosa succede di bello? Succede che quelli della Fiat 500 vengono a San Damiano d'Asti, da te, e dopo la tua intervista di un'oretta al Fuori Luogo Festival con la blogger italiana Noemi Cuffia (hehe) ti fermano, ti fotografano dentro la Fiat 500 d'epoca, ti regalano una targa e tante altre cose belle e ti festeggiano tantissimo. Ero lì in ammirazione di tutto questo.
E questo invece è il muro di fiori che ha ascoltato silenzioso la segreta conversazione intercorsa dopo l'evento tra Catherine Dunne, il suo gentile ufficio stampa e me. Per un attimo, eravano solo tre donne. Come quelle dei suoi romanzi. Con tre storie diverse. Di tre età diverse. In tre fasi diverse della vita. Con destini tanto diversi eppure profondamente intrecciati in un nodo strettissimo durato alcune ore così intense da farti sanguinare il naso, come direbbe De Andrè. Lì, da sole, stanche, tranquille. Tutte lontane da casa eppure tutte avvolte in un confortevole nido, quello che si crea durante certe lunghe chiacchierate femminili, private, piene di speranze. A raccontarci avventure, paure, stretegie, progetti, a fare domande, a dare risposte, a brindare con un buon vino fresco in una serata così dolce e così windy. Continuo a chiedermi perché, nello scorrere della mia vita, mi accadano qualche volta certe fortune, in alcuni casi così clamorose. Però ringrazio chi me ne ha regalata l'opportunità.


sabato 8 giugno 2013

#Anteprime13 - Giorno #1.




Mi trovo in quello che si suole definire comunemente "un angolo di Paradiso".

Al festival mondadoriano Anteprime - ti racconto il mio prossimo libro. In queste location fantastiche a PIETRASANTA in Toscana gli autori raccontano al pubblico il loro prossimo lavoro, in uscita in autunno o a Natale. Se cercate il tag qui sul mio blog trovate le cronache della scorsa edizione. Questa è la quarta. Ribadisco un concetto: questo festival è simpatico, suggestivo, e geniale. Perché ti permette di buttare l'occhio nel futuro per fartene un'idea: quindi è un gesto è generoso, di grande fantasia, perché questo privilegio nella vita non lo abbiamo. Conoscere il futuro, intendo.

Ah, sono qui in qualità di fashion book blogger.

Questa mattina facevo colazione ripensando alla giornata di ieri. Virginia Woolf, che ultimamente rileggo volentieri, diceva che a un scrittrice, o una donna in generale, servirebbero una rendita e una stanza tutta per sé... Qesto argomento oggi mi tocca da vicino, come sempre, come tutti. Non vi dico niente di nuovo senz'altro. Però dunque. Sono qui da sola, in questa stanza molto bella. In questo posto rassicurante, gradevole, pieno di beni di conforto. Ne ho bisogno, come tutti. Che mi sia concesso questo, per tre giorni, per poter scrivere, per raccontare quello che accade, è una cosa che piacerebbe a Virginia. L'arte (intendo i lavori di questi autori che ascoltiamo parlare) andrebbe sempre protetta in questo modo. Valorizzata. L'arte e non solo, la vita umana. Mi toccano questi tre giorni di grazia e di fortuna. Lo dico seriamente: lo auguro a tutti. Aver aperto questo blog ha avuto senso, per avere una stanza tutta per me.

Dunque, la serata di ieri ha avuto inizio. Questa è la porta di ingresso di PIETRASANTA!

La vita qualche volta è gentile.

Waiting for.

Tra blogger e tutti quanti, qui siamo già stanchi alle 17, dopo lunghi e svariati spostamenti. Ma non ci si può sedere mai, ceneremo alle 23 suonate se va bene: a meno che non sia su un vaso di fiori.

La vita a volte ti dà una mano.

E anche un piede.

Si vocifera che dentro quel grazioso furgoncino ci sia DAN BROWN...

Infatti eccolo, scattante come una gazzella in primavera. Del suo intervento ho twittato tutto. Farà un libro sulla trasposizione cinemarografica dei suoi libri. "Scrivere un libro è straordinario, ma fare un film è miracoloso". Ha detto. Poi ha raccontato la sua infanzia. Santo cielo. Si capisce tutto, TUTTO, dall'infanzia della gente. E ha detto svariate altre cose che mi hanno colpita molto. "Il tempo del romanziere è glacialmente lento. Il romanziere non guarda mai l'orologio". Infatti ha parlato un sacco, a una folla immensa e adorante. Non sono fan di Dan Brown. A dirla tutta non ho mai letto un suo libro. Ma è stata un'esperienza incredibile ascoltarlo. Inferno, il suo ultimo, però lo leggerò a questo punto. Mai avere preconcetti su niente e su nessuno. Ecco cosa si impara in anteprima.
Da quel punto in poi su di me si abbattuta la vendetta di Montezuma, e non mi è funzinato più niente, il wi fi né la chiavetta. Quindi tutti gli amici che mi stavano leggendo su twitter (all'account @tazzinadi) sono rimasti senza mie notizie. Eppure, come vedete nell'immagine qui sopra (by Rocco Rossitto @roccorossitto), mi sono data un sacco da fare. Dopo Dan Brown ho ascoltato Francesco Piccolo. Il suo prossimo libro sarà strepitoso, ne ha letti alcuni brani che facevano molto ridere. Però ci saranno alcune cose diverse dal solito, se ho ben capito. Il personaggio della moglie, ad esempio, mi ha commossa.Come anche alcuni discorsi sul tema della purezza e dell'integrità.   
L'appuntamento successivo era con Sergio Luzzatto. Lui ha scritto un libro controverso, si intitola Partigia, che è il modo in cui i piemontesi usavano chiamare i partigiani. Questa è stata un'eccezione alla regola, perché il libro è già uscito. Ha ottenuto un'accoglienza severa dalla critica, e non poche polemiche. L'incontro è stato denso e serrato, difficile riassumerlo in poche righe. In sostanza, il saggio riguarda un frangente specifico della vita di Primo Levi, cui l'autore è devoto. Una memoria, forse residuale, come è stata definita, ma pure consistente dell'autore, un dettaglio della sua vita e un segreto "brutto" che afferisce al dolore più puro. Non è per fare suspance su questo tipo di temi, tutt'altro, è per pudore che mi fermo perché la questione è molto delicata, rimando a voi la lettura del libro, senza aggiungere altro.

 
Poi con i miei (im)potenti mezzi ho fotografato i Wu Ming! (Il 2 e il 4). Che fatalmente non si vedono in queste immagini di repertorio. Loro hanno presentato un libro fantastico. Sulla Rivoluzione Francese, ma aspettatevi una storia complessissima e affascinante alla loro maniera. Vi dico solo che si parlerà di "mesmerismo", di magnetismo animale e altre meravigliose amenità. Questo lo leggo di sicuro!

Abbiamo cenato alla fine in un posto dove piovevano Ferrari.

Mi sento sospesa nell'aria. Come la sedia di fiori, non mi pare di avere punti di riferimento. Ah, no, sì, li ho eccome.

Memorie shabby chic.

E oggi si ricomincia. Vi anticipo che andrò ad ascoltare tra gli altri Orhan Pamuk! Mi raccomando, fate del mesmerismo in mio favore affinché mi funzioni la chiavetta per twittare! A domani!