martedì 1 gennaio 2013

2013.




Il 1° gennaio del 2012 la mia giornata iniziava così, all'alba di un mattino tranquillo, dopo una festa a casa nostra, con tanti amici. Questa volta inizia con la stessa immagine dalla finestra, ma con colori diversi. 

Questo 2013 è cominciato nell'acqua. 

In piscina, con alcuni degli stessi amici dell'anno scorso, tutti vestiti da hawaiani. Pensando: aloha 2013. Giocando a palla, mangiando e bevendo, tra centinaia di persone, con musica altissima e bella e ballando in costume, con la coroncina di fiori in testa. 

Potrei dire che è stato il più bel Capodanno della mia vita. Mi piace pensare che sia cominciato con una specie di grande rituale collettivo che aveva il sapore di qualcosa di antico, anche se perfettamente conficcato nel presente. 

Considerato che quella del Capodanno è un'incognita; perché ti senti vulnerabile e non sai mai cosa ti può succedere quella notte e nella vita. Ricordo Capodanni di ineffabile tristezza. E Capodanni semplicemente senza allegria. 

Questo è stato il più bello, senza dubbio, per me. Il meno complicato, il meno pensieroso. E dire che, come molti là fuori, non sono affatto felice. Né triste. E ho un sacco di paura, cose da capire, preoccupazioni, malinconia, disdette, sensi di colpa e angoscia. 

Ma anche grandi e dolcissime speranze, grandi e meravigliose fantasie e una nuova incoscienza, e la volontà di vedere le cose senza controllarle. 

Leggo Franzen che racconta della mania di controllo dell'amico David Foster Wallace e fin dove quella lo ha portato, quanto lontano da ogni possibile serenità e penso che si può essere così, magari con un tantino meno di genio, e si può soffrire davvero molto. Mentre controlli tutto quanto non vivi più, non cresci, non ami niente e nessuno. Meglio lasciar stare. Non controllare troppo se stessi, né gli altri. Andare come la vita ha deciso; senza forzarsi a fare cose che non si desiderano. Ma continuando a desiderare. 

Questa mattina mi sono svegliata e il mio primo pensiero è stato: sono viva. Anzi: sono viva? Diciamo, è con questa domanda che mi preparo ad affrontare il nuovo anno. 

Però non solo. Mi è piaciuto, negli ultimi tempi, affidarmi all'Universo: ci penserà lui (L'Universo, intendo) al mio destino, e farò esattamente quello che mi capiterà di fare. Sarà il vento a guidarmi. 

Non controllerò la cartina, non controllerò. Etc. 

Che è bello, e può portare tante avventure. Ma non basta. Sono più le disavventure, a conti fatti. 

Ho capito che c'è una contropartita per questa cosa, per questo abdicare. Ed è che alla fine hai la sensazione di non scegliere, non decidere, non progettare e, guarda un po' che la cosa ha fatto il giro e ritorna al punto di partenza, non amare niente e nessuno. 

Fare quello che capita oggi mi pare di colpo come un'evasione, tipo mangiare Nutella, ma non può essere la regola.

Vorrei dire dunque: non ho buoni propositi, vivrò spensieratamente, proprio come capita! 

Ma questo gioco non mi convince più. Ci ho pensato per tanti giorni. E mi ritrovo qui a mangiare un cucchiaino di miele (il miglior antidoto al mondo all'hangover: la dolcezza salverà il mondo!) e a dire: vivrò come avrò scelto di vivere. Certo, in questa folle esternazione sono compresi tutti gli imprevisti del caso e potreste confutarla in meno di due secondi, con la mano sinistra e bendati. 

Però è proprio quello che farò. 

Insomma, a 32 anni, in gonnellino di paglia da hawaiana e coroncine di fiori in testa, ai polsi, alle caviglie, al collo, ballando in infradito e mangiando arachidi mi pare di aver capito che è tutto una scelta e poi un equilibrio tra scegliere e: vada come vada. Scegliere. E vada come vada. Come spesso accade, è una questione di ritmo. 

E di dosi, e di tempi. Dunque dunque. Anche amare le persone, le idee, il proprio lavoro è una scelta. E poi è una scelta essere vivi. Ed essere onesti. E chi votare. E cosa mangiare. E cosa bere. E quante parole dire. E il silenzio.

Quello che manca poi un po' in linea generale alla mia generazione di progetti: il Progetto. 

E non ci sono tante scuse per questo. Quindi basta. Adesso chiudo il barattolo del miele, e mi metto a progettare qualcosa. Per esempio: un risotto alla zucca. Poi vi dico. 

Intanto, buon anno di nuovo. Grazie di essere passati di qui. Vi voglio bene. 

E vi dedico questa canzone. Si chiama Hoppipolla, che significa, in islandese, saltare nelle pozzanghere. Penso sia quello che ci tocca fare adesso. Saltare come pazzi nelle pozzanghere, infrangere tutto quanto è piatto, paludoso e stantio, creare onde, sporcarsi i piedi. 

E mentre lo facciamo, ascoltare, assorbire tramite la pelle fino al cuore questa dolcezza di questa musica. Questa luminosa e cristallina dolcezza.




domenica 30 dicembre 2012

Più lontano ancora e buon 2013!


Jonathan Franzen, Più lontano ancora, Einaudi 

All'inizio di ogni articolo del libro, che è una raccolta di piccoli saggi (o meditazioni) su vari aspetti della vita e della letteratura, c'è il disegno di uno step per la realizzazione di un origami. 

Seguendo all'incirca queste istruzioni, si arriva a creare una barchetta!

Nel mentre, ho imparato a fare anche una tazzina di carta: è semplicissimo.

Questo è il libro che aspettavo, con il quale ho deciso di concludere il mio 2012. 

E di cominciare il 2013.

Potrei dire che è il mio libro dell'anno. 

Finito proprio il penultimo giorno. Lo aspettavo perché su questo tipo di libro, a più riprese, lavoro da molto tempo: in quello che arriva, infatti, scoccherà il decimo anno dalla mia laurea, era l'ottobre del 2003, e da allora, anzi forse da prima, mi appassiono e mi interesso a questo genere di opere. 

Nella mia tesi, che riguardava la scrittura autobiografica, ho studiato per lo più di Esperienza, di Martin Amis. 

Ho adorato quel libro. E per poterne parlare a ragion veduta, ci ho girato intorno con quanta più cura che potevo, toccando con la mente e con il vecchio pc a pedali anche i Memoirs di Kinglsley Amis (il padre), il Palimpsest di Gore Vidal, Speak Memory (bellissimo) di Nabokov, L'opera struggente di un formidabile genio (uscito da pochissimo, che mi aveva appassionata) di Dave Eggers, Borrowed Finery di Paula Fox (e ci avviciniamo al nostro), Il Diario di Hawthorne, Finestre Alte di Larkin. I Diari di Anais Nin, The Liar's Club di Mary Karr, Autobiografia di mia madre di Jamaica Kincaid (vi sfido a trovare un'autobiografia come si deve in cui la mamma e il papà non permeino ogni singola riga di tutto quanto), dunque l'Amleto di Shakespeare (sic.), l'immancabile Autobiografia di Alice B. Toklas della Stein, e tanti tanti tanti altri, da Tennessee Williams a Carlo Feltrinelli che racconta il padre (e dunque se stesso, ovviamente, per proprietà inversa) in Senior Service - che mi permetto qui di consigliare, per capirne qualcosa in più. 

E poi da Marias a Proust a Amy e Robert Lowell, fino, naturalmente, a lui, al prode e nostrissimo Jonathan Franzen. 

In particolare, Come stare soli. Il quale mi è servito, tra le altre cose, a capire che la mia natura solitaria aveva (spero) anche un senso, oltre a crearmi sempre  un sacco di guai con gli amici.  

Perché, vi chiederete, questo improvviso name dropping? Questo sfoggio di pioggia di nomi illustri? 

Non certo per dimostrare che leggevo libri anche prima che le case editrici cominciassero a spedirmeli a casa (ma non è questo il caso)! O per dare prova del fatto che anche i blogger sono andati a scuola! No, per un altro motivo.

Per consigliare a chi non avesse ancora mai esplorato questo mondo prospero, laterale e centrale insieme, della tradizione della scrittura autobiografica. In quegli anni, mi ero concentrata sulla letteratura angloamericana, ma il mondo vasto e affascinante del memoir, naturalmente, non conosce confini di spaziotempo.

A muovermi in quella matta ricerca di vite intrecciate di scrittori, era stata un'esigenza famelica, che andava oltre l'ambizione di prendere un bel voto. Mi spingeva il desiderio di cercare maestri. Di vita e di scrittura. Pensavo, cioè, che se avessi imparato a vivere come una scrittrice, magari lo sarei diventata. Quindi, oltre alla lettura dei romanzi, mi impuntavo sulla lettura di questi libri paralleli, ancora più affascinanti, ai miei occhi, delle opere stesse di narrativa. E poi certo volevo capire come funzionavano le famiglie degli altri, com'è che se ne usciva vivi dal bisogno di scrivere.

Ma, come ben sappiamo, O poeta é um fingidor, e dunque, una cosa che ho capito col senno di poi, è di diffidare delle autobiografie degli scrittori. Lo dico con amore, continuando a leggerle e ad adorarle. Però, solo più alla stregua di altre, meravigliose, composite, bellissime opere di narrativa cui semplicemente piace mascherarsi da verità. Immergersi in questi libri, dunque, è un po' come il Carnevale della lettura. Il più bel gioco che potesse capitarvi di giocare. Il più serio.

Ed è con questo spirito, che mi sono avvicinata a Più lontano ancora. Che ci ho navigato dentro con forza, con amicizia, leggerezza e dedizione. 

Quello che sapevo io, poiché ne erano stati pubblicati stralci sul New Yorker l'estate scorsa, se non ricordo male, era che questa raccolta conteneva un toccante brano di Franzen sull'amico David Foster Wallace. Sulla sopravvivenza all'amico. E sullo spargimento di parte delle sue ceneri. Dunque, conoscevo il mio destino di lettrice. Quello di soffrire, di affrontare questo dolore. Infatti è così. Ma mi è andata bene, perché il primo di questi saggi si intitola per l'appunto:

Il dolore non vi ucciderà. 

In effetti, è vero. 

E quel primo piccolo saggio omonimo corrisponde al discorso di Franzen per la cerimonia di conferimento delle lauree al Kenyon College, nel maggio del 2011. All'incirca il periodo in cui, anche qui se non ricordo male, gli venivano rubati gli occhiali a una presentazione di Libertà. E qui subito dice qualcosa che ho sempre ricercato, infatti, in questo tipo di saggi-manuali-testi sapienziali per imparare tutto:

Farò quello che fanno di solito gli scrittori, cioè parlare di me stesso nella speranza che la mia esperienza abbia qualche affinità con la vostra.

Lo trovo sincero, e sublime, ed è quello che io voglio. Come persona che aspira anche a scrivere, poi, ho trovato molto utile, molto davvero, il capitolo che si intitola proprio La narrativa autobiografica

Dove Franzen torna con tenacia a uno dei suoi grandi temi, che è quello della vergogna. Dello struggle tra l'essere "una brava persona" e lo scrivere romanzi. O racconti. 

Ero impantanato nella vergogna per la mia ingenuità, dice. 

E racconta come si sia scontrato, nella stesura delle Correzioni, nell'eterno problema dello scrittore: cosa penseranno di me. Insomma, sul senso di colpa. 

Questa parte è bellissima. Si entra proprio nella sua cucina, si sente il sapore del suo intelletto, che gira sul fuoco, che arde, che cerca soluzioni. La soluzione che ho capito io è: scrivere sempre, scrivere tutto quello che si vuole, essere leali con se stessi: chi ti vuole bene continuerà a farlo, qualsiasi cosa tu abbia scritto. La scrittura in fondo non è la vita, sono solo sogni diversi, raccontati a parole, e tentativi di bellezza o di mistero o di intrattenimento. Il resto, non ha molta importanza, e non ha a che fare con la morale. 

Bè, c'è da dire che il Nonno Franzen, come lui stesso si definisce a proposito di certe posizioni un po' rigide sulle nuove tecnologie, è una fonte, forse proprio per questo essere nonno, di insegnamenti, per me, inesauribile. Tra le cose che non mi importano, infatti, ci sono anche le sue esternazioni un po' da trombone (sempre parole sue, se non erro) che però a me fanno tenerezza. Un'altra cosa che ho imparato da lui è che non si deve andare per forza d'accordo, per volersi bene. Direte che è ingenuo; infatti anche io ho vergogna, non sapete quanta, per la mia ingenuità. Dopo tutto, è un'esperienza comune a molti.

E poi, c'è David Foster Wallace. 

(Ma prima, non posso non dirvi di un fulminante, brevissimo e idiosincratico saggetto sul comma-then, cioè sull'abusato "virgola poi" che Franzen, inutile stupirsi, detesta a morte. Impeccabile trombone!).

Era amabile come può esserlo un bambino, ed era capace di ricambiare l'amore con la purezza di un bambino. Se l'amore è comunque escluso dalle sue opere, è solo perché David non aveva mai davvero pensato di meritarselo. Era prigioniero a vita sull'isola del proprio io.

Dopo aver tentato di leggere DFW, e qui ci sono le prove schiaccianti,  cercando di fare fronte a tutto, è invece dopo queste poche semplici parole che ho capito davvero la natura della mia stessa curiosità per lo scrittore prematuramente scomparso suicida. 

Si vanno forse a cercare i maestri di vita, sperando che ci spieghino perché siamo fatti in un certo modo, attraverso esempi illustri. Se un genio come DFW, di cui qui emerge però anche la natura dipendente, manipolatoria, mistificatrice, depressa, attrice e incontrollabile, pensava di non meritarsi l'amore, allora la vita (non) ha senso anche per noi. In una parola, con questo libro impariamo dai dolori degli altri, che ci sembrano più sopportabili. 

Dunque: DFW, proprio lui, l'adorabile, il delizioso scrittore gentile non pensava di meritare l'amore? Quanto si sbagliava. 

Quindi questo saggio, il più rappresentativo, da cui il titolo e la copertina del libro (che ho comprato con i miei soldi prima di Natale in un giorno che poi si è rivelato anche un po' fortunato), racconta comunque il viaggio solitario di Franzen, con le ceneri dell'amico, nell'isola Masafuera ("più lontano") che si trova nel bel mezzo del Pacifico meridionale, con le sue "inaccessibili pareti verticali" e "popolata da milioni di uccelli marini e migliaia di otarie orsine ma non da esseri umani".

Qui, Franzen può finalmente (ma vedremo con che esiti) dare spazio alla propria cupa natura meditabonda e al suo essere un noto birdwatcher. Un'attività affascinante, di osservazione, di purezza, conoscenza e cura verso i volatili che, fatalmente, annoiava invece molto DFW; e la vita in questo sancisce, simbolicamente, la differenza tra i due amici. Uno conservativo, vivo, osservatore, calmo, per così dire, e razionale, attaccato alla terra e al cielo. 

L'altro, consegnato per sempre alla posterità, al mito, al sacrificio degli affetti e dell'osservazione in favore dell'eterno.

Detto in parole povere. 

Infine, tutto il resto. Franzen ci dona uno stancante e decisivo viaggio nelle sue esperienze (bello il capitolo Cieli silenziosi ad Assisi - dove si dice di San Francesco che con gli animali, come è noto, ci parlava anche), nelle sue letture: dalla sua maestra Paula Fox, alla bellissima difesa di Alice Munro, al curioso La più grande famiglia mai narrata in cui si profonde in lodi a un bizzarro romanzo, guarda caso sul tema della famiglia, di Christina Stead. 

Passando da certi episodi di vita così pieni di significati (vedi Calabroni), a excursus inveterati ma edificanti sul matrimonio, sulla coppia, sul nonsense.

Ecco, io finirei, anzi inizierei l'anno così. Con del sano nonsense. Ma anche con le cose care e sensate,  di buon senso, cui si ritorna, lo sto imparando adesso, ciclicamente nella vita. 

Con i maestri che ci si va a cercare tra le pagine dei libri. Che poi si ritrova dentro di sé, magari imperfetti, ma sinceri. Con la scrittura, con il pregio delle differenze, con l'amore che non è come pensiamo noi. 

L'ultima frase del mio ultimo (e primo) libro dell'anno è dunque questa:

E d'un tratto sono di nuovo innamorato. 

Che, poi (scusi Franzen per il comma-then) è questo l'unico auspicio o buon proposito che faccio a me stessa e a voi per l'anno nuovo. 

Di sentirci sempre innamorati. 

Di cose o persone consuete o di cose o persone nuove, ciascuno saprà e sceglierà il suo modo. Ma la sostanza, spero per tutti, sia questa. Sentirci di nuovo innamorati, d'un tratto. 

Per tutto il 2013 ma anche oltre.

mercoledì 26 dicembre 2012

Taccuino di caffè - Xmas edition!






Buon Santo Stefano! 

La giornata in genere molto importante e insieme molto interlocutoria. Qualcosa è finito (le malinconiche ma affettuose cene degli avanzi sono lì a testimoniarlo), qualcosa di nuovo comincia proprio adesso (e che si fa dunque a Capodanno? Si ode sussurrare piano piano tra i fumi delle tisane rilassanti). Per me è stato un Natale curioso. Diverso dagli altri, anche se all'apparenza uguale. Tenero e pieno di cose buone ma anche di riflessioni e di scelte. 

In questi momenti festivi ho pensato molto, e a molte cose e altrettante ne ho capite. Ad esempio, il senso della vita! Almeno della mia hehe. Insomma, in pochi giorni, mi sembra di aver macinato, non so bene perché, alcuni mesi di esperienza. Capita anche a voi? Chissà. 

Detto ciò, però, la magica, fantastica e affascinantissima rete dei nostri sogni, mentre noi siamo qui a brindare ignari e baldanzosi, a scartare i regalucci, a progettare discese in snowboard - santo cielo, mi tocca superare il trauma (cranico) dell'anno scorso e tornare sulle piste: sapevo che il momento sarebbe arrivato, dunque, se potete, pregate per me e per le mie ginocchia! - continua a produrre miliardi di news a getto continuo. 

Mai distrarsi un attimo, quindi, che essa ci travolge di imprescindibili, esaltanti novità e a noi il compito crudele di industriarci alla bell'e meglio per starle dietro. 

Quindi, a dispetto delle bollicine che ancora gravitano nel nostro cervello natalizio, ai datteri che impastano di dolcezza la nostra mente e al gelo che ci galvanizza l'anima, mettiamoci sotto con il taccuino! 

1) Telegrafico. Una interessante panoramica made in UK dell'anno libresco appena passato ce l'ha fornita, proprio nel giorno della vigilia, il Telegraph che, tramite l'arguta penna di David Robson, ha rapidamente ripercorso il 2012 con i suoi highlights editoriali. Superserious. 

2) Snoopy. Letta su Finzioni qualche giorno fa, questa notizia mi ha rallegrata. A quanto pare, Graphicly Digital Distribution e Peanuts Worldwide si sono accordate per digitalizzare ben 60 raccolte a fumetti dei Peanuts. Schulz è il mio filosofo di riferimento, questa per me è proprio una bella cosa.  Sotto sotto, anche Franzen ne sarà contento!

3) Storie attorno al fuoco. Sapevate dei podcast di short stories del Guardian? Mi sembra una bella idea. Ti metti lì, ascolti queste avventure di sottofondo, ti ipnotizzi per un po'. Che poi è il divertente delle avventure da ascoltare. La voce di Nadine Gordimer, qui, mi ha proprio spezzato il cuore. 


Musica per tutto questo: Aretha Franklin, I say a little prayer.






domenica 23 dicembre 2012

Il racconto di Natale.




Questo è il mio raccontino di Natale.

Ed è il mio modo per fare gli auguri a tutti voi che passate da queste parti, vi ringrazio tanto e vi auguro il meglio, che possiate essere felici per la maggior parte del vostro tempo. Con affetto.


Viaggio di amici di Natale


La luce era scesa in salotto; la poltrona gialla da chiara, diventava scura. 

Lily guardava la televisione, che brillava di raggi blu e arancio, ma non capiva bene le parole e la trama dello sceneggiato. Dopo tanti anni in Italia, certe cose restavano ancora senza senso. La giornata al ristorante l'aveva stancata, mancavano due giorni a Natale, non si era ancora fatta la doccia, e aveva in mente suo figlio che le aveva detto di uscire un po' prima, perché aveva le guance scavate e gli occhi con le lacrime. 

Aveva piegato una trentina di tovaglioli, messi sullo scaffale, profumati di pulito. Aveva bagnato le piante, perché quello era il suo compito principale. Oltre a piegare i tovaglioli e stirarli.  

Ora, seduta sulla poltrona di casa, al buio, con la tazza di tè colma a metà, prima di alzarsi, si era passata una mano sullo chignon di capelli grigi. Non era spettinata. Si era guardata la gonna marrone di velluto. Era elegante? Non se l'era mai chiesto. Quella era la prima volta. Era un dicembre rapido, senza il tempo per fare domande. 

Si era alzata per entrare nella veranda e ascoltare Singer. 

Di solito, lo ascoltava tutte le mattine alle cinque. Lui la chiamava con la prima nota, lei conosceva tutta la scala, ma quella era il richiamo del risveglio, sotto il cielo indaco, prima che si alzassero dal letto tutti gli altri. Singer era riconoscente, perché Lily in cambio della piccola canzone gli metteva l'acqua nella vaschetta e il miglio. 

Penso che canti solo per me. 

Gli aveva detto lei qualche volta, in cinese, con un bisbiglio che nessuno poteva aver mai sentito nella casa, nel condominio.

E lui le aveva risposto. Sì, è così. 

L'aveva detto in italiano, perché, a sua volta, non era stato capace di imparare mai il cinese.

Singer era un lorichetto fatato, un pappagallino con le ali verdi e il capo rosso, puntini gialli sul petto,  becco crema e una macchia nera sulla nuca. La sua era una specie di montagna, che si alimentava di fiori sugli alberi e si riproduceva sempre tra dicembre e gennaio. 

Lui era cresciuto però in cattività, non sapeva nulla delle abitudini della propria famiglia, ma tutti gli anni sotto Natale cantava con più intenzione, per più tempo, con più voce. Sentiva il richiamo del freddo, che per lui voleva dire invece calore, qualcosa come una nascita. Lily lo aveva capito. Quei mesi per Singer contavano più degli altri. Anche per Lily, da quando si era accorta di quel sentimento del suo amico. 

Passava un aereo nel cielo, rasente la città, si accendevano le prime luci della sera, la nebbia copriva i tetti che Lily poteva osservare tutti i giorni dall'ottavo piano del palazzo. La famiglia era al ristorante, lavoravano tutti fino a tardi, doveva prepararsi qualcosa da sola, non aveva fame, ma tanta sete, quella sera. Le sembrava di sentire l'odore del cibo tutto il tempo nelle narici. Come se non esistesse altro. Si chiedeva se anche Singer non avesse nostalgia di altri profumi, di montagna, perché lei sapeva che lui, come stirpe, veniva da lì, come aveva spiegato il signore del negozio che glielo aveva venduto. 

Lily si era seduta sulla sediolina di vimini accanto alla gabbia di Singer, con gli occhi chiusi. 

Finita la canzone. Si era rialzata. E aveva aperto la porta della gabbia, afferrando Singer con la mano. Andiamo via? Aveva chiesto lui, come se fosse la cosa più normale del mondo. Lei non aveva risposto, ma accennato un sorriso senza mostrare i denti. Il volto era pieno di rughe, ma la sua armonia era intatta, come un mosaico di cui non si riconoscevano i confini tra i tasselli. 

Sull'ascensore erano rimasti in silenzio.

In cortile, Lily aveva liberato la bicicletta dalla catena e aveva infilato Singer in una tasca della sua borsa capiente di lana cotta, e poi messo entrambi nel cestino. Facciamo un viaggio. Aveva spiegato, sempre in cinese. Viaggio di amici di Natale. Se vuoi cantare, canta. 

Lungo una strada di ghiaccio, si erano incamminati ai confini della città. Lily vedeva poco nella nebbia, dalle fessure dei suoi occhi neri, ma teneva salde le mani sul manubrio, senza guanti, sulla linea dritta tracciata dalla pista ciclabile. Singer cantava con più voce, senza fermarsi. C'era profumo di vento e di pioggia. 


venerdì 21 dicembre 2012

Auguri riusciti! E un regalo.


Grazie a Geca Industrie Grafiche.

Italo Svevo - Un burla riuscita.

Se fate zoom alla vostra destra: ci sono anche io!

Geca Industrie Grafiche è uno stampatore creativo! Se fate un giretto sul loro sito penso che vi divertirete, perché hanno idee colte e intelligenti. E divertenti. Ogni anno si inventano qualcosa di diverso, però con lo stesso formato. Ovvero utilizzare il packaging di prodotti famosi, ma riempirli di libri, per promuovere la lettura. E poi ne fanno dono ai loro amici.

Quest'anno c'è l'iRead, ad esempio. E poi ci sono anche un calendario, un quaderno e un libro. 

Il libro si intitola Una burla riuscita, di Italo Svevo. 

Un racconto lungo o romanzo breve, una novella struggente che mi aveva molto commossa qualche tempo fa. Qui, trovate il post. Gli amici di Geca hanno letto quel post e hanno avuto piacere di utilizzarne una frase per la quarta di copertina.

Inutile dirvi quanto questa cosa mi faccia piacere. Soprattutto perché la storia è davvero bella, non solo perché esce dalla penna di Svevo, ma anche perché contiene in sé come un tesoro di poesia.

Una burla riuscita è una storia spietata, ma tenera; dolorosa, ma clemente. C'è una vicenda triste, ma ci sono le favole e questi piccoli passeri parlanti. C'è genio, e gentilezza. 

Uno di quei regali piccoli come gemme ma forti come montagne della nostra grande letteratura. 

Questo per me è un graditissimo regalo di Natale. Ed è un invito a leggere questa storia. Chi di voi avesse quindi piacere di leggerla in questa speciale edizione, può scrivermi tranquillamente via mail e vi dico. 

Nel mentre, Buon Natale. Ma ci sentiamo ancora! Dal momento che il mondo è ancora qui tra noi.

giovedì 20 dicembre 2012

Salone del Libro, creatività e 1 caffè.



Gianni Rodari, nella Grammatica della fantasia, ha scritto che "una parola, gettata nella mente a caso, produce onde di superficie e di profondità, provoca una serie infinita di reazioni a catena, coinvolgendo nella sua caduta suoni e immagini, analogie e ricordi, significati e sogni, in un movimento che interessa l'esperienza e la memoria, la fantasia e l'inconscio e che è complicato dal fatto che la stessa mente non assiste passiva alla rappresentazione, ma vi interviene continuamente", e in effetti ci rendiamo conto tutti i giorni di quanto avesse ragione. 

E dove conta di più la fantasia se non nel tempio delle parole? Il più famoso che abbiamo in Italia?

Saranno dunque proprio la sua "grammatica della fantasia", applicata al 2.0, e la creatività, in tutta la sua meraviglia, a ispirare il 26° Salone del Libro, come ho potuto apprendere ieri alla conferenza stampa. 

La creatività. Che bello. Mi sembra un ottimo tema, un ottimo motivo per lavorarci intorno. Lo ha spiegato Ernesto Ferrero, il cui discorso ieri è stato il più appassionato di tutti devo dire. 

Ha spiegato bene tutto quello che troveremo il prossimo anno, tutto quello che possiamo aspettarci di bello, con qualche novità, e qualche elemento già ben consolidato. Bè, per i dettagli vi rimando al sito del Salone, ma qui vi dico un po' quello che ha colpito me. 

1) L'hashtag. Fantastico: alla conferenza stampa si è annunciato l'hashtag #SalTo13. E io un po' mi commuovo ripensando a come questa consuetudine sia nata un po' con noi (e parlo di alcuni amici e pure un po' di me). Molto bello. 

2) I piccoli editori. Tutti i partecipanti hanno speso almeno una parola sulla loro importanza. Ci sarà anche quest'anno l'Incubatore; penso che ci passerò molto tempo, anche perché sarà presente LiberAria che è, sì, in effetti, la mia splendida casa editrice. 

3) La creatività manuale. Il Lingotto ospiterà esponenti di questo mondo che si contrappone, ma non esclude, alla "smaterializzazione degli oggetti". All'insegna della valorizzazione del "patrimonio di tradizioni e pratiche che sembrava dimenticato". Mi pare giusto.

3) Maestri della cucina. Ci sarà un'area dedicata alla cucina. Davvero. Mangiare al Salone è sempre stato un po' tragico. Forse avverrà il miracolo: cibi e profumi buoni in ogni dove. Speriamo.

3) Ted Talks. C'è in corso un progetto di format che si richiama esplicitamente a queste magnifiche conferenze. Di cui sono grande fan. Se non le conoscete, date un'occhiata qui! Sono happening culturali in cui le persone a più diverso titolo raccontano esperienze di innovazione in tutti i campi dell'umano. L'acronimo sta per Technology, Entertainment & Design. Le seguo da un po', alcune mi hanno spalancato la mente, altre spezzato il cuore. Quando avete qualche minuto libero, trascorretelo lì e mi direte.

4) Cile. Il Paese Ospite. Sono molto curiosa. Vi dico solo che ci sarà Javier Cercas che parlerà del suo grande amico Roberto Bolaño (Confesso, io 2666 non l'ho ancora finito. Quando accadrà, però, sarete i primi a saperlo!). Comunque questo è da non perdere.

5) D'Annunzio. Mia nonna ne era ossessionata. Era forse l'unico scrittore che avesse mai letto, e comunque l'unico con quel trasporto. (mentre mio nonno leggeva e rileggeva continuamente Rigoni Stern: che curiosa famiglia, vero?). Al punto che non posso dimenticare una proverbiale gita a Gardone Riviera a rimirare per ore e ore il Vittoriale. Ammetto che non è mai stato il mio idolo, però va detto che è imprescindibile, e che c'è un progetto pazzesco in corso di digitalizzazione di tutta la sua opera, un fatto così sinestetico!

5) La Regione Ospite è la Calabria. Si ricorderanno Corrado Alvaro e Stefano D'Arrigo, molto importante. Bene.

6) Diritti social. Un bellissimo progetto in corso d'opera si chiama b2bright.com, una piattaforma online dedicata allo scambio dei diritti, in collaborazione con gli amici di Bookliners. Che dire? Supercool. 

7) Book to the future. Quanti ricordi? Qui una testimonianza di quanto sia affezionata a questa sezione del Salone. Dove, in poche parole, è avvenuta la prima presentazione al Lingotto di un libro fatto anche da me. E sì, se ve lo stavate chiedendo, nel post c'è anche una bella foto di Baricco! Che dico? Una gigantografia, santo cielo, perdonatemi.

8) Bambini, bambini, bambini! Al mio primo Salone, avevo 6 anni. Per i bambini non c'era niente di speciale. Ah, no, c'era una marionetta che ti regalavano all'ingresso. Me la ricordo ancora come una delle cose più belle della mia infanzia. Potessi essere bambina adesso, con tutte le belle iniziativeche ci sono, ne sarei più felice. Ma, è andata così. W i bambini di oggi.

Dunque Ferrero ha concluso con una bella citazione di Valéry.

La più grande libertà nasce dal più grande rigore. 

Che mi è parsa ispiratrice e sintomatica di un Salone che si prepara a sfidare tante cose, prima tra tutte la crisi, non ultima la difficoltà che molte persone hanno nella lettura.

E questo mi dà agio di tornare a Rodari. Che nella sua Grammatica dice anche.

 Non c'è vita, dove non c'è lotta.

E io ho voglia di lottare. E spero anche voi che leggete. E che sarà un buon Salone. Lo spero davvero.



Vi mancavano le mie foto del vascello fantasma? E delle albe torinesi? 


Ebbene, eccole qui.

Dalle quali si evince che domani finisce il mondo. 

La mia serata poi è finita in bellezza. Una cena di Natale con gli amici di 1Caffè. 
Se non conoscete ancora questo bel progetto, è il momento giusto, poiché a Natale è normale fare un regalo, specie se a fin di bene. Un caffè costa solo un euro e regalarlo con un metodo di donazione sicuro ad associazioni fidate è un piccolo ma importante piacere. Ve ne parlerò ancora e ancora, perché ci tengo moltissimo e credo nella bellezza ed efficacia dell'iniziativa. Ma poi davvero cosa c'è di meglio di un caffè per stare un po' bene insieme?
 Lo penso sinceramente.

martedì 18 dicembre 2012

La foresta ti ha, annunci, antiche ossessioni.


Luis Devin, La foresta ti ha, Castelvecchi.


Una piccola premessa. Volevo scrivere questo post domani mattina, ma in verità sarò qui. 

Alla presentazione del 26° Salone del Libro, a Torino. Alle 11.

C'è un motivo per cui sarò lì domani, oltre al piacere di farlo. Sarò lì anche perché è molto facile che ben presto, da gennaio, mi troverò a collaborare proprio con il Salone. Davvero, è così. Ma vi racconterò al momento giusto. Era solo per dirvi che la mia vita potrebbe un po' cambiare, non lavorando più solo da casa, ma che farò del mio meglio per mantenere un buon ritmo qui sul blog, e per raccontarvi sempre di volta in volta dei libri che leggo e che mi piacciono.


Dunque lo scrivo adesso, perché ci tengo molto. Questo è un libro che mi ha colpita per molte ragioni. Come spesso mi accade, è stato proprio il suo autore a segnalarmelo. 

Non altrettanto spesso accade che gli scrittori siano così garbati, o che i libri segnalati siano poi davvero belli, secondo il mio modesto parere. 

Luis Devin invece, oltre a essere gentile, a giudicare dalla piccola corrispondenza che abbiamo avuto (non è un mio amico), però, è anche, per me, davvero bravo come romanziere. 

Ma, soprattutto, ha scritto un libro che ha svegliato nella mia mente sensazioni profonde e ancestrali. 

Il romanzo, il cui sottotitolo è Storia di un'iniziazione, racconta la sua esperienza in Africa centrale, nella foresta, e di un rito di iniziazione con i pigmei Baka. Ovvero lui è andato lì, e si è integrato a loro, vivendoci insieme, compiendo studi e ricerche antropologiche. E questa la nuda trama.

Ma poi, c'è lo Spirito della Foresta. 

Dovete sapere che, come vi dicevo qui, ho sempre sognato di diventare una scrittrice di romanzi. Fin da bambina, avevo le idee chiare. Solo che a me le cose troppo belle hanno sempre spaventata, quindi ho faticato molto a mettermi nell'ordine di idee e pensarci bene sul serio. Ci ho messo tanti anni a capire, cioè, che tipo di lavoro andava fatto. Detto questo, però, avevo un sacco di idee per la testa. E alcune le realizzavo anche, nel segreto della mia cameretta. 

Una di queste era un romanzo ambiziosissimo, tutto magico e poetico ed espressionistico, ambientato nella foresta pluviale! La foresta era una mia ossessione. La vedevo, la temevo, la sognavo.

Facevo forse terza media e questo era un romanzo complicatissimo, e semplice insieme. Era la storia di una ragazzina di nome Shanì (il nome che avevo dato alla mia bambola: perché era quell'età in cui abbandonavi i giocattoli di pochi anni prima, ma li avevi ancora un po' freschi nella mente). 

Questa ragazzina dunque si ritrovava sperduta in questa foresta e doveva sopravvivere. Evidentemente, mi avevano molto turbata a scuola le lezioni sulla deforestazione, mi terrorizzava l'idea di restare senza ossigeno. Come avremmo fatto a respirare, senza le foreste?

Il respiro in generale è un mio forte interesse ancora oggi.

Ci giro intorno, perché questo libro alla fine mi ha condotta dunque verso ritmi e tempi lontani, lentissimi, primitivi e candidi; quelli insomma di cui ho bisogno. Mi sono trovata quindi a cacciare con loro un elefante, e non ho potuto non pensare a Moby Dick. E ad ascoltare, non con le orecchie, lo Spirito Jenghi, che è colui da capire, da conoscere, da studiare, che determina le sorti. 

Ho avuto un Maestro. L'ho visto tra queste pagine. Ne sono rimasta sorpresa. Non sapevo infatti che l'avrei trovato mai, e per di più nei libri. Che l'avrei trovato, cioè, dentro di me e non fuori. Non fuori. 

Il Maestro dell'iniziazione ci esamina uno per uno, controlla che la pelle sia luccicante di olio e decorata e protetta a dovere.

Un Maestro che interpreta lo Spirito della Foresta, che lo traduce per te. E che controlla che tu sia abbastanza luccicante, che ti protegge. 

Nel mezzo della foresta, tra i pericoli bui, nell'imminenza del pericolo vero. Lui ti protegge. Quanto desideravo questa cosa. Quanto è dolce la scrittura, quando fa questo. Quando ti prende per mano. Solo te, nessun altro, senza nemmeno darlo troppo a vedere. Nemmeno ti stringe o ti indirizza. Ti sfiora una mano. Ti guarda per vedere se ci sei, se brilli bene, se sei viva. 

Dunque. Ogni singola riga di questo romanzo è piena di spirito, di respiro, di anima. E insieme di cose piccole, pesci, frutti, foglie, bambini. E di questo rituale che si prepara.

È un attimo.
Tutto ti succede davanti. Intorno. Dentro. 
Un attimo dopo è tutto finito. 
Le grida della gente non fanno rumore, adesso, i tamburi vibrano sotto le mani senza emettere suono. 

E ancora.

Atemè diceva sempre che ciò che siamo veramente, quello che diventiamo quando il battito del nostro cuore è più forte dei tamburi è qualcuno che neanche noi conosciamo. Io e gli altri ragazzi, i ragazzi qui vicino a me, non abbiamo più fiato. Il tempo comincia già a rallentare, rimane impigliato ai rami degli alberi. Ci sono pozze di sangue nero che scompare sotto terra. Pugnali buttati nell'erba alta, gli insetti che ci volano sopra. Con la faccia e le mani nel fango cerchiamo dentro di noi quello che i Baka chiamano njele. Il coraggio feroce. La furia del leopardo ferito alla zampa da una trappola, il morso del gorilla che protegge il suo branco. La rabbia sepolta in ognuno di noi che ci consente di non crollare, di andare avanti nonostante tutto. Dobbiamo solo trattenere il cuore più forte che possiamo, hanno detto gli anziani, dobbiamo impedire che salga troppo in alto, che si arrampichi fino alla gola. 

Il coraggio feroce. Se non lo avete adesso per qualche ragione, il libro vi potrà aiutare, spero, come ha fatto con me. 

E vi darà la notte scura. L'avventura. Il cuore. 

Il coraggio feroce, però, soprattutto. 


lunedì 17 dicembre 2012

Zoom su oggi pomeriggio.





Buongiorno, buongiorno! 

Un anno esatto fa, qui, vi raccontavo della nascita di Zoom, una nuova e speciale collana di Feltrinelli

Una collana tutta di ebook. 

Dunque, una cosa ambiziosa e temeraria. Diciamo, una sfida, all'insegna della sperimentazione e dello spirito del tempo.

Infatti a quanto pare sta andando bene, come immaginavo. 

Dunque, succede di bello che 365 giorni dopo, questo pomeriggio, parteciperò anche io e volentieri all'Hangout che l'editore ha organizzato per festeggiare il primo compleanno!

Cos'è un Hangout? Giustamente. 

Gli Hangout sono delle fantastiche ed esaltanti video chat (piuttosto diffuse all'estero, l'editore mi ha segnalato ad esempio questa per farvi un'idea...) in cui, con un moderatore, le persone possono chiacchierare e scambiarsi opinioni. 

Alle 16 dunque ci sarà questa tavola rotonda, che poi è una specie di festa virtuale, in cui si parlerà di editoria, scrittura e digitale. Ci saranno scrittori, blogger e lettori. 

E andrà tutto bene, nel migliore dei mondi possibili.

(confido di non ricadere sotto il mio consueto Effetto Pauli quanto alle nuove tecnologie!).

Vi rimando comunque alla notizia, qui, dove ci sono anche le facili istruzioni per seguire tutto quanto in diretta!

Spero che sarà piacevole per voi e che si potrà dialogare e diffondere nell'iperspazio il sacro postulato secondo cui gli ebook sono cose belle e vere e fanno bene all'anima.

(a tal proposito, non posso non pensare sinceramente anche a queste altre meraviglie!)

Quindi, se avete curiosità, interessi, desideri e suggestioni da dire e da ascoltare, questo è il posto giusto. Sono sicura che sarà divertente.