venerdì 21 settembre 2012

Dorato - Festival indipendente dell'editoria e della musica!




Buongiorno :) 

Comincia oggi, e arriva fino a domenica, per salutare l'autunno, Dorato - Festival indipendente dell'editoria e della musica. Nato da un'idea della casa editrice Miraggi, e grazie al lavoro preziosissimo di Sara Bauducco (il suo blog è delicato ed elegante e ispirante), parte questo avventuroso, secondo me importante progetto. Qui c'è la pagina facebook dove potete trovare tutte le notizie, le informazioni e cliccare, se vi piace, "mi piace". 

Lo trovo importante perché Dorato ha la ferma intenzione di concentrare un'infinità di editori indipendenti, scrittori, musicisti, artisti delle più diverse discipline in un bel posto che si chiama Cartiera a Torino, in Via Fossano, 8, che fa parte di quella straordinaria ondata virtuosa di riqualificazione delle zone industriali della città e che ospita moltissime attività rivolte a tutti, ma specialmente ai giovani del quartiere. 

E quindi, che altro aggiungere? 

Se passate da quelle parti, cari torinesi e non, date un'occhiata perché ci sono appuntamenti da non perdere (per i dettagli vi rimando alla pagina fb di prima!). Quanto a me, sarò presente per tre sere, insieme a Sara, a presentare una quantità innumerevole di romanzi, saggi, scrittori e insomma non so bene come andrà a finire, ma l'importante è che sarà divertente e ciascuno potrà dire la sua e parlare di libri in simpatia e compagnia. 

Ma è fondamentale ricordare che, dopo le presentazioni, seguiranno spettacoli imperdibili... 

Buon week end allora! c\_/






E buon inizio di autunno! :)

giovedì 20 settembre 2012

XS - Extra d'autore!



Per me Dacia Maraini (come penso per tutti i suoi lettori) è molto importante. Ho avuto modo di leggere la sua ultima raccolta di racconti e poterne scrivere qui. Ed è stata un'esperienza forte, soprattutto per il tema conduttore, che è la violenza sulle donne, di qualsiasi tipo, e non si può restarne indifferenti. Alcune di quelle storie mi tormentano ancora adesso ed è un bene.

Quanto a questioni più minute e personali, ogni volta che sento nominare questa scrittrice ho un sussulto. Mi è capitato infatti qualche anno fa, per una grande fortuna, di veder pubblicato un mio racconto sulla rivista Nuovi Argomenti. Il direttore responsabile di questa importante rivista è proprio Dacia Maraini. E il pensiero che quel mio piccolo racconto avesse ricevuto l'approvazione di una scrittrice di quella statura è rimasto tra i più felici della mia vita.

Quindi oggi mi ritorna alla mente quella stessa emozione, e sono nuovamente contenta (e onorata) di ospitare su Tazzina-di-caffè un'anteprima di un suo racconto. Il racconto si intitola Una suora siciliana, e potete cominciare a leggerlo proprio qui sotto.

L'occasione è di quelle interessanti, perché questo racconto fa parte di una nuovissima collana di Mondadori, che vede la luce proprio oggi. Si tratta di XS - Extra d'autore, una collana di testi brevi di grandi autori esclusivamente in ebook. A me piace questo tipo di lavoro che stanno svolgendo i principali editori italiani con il livre numérique come si dice in francese per indicare l'ebook hehe, e con la forma narrativa breve, di cui sono fruitrice da sempre.

Mi piace e mi incuriosisce. Dunque, spero possiate gustarvi questa anteprima e poi approfondire, per qualsiasi informazione, anche qui.   

Buona lettura! c\_/




Una suora siciliana
di Dacia Maraini

Ore 10. Comune di C.
Un liceo. In un piccolo paese fra le montagne siciliane. Tanti studenti. Che chiedono alla scrittrice impegnata di impegnarsi di più. Ma come? Un ragazzo dai capelli ricci color carota la guarda con severità. «Voi scrittori avete una voce che viene ascoltata ma non la usate come dovreste.»
Giorgia osserva il ragazzo dai ricci rossi e vede con apprensione che dalle sue spalle gracili spuntano due lunghe ali bianche che si alzano minacciose verso l’alto.
«Noi lavoriamo coi tempi lunghi» risponde timidamente.
Ora accanto all’angelo sbuca, non si sa da dove, una ragazzina dalla pancia scoperta. Ha un anello d’argento che occhieggia sull’ombelico nudo e la fissa con sorridente ardimento. «Avete un’arma e non la sapete usare», dice con voce indignata «ci lasciate marcire in questa Sicilia corrotta e violenta, senza una parola.»



Ore 12
Una studentessa dai calzettoni rossi l’accompagna a visitare il convento arrampicato sulle rocce di C.
«Qui la monaca Filomena si fermava a pregare davanti alla Madonna dell’angelo.» Ancora un angelo? Avrà la testa dai ricci color carota? Si chiede Giorgia seguendo la studentessa dai calzettoni rossi su per una scala ripida e scoscesa.
«Queste sono le celle» spiega lei aprendo una porta di legno tutta incisa e intagliata. Dentro la stanzuccia bianca di calce si vedono: un cantaro, un lettuccio, una catinella di metallo scrostato, una brocca bianca, una croce appesa sopra la lettiera e un minuscolo inginocchiatoio di legno grezzo. Accanto alla porta, sul pavimento giace una cassapanca su cui spiccano dipinti elegantemente mazzetti di fiori gialli e lilla e due pappagalli dal becco ricurvo e le ali rosse e verdi.
«E questa cassapanca?»
«Ogni monaca aveva la sua. Ci tenevano il corredo. La stessa cassapanca, quando morivano, serviva da bara.»
«Da bara?»
«Questa cassapanca è stata dissepolta durante i lavori del convento. Il corpo della suora è stato messo in una teca. Dicono che fosse integro. È in lista per la beatificazione.»
La studentessa dai calzettoni rossi ora la precede lungo corridoi labirintici che portano verso un cortile esagonale. Colonnine ritorte di marmo bianco reggono le volte di un loggiato ombroso. In mezzo al cortile un giardinetto striminzito in cui crescono disordinati polloni di rose e ciuffi di lavanda. Al centro un pozzo di pietre grigie, sormontato da un arco di ferro battuto.



Ore 13. Hotel Belvedere
Giorgia rientra in albergo. Si siede sul letto e continua a pensare a quella cassapanca dipinta a colori vivaci. Prima ci tenevano le lenzuola, gli asciugamani, la biancheria e poi ci adagiavano il corpo della monaca morta. Ma da quando in qua le bare si dipingono con fiori e pappagalli?
Cerca di immaginare la giovanissima suor Filomena giunta da qualche mese al convento di C. con la sua cassapanca piena di stoffe. Porta un velo nero appuntato sul capo. La gola è coperta dal camauro candido che le scende sul petto come un grembiulino sempre pulito e stirato. Ogni due giorni il camauro va lavato e messo a stendere. Ogni due giorni va inamidato e stirato. Come vanno lavate e stirate le camicie di cotone grezzo che le giovani suore indossano a pelle. Le piccole e fattive mani di Filomena sono sempre in moto come vuole l’ordine del convento: una donna con le mani in mano si fa preda del demonio, perciò bisogna tenerle attive: la mattina alle cinque c’è da mungere le pecore e poi scaldare il latte nei grandi pentoloni di rame. Subito dopo c’è da lavare le lenzuola e stenderle in giardino. Più tardi bisogna badare all’orto: pulire, sarchiare, togliere le foglie morte, innaffiare i pomodori e le verze. Quindi di corsa in cucina per setacciare la farina, tagliare le verdure, friggere le uova, fare lievitare il pane, sgusciare i fagioli. Nei momenti di pausa le dita dovranno cercare il rosario appeso al fianco e fare scorrere i grani mormorando una preghiera. Poi ci sarà da applicarsi sul ricamo, e verso sera, sui libri sacri e poi ancora attorno ai piatti sporchi dopo la cena, e la notte, quando gli occhi saranno gonfi per il sonno e la stanchezza, le piccole mani robuste dovranno reggere il pesante libro delle preghiere, mentre le ginocchia si punteranno sul legno ruvido dell’inginocchiatoio per l’ultimo saluto al Signore prima di coricarsi. Suor Filomena conosce il suo dovere. Da quando è stata destinata al convento che aveva appena otto anni, ha rinunciato agli specchi, ai vestiti, ai sogni d’amore. La sua immaginazione infantile non riesce neanche a concepire la qualità del sacrificio che sta affrontando. La vita indaffarata e la compagnia continua di altre ragazzine come lei la distraggono dal pensiero della segregazione. Le sue mani giudiziose intrecciano fili di seta, la sua gola, quasi in silenzio, rimugina una canzone che usava cantare assieme alle sorelle da bambina quando giocavano a scovare ranocchie nello stagno dietro casa.

lunedì 17 settembre 2012

1Caffè.

Forse qualcuno conoscerà già il bel ragazzo qui di fianco! 

Ma forse non tutti sanno che (o forse sì, visto che loro sono stati nominati come miglior sito a sfondo sociale al BlogFest di Riva del Garda - a proposito: votateli, votateli, votateli!) Luca Argentero e un gruppetto di amici hanno pensato da un po' (e lo fanno ormai tutti i giorni senza sosta) di offrire 1 caffè a tutte quelle associazioni che si occupano di solidarietà no-profit in Italia e nel mondo. 

Dunque comincio con gli appuntamenti, poi dico la mia. 

Se siete di Torino, o ci passate in questi giorni, potete trovare i ragazzi di 1Caffè qui, il 22 settembre, all'Istameet, il raduno nazionale degli Istagramers, che Dio li benedica ;D

Oppure qui, alla Social Media Week, dove racconteranno diffusamente il progetto, bevendo buon caffè a colazione.

Se invece siete milanesi (eh, non si può essere perfetti ;) scherzo, io amo Milano con tutto il cuore), o capitate da Milano per qualche ragione, li trovate ai #TA12 (TweetAwards!), qui! Il 6 ottobre!

O ancora, il 14 ottobre, al Festival delle Lettere, sempre a Milano, dove presenteranno una moleskine scritta da Luca. 

Ora dico una cosa personale: ho seguito questa avventura dagli esordi, e mi ha subito incuriosita perché una bella mattina ho aperto internet e ho visto una tazzina sull'orecchio di Luca Argentero (orgoglio sabaudo) e mi è preso un colpo. 

Poi ho iniziato a cercare di capire cosa fosse questo 1Caffè. 

All'inizio può intimorire: offrire un caffè, ma a chi? e come? e soprattutto perché? 
In questi casi si è sempre scettici: sarà veramente Argentero? c'è da fidarsi? è una truffa? i soldi chi se li intasca? perché è questo che secoli di esperienza negativa ci hanno lasciato in eredità, un mondo di squali, delusioni e amarezze varie. 

Poi, semplicemente, lasciandomi incantare e convincere dai post che ogni giorno loro inseriscono con pazienza sui social network ho intravisto la dedizione e l'amore che ci mettono nell'andare a scoprire le associazioni, decifrarne l'affidabilità e cooperare per ottenere più fondi per realizzare progetti umanitari importanti. Quindi il concetto era: offrire un caffè per aiutare qualcuno, davvero. 

Di esempi ce ne sono ormai tanti, se visitate il loro sito, qui, trovate gli aggiornamenti. Ogni giorno appaiono contenuti nuovi. 

E poi li ho conosciuti. Ovviamente di fronte a un caffè. E non c'è niente di più piacevole di quando una bella immagine virtuosa ma virtuale corrisponde in tutto a quella reale: mi è subito stato chiaro che 1Caffè è un progetto vero, serio, sincero. Nessuno dei partecipanti ha interesse (o bisogno) di lucrare su alcunché, la buona fede è la prima cosa che ho percepito scambiando due parole con uno di loro. C'è allora uno spirito davvero onesto dietro questa associazione, non melenso, non perfettino, non dolciastro. Semplicemente onesto.

La mia sensazione è stata di un gruppo di persone fortunate che, e ne esistono, sente l'esigenza di restituire un po' di questa fortuna a chi non ne ha. Un meccanismo più concreto di quel che si pensi, perché funziona e manda avanti le cose.

Dunque, ma io che c'entro in tutto questo, a parte le tazzine? 

C'entro perché ho il piacere di potervene parlare, sui miei piccoli spazi, con cognizione di causa: ovvero, se avete domande ditemi che gliele giro. E perché mi fido di loro.

E infine, la cosa più importante, come si fa a regalare questo caffè? QUI c'è la spiegazione. Non fatevi spaventare, è un meccanismo semplice e pure divertente. 

Allora adesso beviamoci un caffè insieme. E spero di vedervi a qualcuno di questi appuntamenti!

Buona settimana.

c\_/


domenica 16 settembre 2012

Una novità NonClassificabile.




Buongiorno :) 

Come anticipavo ieri sui SN (eh? Social Network!!), avevo in serbo una piccola novità. Ci penso da un po', ma ora si è finalmente concretizzata l'idea. 

Forse non se ne sentiva il bisogno, in una rete satura di cose, progetti, e soprattutto di infiniti BLOG. E invece. Proprio di un nuovo blog si tratta. Perché ho capito una cosa: quando tutto sembra finito, ecco invece che si ricomincia. Mi pare un po' il senso della vita, ma forse è meglio lasciare questi pensieri ai filosofi e tornare con i piedi per terra.

Eh sì insomma ho aperto anche io un nuovo blog. Sono emozionata come poche volte mi è capitato, perché è una cosa proprio mia, veramente mia, fino al midollo. E dunque mi sento un po' esposta, sul serio, più che in molte altre occasioni, ma penso ne valga la pena. Si chiama NonClassificabile. Le spiegazioni le trovate cliccandoci sopra. Ci metterò nuove cose, nuove rubriche, nuovi progetti, nuove sensazioni, nuove ossessioni (cit.) e nuovi racconti.

Tazzina-di-caffè però resterà sempre attivo! Lo orienterò forse più sui libri (e il caffè) e tutto ciò che ci ruota intorno. O almeno questa è l'intenzione. 

Uhm, potrà apparire forse un tentativo di sdoppiamento della personalità, ma assicuro che si tratta piuttosto di un modo per corrispondere sempre di più a quello che si dice "essere se stessi" o per usare paroloni quanto meno "cercare" di corrispondervi. Proviamo un po' e vediamo cosa succede!

p.s. Ringrazio tantissimo chi ieri era presente 
alla libreria Coop di Torino, l'ho apprezzato veramente molto (e penso anche Luca Gallo). Si è parlato del suo romanzo Prossima fermata Trambusto (per le info vedi post precedente) e ci siamo divertiti. 

p.p.s. mi fate sapere se vi è piaciuto il nuovo blog?

giovedì 13 settembre 2012

Prossima fermata Trambusto alla Libreria Coop di Torino!





Avevo già conosciuto l'autore di questo romanzo - Prossima fermata Trambusto, Luca Gallo, Editore Intermezzi  - in questa occasione qui. Ed era stato un delirio di case editrici, scrittori, birrette, emozioni forti, una festa inebriante e c'era anche Mao!

Ma, ecco, se potessi trovarmi di fronte lo scrittore per una seconda volta, con calma e tranquillità, magari un sabato pomeriggio in libreria, in un'atmosfera più concentrata, vorrei poter parlare con lui di alcuni di questi punti:


  • Immenso. Questa parola è l'incipit del romanzo. Cominciamo da qui. Capirete bene che questo è un libro che si presenta ambizioso. Ed è giusto, perché credo anche io nella famosa affermazione di Calvino nelle Lezioni americane, che non mi stanco mai di rileggere: "L'eccessiva ambizione dei propositi può essere rimproverata in molti campi d'attività, non in letteratura. La letteratura vive solo se si pone degli obiettivi smisurati, anche al di là di ogni possibilità di realizzazione. Solo se poeti e scrittori si proporranno imprese che nessun altro osa immaginare la letteratura continuerà ad avere una sua funzione". Ok, caro Luca, è chiaro che "siamo in missione per conto di Dio", ed è vero: questo è un romanzo ricco, pieno di immagini, citazioni, metafore, ironia, svolte impreviste, amore, violenza, tenerezza, tristezza, domande e alcune risposte. Vediamo un po' dunque cos'è questo Trambusto.

  • Trambusto. Trambusto è "una città solidale, creata per una popolazione rinata dalle proprie ceneri, un'alternativa alla detenzione, un'alternativa alla comunità". Trambusto è un campo, all'aria aperta, mi ha ricordato un campeggio, dove le persone che si sono macchiate di un qualche reato, non così grave da finire in galera, non così insignificante da restare a piede liberò per la città si raccolgono, si ritrovano, ritornano, secondo il progetto, alla vita con nel bagaglio una seconda chance. Trambusto non esiste davvero, è l'idea che ogni romanziere però prima o poi vorrebbe avere. Assomiglia a un non-luogo, ma fortemente connotato. Un'utopia (o distopia) che nasce nella mente dell'Architetto-educatore Scarpitta (in buona fede), che prende vita nel romanzo, ma che poi prende anche una sua strada. Trambusto è il regno del possibile. Ed è anche esteticamente suggestivo. La sua particolarità è quella di essere costituito da diversi tram in disuso, riadattati ad abitazioni, ridipinti, resi vivibili e dignitosi, quasi belli da vedere. E lì può succedere qualsiasi cosa. Dovrebbe essere il terreno ideale per la riabilitazione, ma ne scopriamo le criticità nel corso della lettura. I suoi lati luminosi come quelli oscuri. Un'aura di perfezione lo circonda, come anche un alone di negatività.

  • Lama, Chioma e Tarek, Cortés, Torino. Questi sono i cinque personaggi principali della narrazione. Oltre all'Architetto-sognatore (e al suo micidiale suocero potente). Tra loro ci sono anche un cane e una città. La città in questione è Torino. Una Torino altra rispetto, credo, all'immaginario collettivo. Una Torino radiografata ovunque, ambiziosamente inclusa tutta, proprio tutta, quasi come uno stradario, come un elenco telefonico, pare ci sia cascata dentro la totalità dei suoi abitanti. E non sempre lo sguardo è clemente, spesso è impietoso, spietato, reale. Molto, troppo sincero. Viene da chiedersi: ma come siamo combinati? bè, è anche questo il compito di uno scrittore: restituire una visione almeno onesta delle cose. Qui, sappiatelo, c'è molta crudele onestà. A questo proposito, chiederei a Luca: com'è la vita a Torino per uno scrittore di romanzi nel 2012? che aria tira da queste parti? cosa ami, cosa salveresti di lei, cosa invece ti amareggia, vorresti cambiare? ma soprattutto, qual è secondo te la miglior pizzeria di Borgo San Paolo? (questa la capite se avete letto il libro).
  • L'inferno. Per arrivare a Trambusto bisogna essere passati da una qualche sorta di inferno. Ed è un inferno che assomiglia tanto a quello di Bosch, o che affonda le radici nell'infanzia, e che è un'immagine-chiave della storia. Questo mi è parso uno dei concetti più chiari dell'intera vicenda. Un inferno di cui è difficile liberarsi. Un inferno che riguarda la storia personale di ciascun personaggio, la sua identità incerta, per le più diverse, ma poi simili ragioni. Alla fine (non proprio la fine-fine, che non svelo, naturalmente, e che fa un po' brillare gli occhi) pare che tutti i fili di questo intricato gomitolo si incanalino nella loro "giusta" direzione, quasi fossero predestinati. E allora gli chiederei: in Trambusto mi pare che poi tutto sommato ci sia una visione deterministica della realtà, ma è davvero così? "Nonostante l'impegno, se porti con te il segno della sventura, non ne puoi uscire". La tua esperienza di scrittore e uomo porta a questa conclusione? 
  • La politica. Questo è un tema così triste, nella vita vera, che forse solo un romanzo ci salverà. Vediamo qui scorrere alcuni personaggi tremendi, da film dell'orrore (ma assolutamente plausibili), intenti nelle loro peggiori porcherie. Chiederei a Luca se questo è anche un libro politico, se secondo lui un romanzo può oggi prendere una posizione (se queste esistono ancora e davvero), svelare una realtà distorta e malata e proporre qualcosa di nuovo. Trambusto è un sogno, ma che ha molto a che fare con il mondo del possibile.
  • Piante e animali. "La sconfitta del Male grazie all'unione dell'uomo e dell'albero, considerò Lama". C'è un pensiero ecologista, di tanto in tanto, che prende forma nei corsi di giardinaggio, nei discorsi di alcuni personaggi. E c'è un rispetto e un affetto per gli animali molto forte. La stigmatizzazione dei combattimenti tra cani a scopo di lucro è evidente. Vorrei allora chiedere a Luca se lui pensa che questo tipo di attenzione all'ambiente circostante possa saltare fuori dai libri, fuori dal mondo delle idee, e accedere al mondo reale, se possa contribuire alla soluzione di problemi o non sia solo, in fin dei conti, un'utopia. Gli chiederei cosa ne pensa del vivere sostenibile, la decrescita e tutte quelle belle cose lì.
  • Andrea Pazienza. Le devastanti avventure cittadine di Lama ("dove non arriva la mano arriva la lama") mi hanno ricordato i fumetti di Andrea Pazienza, in particolare le storie di Zanardi! C'è un'ispirazione di questo tipo? chiederei al nostro autore.
  • Tarek. Mi ha ricordato invece un po' il Candide di Voltaire. "Gli italiani mi chiamano arabo con disprezzo, i tunisini mi chiamano italiano con disprezzo". Ma lui è al di sopra di qualsiasi definizione. Costituzionalmente incapace di odiare (e di dire le parolacce), di serbare rancore, di recriminare ma molto capace di prendersi cura del suo cane e dei suoi (pochi) cari. Mi pare la quintessenza della bontà, dell'ingenuità che però in rari casi è una forza. Vorrei chiedere a Luca se questo personaggio può rappresentare un suo desiderio di scardinare i biechi pregiudizi sugli extracomunitari, se ha voluto dipingere "lo straniero" così, come buono assoluto, per reazione ai troppi luoghi comuni che si ascoltano spesso. Se c'era un'intenzione, per lo meno.
  • Le donne.  Questo è un romanzo molto maschile. Ci sono maschi impegnati nelle più diverse occupazioni, imbevuti dei più diversi spiriti, attratti dalle più diverse passioni o depressioni e sofferenze. Le donne invece sono poche. Variegate, deludenti, ma anche portatrici di qualche speranza (penso al personaggio della Croce: i nomi comunque sono molto significativi nel libro). 
  • Ichnusa. Perché a pagina 210 un personaggio si beve un'Ichnusa? 
  • Progetti per il futuro? domande del pubblico?

 Eh insomma tutta questa premessa per dire che in realtà avrò proprio la fortuna di poter presentare Prossima fermata Trambusto e dialogare un po' con il suo autore sul serio alla Libreria Coop di Torino in Piazza Castello questo sabato (15 settembre) alle 18. Cercherò di introdurre questi e altri argomenti, curiosa delle sue risposte. 

L'appuntamento è segnalato qui, sulla pagina fb della libreria. Se passate da quelle parti, ci trovate lì. Se avete qualche domanda da fare a Luca anche voi, è l'occasione giusta!

Spero di vedervi sabato!

c\_/ 

lunedì 10 settembre 2012

Where are you from? (un raccontino).


Il furetto mi ha tagliato la strada e io ne ho avuto paura. Solo dopo qualche secondo di spavento, ho capito che era un essere vivente, legato a un guinzaglio, e che dall'altra parte della cordicella rosa c'era una persona, Eleonora, con i suoi grandissimi occhialoni neri. E soprattutto, ho capito che era una cosa vera e non il frutto della mia fantasia. Ma per un istante ho anche pensato: eccole lì, le allucinazioni. Invece non era quello il mio momento per impazzire, si trattava soltanto di Fischio, il furetto di Eleonora.

 - Da dove arriva? 

Mi pare sempre la domanda migliore. Quella che si impara a scuola a lezione di inglese. Where are you from? Quanto mi piaceva pronunciare le prime volte questa frase. Perché è proprio la domanda delle domande, quella da cui tutto comincia.

- Dal cassonetto dell'immondizia, purtroppo.
- Davvero? Che brutto.
- Nell'organico, l'avevano messo.

In effetti nel male, c'è sempre una certa coerenza. Dato che Fischio era ancora vivo, anzi pronto a una seconda esistenza, sebbene riciclata. E quindi poi ecco che Eleonora apre il cassonetto il giorno giusto nel momento giusto e qualcosa di nuovo rinasce. 


sabato 8 settembre 2012

Festivaletteratura di Mantova.


Desideravo andare a Mantova da un po' di tempo.

A Mantova intendo, in particolare, al Festivaletteratura.

Ma ogni anno succedeva qualcosa di oh scusate, mentre scrivo, queste immagini mi distraggono e vorrei essere ancora lì. In quell'atmosfera che non posso definire altro che magica. Comunque questa volta, ho deciso, costi quel che costi, ci vado! E così è stato. Regola numero uno: mettersi in testa una cosa e perseguirla finché essa non si avvera. Astenersi desiderosi di atterrare sulla luna senza navetta spaziale e mitomani vari. Per tutti gli altri, non smettete di sognare sogni come questo. Può essere che prima o poi si avverino. 

La città è stupenda. E sono felice di esserci andata per la prima volta proprio adesso, in un frangente delicato per Mantova, di ricostruzione dopo il terremoto. Si sente la ferita e la voglia di guarigione. Per il resto, è esattamente tutto come l'avevo immaginato così tante, ma tante volte.

Ok. Non è vero niente di ciò che ho scritto fino a ora. O forse sì. Che ne direbbe Pietro il Ballista? Lo vedo perplesso.

Bella, gentile, accogliente e vispa. Sognante, e in pieno fermento. Mantova è il posto ideale in effetti per un festival della letteratura: tutti gli incontri con scrittori e intellettualoni si dislocano nei luoghi-cardine della città e tu con la tua cartina te li vai a cercare e tra una cosa e l'altra senti profumi buoni, campane che suonano e bici che sfrecciano alla massima velocità. Le case, i palazzi, i monumenti: tutto è elegante, rassicurante, sobrio. In uno dei miei spostamenti, mi ha pure intervistata una TV della Barilla (sic.) sulle mie abitudini alimentari e sul futuro dell'umanità!

Avevo prenotato, giorni prima, due appuntamenti. Uno per ascoltare Francesco Targhetta, autore di un curioso romanzo in versi per Isbn edizioni: era da un po' che puntavo questo libro, ma non avevo mai avuto modo ancora di leggerlo. Ora è qui con me, con anche una dedica bellissima. Siamo coetanei e nell'aria si respirava una certa "solidarietà generazionale". Grazie Francesco! In quel frangente, ho anche conosciuto la mitica ragazza che si occupa di @SpritzLettera (cliccate, se potete!) e abbiamo brindato allegramente con uno spritz, seguito da tazzina di caffè: la fantasia al potere!! :) L'altro incontro per il quale avevo acquistato il biglietto è stato quello con Aimee Bender, tra le mie scrittrici USA preferite. Vederla dal vivo, dopo aver letto i suoi libri, lo confesso, è stata una grandissima, irripetibile emozione. Meravigliosa e full of grace! Lei però, a differenza di Mantova, la immaginavo diversa. Come minimo "con un ferro da stiro al posto della faccia"...

Per il resto del tempo ho girato per Mantova, pensando a quanto fossi contenta di essere lì. Forse troppo. Non mi pareva vero. Ogni tanto mi sono sentita anche un po' spaesata. Boh, è strana la vita. 

Fortuna che poi ho incontrato alcune colleghe. 

Questa piazza è incantevole. Qui si è tenuto l'aperitivo inaugurale del Festival. Che personalmente ho mancato per ascoltare Targhetta. Che tutto ciò sia messo agli atti, mi raccomando!!

Tazze e biro.

Quello è un po' il quartier generale del Festival. Letture, musica e una libreria.

Ci sono dei ristorantini fantastici. 

A un certo punto ho tentato di partecipare anche a una lezione di Simonetta Agnello Hornby (in foto un dettaglio del Palazzo Slow Food) in cui raccontava piatti della tradizione siciliana. Come temevo, tutto esaurito. Idem per i laboratori sul ritratto di Marcello Fois. 

Dunque ho ripiegato, ma mi è andata anche bene, su una trattoria. Mezze maniche alla zucca e calice di Valpolicella. Uguale, la felicità.

Poi sono finita in un mondo fatto di ghiaccioli. Dal momento che, di colpo, è esplosa l'estate. 

Ah, preziosa, amabile città. 

A ogni angolo c'era qualcosa da guardare.

Laggiù appare una lavagna a cielo aperto, dove si tenevano argute lezioni di vita. In quel baretto con gli ombrelloni bianchi ho mangiato una schiacciatina. 

Librerie ovunque.

Non c'entra nulla con la foto, ma il pubblico di questo festival mi ha incuriosita. Non solo addetti ai lavori ma tantissime persone semplicemente desiderose di vedere che succedeva e forti lettori. Essi esistono, e lottano insieme a noi. Le mie vicine di stanza nel B&B, per dire, erano due ginecologhe!  

Tra le altre cose, passavano qua e là bislacchi personaggi a distribuire acqua gratis. L'etichetta mi pare quanto meno interessante.

Aimee Bender mentre dice all'interprete: Il mio numero preferito è il 9. E ho pensato: il mio invece è l'8. Tra lei è me c'è quindi solo un unico, piccolo grado di separazione: yeah questo è il mio giorno fortunato!

Conclusioni: vorrei senz'altro tornare a Mantova il prossimo anno. Alle cose belle, è proprio vero, ci si prende subito gusto.

lunedì 3 settembre 2012

Il caffè delle donne.





Ho letto questo libro con calma, sotto l'ombrellone, al mare, come non mi capitava da tempo, con una disposizione d'animo nuova e insieme lontana. Quel senso proprio di entrare nelle pagine, di essere nella storia (e nella Storia) completamente, inequivocabilmente. Ho notato proprio una corrispondenza che ti fa pensare, alla fine, senza dubbio, che grazie ai libri non si è mai davvero soli. Semplice, ma reale.

Mi sento comunque un po' esitante nel raccontarlo, perché questo libro è così vicino a me, così intonato con la mia vita che quasi non trovo le parole. 

D'altro canto, come diceva qualcuno, "è difficile parlare di sé". Proprio così difficile qualche volta.  Come anche parlare dei libri che per qualche ragione, di te, iniziano a fare parte dall'oggi al domani. E senza nemmeno sceglierli, ricevendoli in regalo.

Questo infatti è uno di quei libri che ho potuto gustare, letteralmente, in anteprima. In questi giorni in libreria, io lo stringevo tra le mani già in spiaggia, e ne percepivo il valore in anticipo. Mi pareva  allora di essere come quei genitori che preparano i regali di Natale sotto l'albero e non stanno nella pelle in attesa della reazione dei figli. Insomma, credo, o comunque qualcosa di simile. 

Quindi ora sono qui che immagino che cosa ne penseranno quelli che lo avranno tra le mani, che ne penserete voi, che effetto vi farà se lo leggerete.

Non che questo sia un libro ammiccante, per romantici degustatori di bevande calde, questo no, non aspettatevi banalità o idilliache preparazioni aromatiche in punta di cucchiaino. O meglio, sì, aspettatevi il rituale del caffè lì dove assume significati anche più profondi dei nostri, di ricognizione, di divinazione, di depositario assoluto del destino - ma anche la storia di una ragazza normale, Qamar, una trentenne, divisa tra le sue origini musulmane, le estati passate nella Grande Casa in Giordania, l'iniziazione al caffè delle donne del titolo, il primo amore, il primo dolore, e una vita invece tranquilla, quieta, all'apparenza, a Milano, con il fidanzato italiano, il lavoro in ufficio, la frenesia dell'occidente, la malinconia della città, le sue contraddizioni.

Due mondi così lontani, così estremi, fatti di luci calde e colori abbaglianti e di pioggia, di sciarpe, di sabbia, di sole e di cemento; di affetti e regole violente, rassicurante quotidianità, irrequietezza, obblighi e aperitivi, tradizioni e modernità e dove comunque non è raro identificarsi: chi non è mai stato diviso in due, per qualsiasi ragione, anche non necessariamente geografica o culturale, almeno una volta nella vita? 

Qamar è dunque una ragazza normale, che si trova però, nella sua normalità, a dover affrontare e risolvere questioni straordinarie, gravose; sfide quotidiane, sfide grandi, perdite, riconciliazioni, silenzi, parole. Un percorso tortuoso che la giovane autrice Widad Tamimi racconta con grazia e gentilezza.

E poi c'è il caffè. 

Che è il filo conduttore di tutta la storia, è coprotagonista della narrazione, come quegli oggetti magici delle fiabe, ha un significato, scintilla di memoria, di prospettive, racconta la sua verità, ne tratteggia i contorni, è proprio come una colonna sonora, cambia, risuona differente a seconda di chi lo beve e dove lo beve e addirittura in che contenitore: sottolinea gli snodi della trama e accompagna i personaggi e lettori con forza e con amore. 

Mi è piaciuto, mi ha sorpresa, mi ha commossa e adesso mi manca anche un po'.

Buona lettura e buon caffè.

c\_/