domenica 16 dicembre 2012

Il libro segreto delle cose sacre.


Torsten Krol, Il libro segreto delle cose sacre, Isbn Edizioni.

Ritagliare, ricavare, strappare, esigere, implorare, domandare alla vita il suo senso, il suo segreto, il suo silenzio, la sua verità è ciò cui l'uomo aspira da quando all'incirca è uscito dal mare per calcare la terraferma con le sue sole gambe. 

Da allora chiediamo, interroghiamo, piangiamo, chiudiamo gli occhi, li posiamo su quelli degli altri, scaviamo buche, prepariamo nidi, pronunciamo nomi, ci ripariamo dalle violenze, cerchiamo amore, restiamo ammutoliti, sogniamo luce, sospiriamo conoscenza. E virtù. E felicità. E segreti. 

Qualcuno lo fa senza saperlo, qualcuno ci mette tutta la vita, qualcuno si arrende, qualcuno non si pone nemmeno il problema, ma incarna in modo innato questa ricerca, fa scoperte, e ne diventa simbolo. 

Da quando ho imparato a conoscere Torsten Krol, ho capito che lui è uno di questi ultimi. 

Uno che, di questi tempi, guarda le cose con un altro sguardo. Prima ho letto Callisto, che è un romanzo folle sull'America "delle roulotte" con un protagonista che a malapena si sa esprimere in un linguaggio comprensibile ma che andrà incontro alle più assurde cose. E non perdona. Bellissimo. Un romanzo che sembra sparato sulla terra da un altro pianeta, ma ne conosce i più intimi dettagli.

E poi questo nuovo. In cui si capisce che Torsten Krol, senza paura, guarda in faccia le cose sacre. Le vede. Le nomina. Le mette in un titolo. Ci scrive un libro che fa raccontare tutto dalla voce di una ragazzina, una bambina di dodici anni che nella vita fa la Scriba, ovvero scrive e riscrive tutto il tempo il nome della divinità. 

Non so perché, ultimamente, tra l'altro, mi interesso di questo genere di storie. 

Comunque quello di Torsten Krol è coraggio puro, è un concetto molto esplicito.

Ha scritto, che io sappia, solo tre libri. In Italia pubblicati tutti da Isbn. Tutti molto diversi tra loro. Ma di lui non si sa nulla. Niente e neanche una foto. Solo due cose: è vivo, e sta in Australia. 

Naturalmente su di lui ci sono ipotesi, e illazioni, che sia in realtà un personaggio famoso etc. ma questo non ci interessa per niente. E lo tralasciamo volentieri, giusto?

E poi ci sono stati un sacco di bagliori notturni, quelli che la gente un tempo chiamava aurore. Conosco questa parola perché il mio nome viene da lì, anche se tutti mi chiamano Rory, che un tempo era un nome da ragazzo - mi ha detto sorella Luka - ma nella nostra valle non ci sono ragazzi con quel nome. Io sono l'unica.

Quindi la ragazzina si chiama Aurora. E il libro è suo. Ascoltiamo la sua voce. Ed è come una canzone lunghissima che finalmente vi tiene compagnia per tutto il tempo che volete. Vi racconta tutto, senza risparmiarsi mai, vi dice come si sta, come si sente, in ogni singolo momento. E la amerete. E vi farà tenerezza. E vorrete conoscerla, sostenerla e farvi sostenere da lei. Strano. Misteri delle cose sacre.

In queste poche righe, dunque, che nel mio ebook (del quale sono molto grata a Isbn) si trovano a pagina 5, c'è già tutto quanto di pratico c'è da sapere sulla trama.

In una parola: un meteorite - la Grande Pietra - ha colpito la terra, e adesso i pochi superstiti abitano una valle piccola dove le donne, che ora si chiamano le Sorelle di Selene, governano, decidono le cose e gli uomini si dedicano ai lavori di fatica; si venera la Luna tutti i giorni. Sia per la sua bellezza, sia anche per la sua minaccia, dal momento che si sta avvicinando sempre di più alla Terra e per arrestare questo inesorabile e drammatico processo, bisogna offrirle continuamente doni e sacrifici.

Aurora, come Scriba, offre in dono la sua scrittura. Continuamente, senza possibilità di sosta.

E, quando riesce a fare però delle piccole pause dall'incessante SeleneSeleneSeleneSelene cui forza la sua penna, quando proprio la mano le duole per la monotonia di quel gesto chino sul Libro dei Nomi -  a fine giornata sorella Ursula conterà quante volte lo ha scritto e segnerà il numero sul Libro dei Numeri - ecco che stacca, e racconta, a noi, le sue storie, "non per sacro dovere ma per me", e dice tutte le cose sacre o non sacre che le capita di vedere intorno.

Scriba. Solo una persona può esserlo e io lo sarò fino alla morte, poi sceglieranno qualcun'altra per scrivere senza sosta il nome di Selene e tenere la luna al suo posto in cielo. Quindi quello della Scriba è un lavoro importante e chi fa un lavoro importante viene trattato in maniera un po' diversa dagli altri. E in fondo non c'è niente di male nello scrivere quello che penso. Conosco tutte le parole che bisogna conoscere, per cui scriverne qualcuna al di là del nome di Selene non credo sia un male, ma terrò questa considerazione per me.

Ma attenzione che Aurora a un certo punto dovrà crescere un po', scoprirà di non essere poi tanto l'unica. O di esserlo, ma non come se l'aspettava lei. Come tutti. E le toccherà scontrarsi con una perdita. Che è una piccola frana sotto i piedi, successa a chiunque; quando scopri di non essere  poi così speciale. Mentre noi però intanto ci prendiamo cura della sua tenera sicurezza. Ce ne nutriamo anche un po', a dire il vero, mi viene da pensare.

Sempre che nel frattempo la luna non ci sia crollata addosso distruggendoci tutti. Ma non lo farà e anzi non bisognerebbe nemmeno pensare una cosa del genere, perché tutto questo scrivere il nome di Selene serve proprio a far sì che la luna continui a girare intorno alla Terra, a volte più vicina, a volte più lontana. Comunque ritorna sempre, ed è per questo che arrivano i lunamoti, quando Selene riempie il cielo.

Tutto bene, dunque, finché nel villaggio non arriva una strana ragazza, di cui però non vi dico più niente. Basta. Così vi rimane il desiderio di scoprirlo da soli.

Comunque concludo dicendovi che sarà un'esperienza di lettura diversa. Né facile né difficile.

Questa sarà una piccola voce che vi parla, che vi dà forza, proprio mentre vi pronuncia, delicatamente, sotto il naso, la sua estrema fragilità.


sabato 15 dicembre 2012

Scuola Holden, Baricco, il gusto, Kate Moss, quel che ho capito io.


Lezione di Alessandro Baricco, sul gusto e Kate Moss. Ovvero la bellezza e la bellezza. E la bellezza.

A quanto pare il prossimo anno da quelle parti succede qualcosa.

Uno sguardo veloce.

Prima della lezione.

Scuola Holden.

La gente la gente la gente la gente (cit.).

Alessandro Baricco in absentia. Fotografare le cose belle, ormai è chiaro, mi riesce sempre meno. Può essere infatti molto doloroso.
Il vecchio Holden ne converrebbe. 


Poco fa ero lì nel letto a guardare il soffitto, ma non potevo dormire. Mai fare le cose d'impulso, o peggio ancora di notte, oppure farle in modo netto e definitivo. Per la vita. 

Questo post penso che sarà netto e definitivo!

Torno dunque dalla lezione di Alessandro Baricco sul gusto e Kate Moss, alla Scuola Holden, che ringrazio per la gentile accoglienza. 

Arrivavo già un po' allegruccia da un aperitivo, e questo può dare un po' il polso dello stato d'animo. 

L'estasi divina, a confronto, è una barzelletta. Per capirci bene e in fretta.

Non ho mai fatto segreto del mio amore per Alessandro Baricco. Un amore che scopro, man mano che passano i minuti della mia vita, sempre più struggente. 

Se devo infatti dire gli attimi più interessanti della mia storia, non posso non ricordare di me stessa, nei più disparati stadi evolutivi, appollaiata scomodamente sulle più diverse seggiole del Piemonte, ad ascoltare costui che racconta qualsivoglia cosa.

Per anni ho pensato che dicesse sempre robe diverse, alimentando così violentemente questo mio amore infinito. Stasera ho capito che invece Alessandro Baricco va raccontando sempre una stessa cosa, unica e sola e in modo inconfondibile, seppur variegato, alimentando comunque l'amore, ma con estrema, fatale, acuminata esattezza e precisione incredibile.

Quello che racconta è, prediligendo lo sport (oggi era il salto in alto e l'invenzione del fosbury - fatto che mi ha sempre affascinata), ma sovente anche tramite esempi musicali (questa sera l'impietosa querelle Tebaldi-Callas: indovinate chi vince?) o libreschi (qui siamo nel campo dell'infinito leopardiano) o, sempre come questa sera, sulla moda (Kate Moss e prima e dopo il mistero) di quell'impeccabile, magico, quintessenziale momento in cui tutto, di colpo, cambia.

Che poi è il senso delle cose. Della loro evoluzione. Il senso inspiegabile delle cose.

Quel momento in cui un lampo di realtà conturbante ma chiarissima, mai indolore ma anche mai senza piacere, trafigge i cuori, o anche un cuore solo, e il mondo scatta via di un gradino, e il passo cambia, e con lui, dunque, si diceva, il gusto. Il sentire. Come cambia il gusto. Prima c'era altro, poi è arrivato, ad esempio, non so, il sushi, ho pensato io. Una cosa simile. Circa. Se ho ben capito. Per me in effetti è stato così. Prima c'era l'infanzia. Poi è arrivato Baricco. Che non è qualcosa di comprensibile, è proprio la vita che entra. Questo per dire che niente come una lezione di Baricco ascoltata dal vivo e da adulta mi aveva riportata alle sensazioni di quel tempo.

Devastante macchina del tempo. Odiosa macchina. Ma anche deliziosa. Sperimentare quelle cose adesso. Mioddio. Che ho fatto di bello per meritarmi tutto questo? Oppure: che avrò fatto mai di male per meritarmi questa dolce tortura? Mai. Mai lo saprò. Regali della vita. Vendette della vita. Mah. Comunque in conclusione il mondo si sposta con questi scatti. Cambiamo, finiamo. E non sappiamo bene il perché. Però è così bello, e normale.

Ciò, per sommi capi, quel che ho compreso, un po' brilla, in estasi, più giovane del dovuto e a un metro di distanza da. Da ciò che accade dopo. 

E questa era la parte bella; tornare alla Holden, dopo tanti anni e per di più dopo aver commesso l'unico reato della mia vita. Ovvero il furto di un libro. Libro che ho restituito proprio poche ore fa, al suo legittimo proprietario, con anche un bigliettino di Natale dentro. Sì. Giuro. Con su scritto qualcosa di molto stupido e convenzionale. Sul Natale. Credo. Sentendomi una bambina. Argh.

E questa è infatti la parte brutta. Cioè la parte dolente, che ho imparato oggi. Quando mi sono sentita una formidabile idiota a un metro da una splendida serata. Tra l'altro, era da un po' che mi ronzava tra i pensieri questa sensazione, forse come un presentimento. E ora ne ho avuto la conferma. 

A me le cose troppo belle fanno paura. Mi uccidono. Sto proprio male.

Scusate se lo dico qui, ma è quello che dirò anche ai miei figli se un giorno li avrò (o forse non li avrò perché è una cosa troppo bella?). Comunque insegnerò loro a incontrare poco gli scrittori. Anzi a non incontrarli. Se mi assomiglieranno, so già che ne soffriranno. Non che siano cattivi gli scrittori. In particolare Baricco, che è sempre così lieve in queste circostanze; una persona gentile. Ma sono io che patisco. Dirò loro di non incontrare mai a meno di due metri di distanza supremamente Baricco.

Esempio pratico. A un certo punto si è creato un crocicchio. Io stavo lì intorno. Pazzesco, se ci penso adesso. Volevo un po' partecipare, che ne so, andare a bere una birretta anche io. Tragicamente. 

Capite? Mi spiego meglio: desideravo parlare. Ma per dire che? Troppe cose. Parlare, dire quello che nemmeno in mille vite nessuno potrebbe mai. Che se ci penso adesso muoio dall'imbarazzo e dalla vergogna. Ma è mai possibile? Stavo lì come i vecchietti che guardano i cantieri. Una cosa forse ingenua, ma triste. Ovviamente non ci sono potuta andare a bere questa benedetta birretta. E il risultato è quell'imperscrutabile desiderio di morire, ovvero svanire dall'Universo. 

In una parola: provare a interagire con chi si ama così tanto, cari miei, è la fine. Un tragico errore. Mai farlo. Non fatelo. Lasciate stare. Non è umano. Fa malissimo. Scrivo con malinconia. E una certezza. Non me ne volete, ma non incontrerò più gli scrittori. Non quelli che amo così. Non Baricco.

(Calma, non penso alle presentazioni di libri, che, hey, da gennaio si ricomincia anche alla Coop qui di Torino, e qualche cosa al Circolo dei Lettori etc. e altre librerie varie tra l'altro, ne incontrerò in giro, credo, un bel po' dunque, in veste di presentatrice, circa, non vi preoccupate, ce la faccio). 

Ma non lo farò mai più in questo modo così folle. Così matto. Così innamorato. Da stalker! Santo cielo. Da morire. Ho temuto di lasciarci la pelle. Mi sono sentita ridicola. Scambiare due parole. No. No. Aiuto. Mai più! Non c'è motivo. Da piangere.

In effetti, non mi regge il cuore. 

Non so. Mi sa che in questi casi preferisco il silenzio; è più adatto, e clemente.

In questo momento infatti non vorrei essere qui, ma sul picco innevato di una montagna. Dove sempre mi sento bene. Assomigliare al nevischio. Ai raggi del sole bianco. Starmene lì, da sola, con i libri. Niente persone. No emozioni. No panico. Solo il cielo azzurro. And no surprises please!





venerdì 14 dicembre 2012

Tre chicchi di moca.


Il mio amico tricheco vi augura buongiorno con un caffettino macinato!
Toti Scialoja, Tre chicchi di mocaEdizioni Lapis
Chris Haughton, Oh - Oh!, Edizioni Lapis


Parlando del lato luminoso della vita, voglio dirvi che, tra le mie fortune degli ultimi tempi, c'è quella anche di ricevere alcuni libri per bambini. Non so mai quanto meritati, ma dicono che a un regalo si risponde sempre, in genere, con un sorriso, con qualcosa di sincero. 

Anche perché la vita di cui prima è un tale crocevia di robe strane, che quando succede qualcosa di così delicato, è giusto prenderne nota. E, in questo caso, rendervi anche un po' partecipi della faccenda. 

Ho ricevuto dunque questi albi illustrati. 

Doverosa premessa: io non ho bambini al momento, ma li amo molto. Credo in loro e se mi capita l'occasione mi ci trovo piuttosto bene a giocare, raccontare storie, soprattutto ascoltare le loro  avventure clamorose, che in genere sciorinano con sguardo spiritato nel vuoto come se gli si componessero nell'iperspazio, mi chiedo: ma come fanno? (ricordo ancora le vicissitudini assurde di una bambina che oltre tutto aveva anche il mio stesso nome - ah, oggi a quanto pare è il nostro onomastico: auguri alle Noemi là fuori - che mi aveva raccontato, qualche anno fa, a una cena, di un viaggio che avrebbe compiuto lei a bordo del suo cane in un paese alquanto misterioso pieno di sassi, mostri efferati e stelline variopinte).

Insomma dicevo al momento io personalmente non ho bambini, ma ne conosco qualcuno e uno di questi due albi lo regalo, per vostra informazione, a una certa Matilde che, santo cielo, è nata pochissimi anni fa e sa già scrivere il suo nome!

Comunque. L'altro invece me lo tengo io. Perché è un librino che parla anche di caffè e di trichechi. Due mie storiche passioni. Sì, anche i trichechi, certo! 

E poi perché lo ha composto Toti Scialoja. Uno di quei poeti e pittori peculiari, un po' sulle nuvole nonché uno dei nostri padri della Resistenza. 

"Spiegò che una poesia è come una melagrana, e quando la apri scopri tesori, rossi chicchi fatti di parole".

Dice Teresa Buongiorno nella prefazione del libro.

Tre chicchi di moca, chicchi di melagrana, chicchi di parole. Non so, oggi è una giornata che mi sembra piena di sapori buoni, e di neve che ha deciso di scendere anche su Torino e di posarsi sulle nostre cose, e case e pensieri. 

Propongo di gustarcela con molta spensieratezza. E auguro buon week end a tutti.  


mercoledì 12 dicembre 2012

Taccuino di caffè.



                                           


Eccomi, eccomi, eccomi. Che giornata. Poi vi racconto. Ahh, poi vi dico tutto. 

Ma avevo promesso un taccuino settimanale. E tanto è vero che mi chiamano tazzina, che taccuino-di-caffè sia.

Cosa c'è dunque di superfantastico da segnalare dalla rete, sul mondo dei libri e affini, di questa settimana?

Vi ricordo che ciò che intercetto per questo brand new taccuino lo faccio con le mie antenne, non è detto che tutto ciò sia universalmente interessante, particolarmente acuminato, significativamente pregno di significati; ma può magari distrarvi un attimo dal via vai maledetto e maldestro della vita. Insomma, la filosofia del caffè, supremamente qui prende forma per i vostri occhi e orecchie.

Via con la panoramica.

1) Memoir. Questa è una delle mie passioni-ossessioni. Ci ho scritto la tesi di laurea (in particolare su Esperienza di Martin Amis), sui libri di memorie. Mi piacciono così tanto che mi spaventano anche un po' e ne ritardo perennemente la lettura. Per dire, ho ancora lì Il velo nero di Rick Moody da finire, per paura che mi piaccia troppo. Ciò è a dir poco stravagante, ma è la verità, abbiate pazienza. Comunque appena ho visto questa parola magica - memoir - ecco che sono andata, cautamente, a vedere di che si trattava. Curiosa intervista a Edna O'Brien, qui

2) Rebecca Dautremer. Qualche anno fa ho scoperto questa creatura sovrannaturale. Qui avevo raccontato come. E da allora ho anche io, come tanti, una vera venerazione per lei. Capite bene che, quando ho visto questo, il mio cuore ha proprio vacillato. Null'altro da dichiarare.

3) A proposito di colori. Quando ho bisogno di un po' di ossigeno, faccio un giretto su McSweeneys' oggi vado, e vedo questa cosa qui. Non so perché, mi ha messo un'allegria pazzesca. C'è bisogno, ogni tanto, specie a metà settimana, di qualcosa di spensierato e simpatico. Lo penso molto seriamente.


Musica per tutto questo: The Rolling Stones - She's a Rainbow.

lunedì 10 dicembre 2012

Nuove evidenze. I blogger, Roma, altre amenità.


Ieri. 11.30. Sala Smeraldo. A Più libri più liberi. Nuove evidenze! L'AIE ha presentato una ricerca (in previsione di un osservatorio futuro) sul rapporto tra vendite di libri e bookblog, in relazione ai media tradizionali.

C'ero anche io. 

Questi due giorni sono stati ad altissima velocità. Ma, di corsa, con la valigia, il computer, la borsa e chissà che altro, in cerca della metro, in ritardo e a digiuno, ho mollato tutto per terra e ho pensato: devo fotografare qualcosa di romano. Ed ecco il risultato. Non c'era il tempo di visitare la città eterna ma a Roma tutto è ovunque.

E un leggero sospiro di bellezza.


Di Roma avevo un peculiare ricordo. Un ricordo che ricordo con un certo sgomento. Dopo una brevissima vacanza, nel 2009, finisco al pronto soccorso dell'Umberto I. Con valori sballati e lo sfottò dei medici per via di un cacio e pepe, a loro dire, potenziale omicida di fanciulle in fiore. 

Mi ero svegliata nel cuore della notte con un dolore al costato trafittivo da non respirare, scatenando il panico nel bed&breakfast. Volevano tenermi ferma tutta la notte accanto a una suora che mi porgeva bicchieri di latte ustionante. Quando ho avvertito un po' di sollievo, e dopo aver verificato che non era un attacco cardiaco, ho firmato per poter uscire. Con un'emicrania che poi è durata per giorni. Mah. Non ho mai capito bene che è successo. Né il medico di base. Sì, bè, il cacio e pepe ha le sue stramaledette responsabilità. Comunque sono passati anni e sono ancora viva! Questo era per dire che avevo qualche paranoia nel tornare a Roma. 

Invece è andata molto bene. Ed è accaduto ciò che aspettavo da un'intera vita. Ovvero. Partecipare alla festa Minimum Fax. Qui a Torino la fanno tutti gli anni, come anche quella Fandango

Cari editori, quante ne sapete? 

Ma io non c'ero mai stata. Mai. Non so bene perché. Sabato sera invece ho visto ciò che dovevo vedere, e ora sono completamente soddisfatta. Bella musica, danze sfrenate e misurate insieme, come si conviene nel sacro mondo della lettere. E vedere degli amici lì è stato fantastico. Questo spiega che i libri sono potenti innescatori di misteriosi e musicali movimenti. Lo credo sul serio. 

Ospitata da gente romana gentile, dormendo in un lettuccio sopraelevato comodo e accogliente, ero pronta domenica mattina a esprimere una mia opinione sulla ricerca dell'AIE sui blog letterari.

Mi sembra giusto premettere che la ricerca è embrionale e che è stata condotta comunque con dedizione e desiderio di esplorare un mondo in continuo cambiamento. Quanto a me, la prima cosa che ho fatto è stata ringraziare di essere stata coinvolta e monitorata, in un certo senso studiata, come blogger. Non mi era mai capitato niente di simile, ed è interessante già solo per questo. 

Altra premessa: vi rimando poi alla ricerca vera e propria, di cui ieri sono state mostrate le slide alla tavola rotonda. Quando saranno pubblicate, ve le segnalerò. Non entro dunque qui nel merito.

Vi racconto solo le mie semplici impressioni.

Terza premessa: si sono osservati alcuni blog letterari significativi in Italia. Ci ho tenuto a dire subito, ieri, che il mio in realtà corrisponde a una persona singola, non a una vera e propria redazione, come in altri casi. Mi pare giusto dirlo perché ciò rappresenta senz'altro un motivo di diversificazione, non vorrei dire di limite, ecco, ma quando ho raccontato che mi capita spesso, nel mio salottino Ikea, in pigiama, col caffè nella mia solita tazza, di rispondere a mail con "gentile redazione di tazzina etc. etc." corrisponde al vero. Ed è un fatto che mi porta a raccontarvi la seconda cosa che ho detto ieri.

Dunque ho raccontato un po' la storia di questo blog, e della mia vita! Santo cielo quanta pazienza avete avuto voi lì presenti. Insomma, ho esordito dicendo che da bambina sognavo di fare la scrittrice. Anzi peggio, la poetessa.

Ciò ha spezzato un po' la tensione classica da conferenza ma anche qualche cuore. 

Poi insomma ho cambiato un po' idea sulla poetessa, ma quel sogno della scrittrice, da qualche parte, in qualche periferica arteria del mio sistema cardiocircolatorio, era rimasta. 

Quindi ho detto dei percorsi frastagliati, dei tragitti misteriosi e franti che possono portare un essere umano ad aprire un blog. Nel 2008 quando è nato questo raccontavo cose della mia vita, ci ironizzavo sopra, altre volte ero molto triste, poi felice, insomma, era un vero e proprio elettrocardiogramma della mia mente. 

In fondo, così è rimasto. 

Ci ho aggiunto semplicemente i libri, che avevo accumulato negli anni di studi e di stage non retribuiti, ho tolto la polvere, ho preparato un po' di caffè e ho cercato che avessero un'altra vita. Più piccola, magari, ma più allegra.

Così ho dichiarato che le mie in realtà non sono recensioni, mai. 

Sono pezzi della mia mente che stacco, come puzzle, e che metto qui, affinché qualcuno li legga e ne abbia cura. Forse è una ricerca di amore universale, di dialogo, di amicizia, chi lo sa.

Ho detto anche che non avevo mai pensato che questo potesse avere un significato commerciale. Quello che pensavo io, e che speravo intimamente, era che qualcuno si accorgesse di me. Per via di quel sogno segreto che coltivavo a dispetto di svariate vicissitudini della vita. 

Ecco dunque che mi salta all'occhio il valore che può avere lo strumento-blog. Che è un mezzo, non un organo, ad esempio, di marketing, almeno non blog come il mio. Il valore può consistere, per qualcuno come me (e questo è un preciso appello ai giovani là fuori), in una possibilità in più, differente, nuova, rispetto ai canali tradizionali (invio cv, invio manoscritti selvaggio). 

Così infatti a me è successo, e ho raccontato della bellissima avventura con LiberAria Editrice. Questa casa editrice è fresca e nuova e ci lavorano persone molto coraggiose e in gamba e sveglie. Qualcuno tra loro si beveva il caffè la mattina e leggeva anche questo blog. Ci ha trovato qualcosa, magari da coltivare, niente di già definito, ma da vedere come sarebbe cresciuto. Ed è così che quel sogno mai spento, mentre quasi non ci speravo più, ha preso luce e una sua direzione con loro e grazie a loro. E questo mio romanzo, totalmente imperfetto ma reale e vivo, uscirà a maggio, e lo dico per me ma anche per chi si chiede che senso abbia avere un blog. 

Me lo chiedevo anche io, e adesso l'ho capito. Serve a tracciare un percorso della propria vita. Il che significa che può anche servire a capirci qualcosa di inaspettato, magari che non vi piace scrivere. Non per tutti può andare come in questo caso, ad altri può servire per sapere altre cose, ma insomma ci siamo capiti.

Ho detto questo ieri perché volevo fosse chiara la mia posizione rispetto alle recensioni. Volevo fare la romanziera, la narratrice, imparare a farlo, per meglio dire, e non la critica letteraria o la giornalista. Non ne sarei mai capace. Ma non perché sono scema o inferiore, solo che sono diversa. 

E questo tipo di differenze sono la ricchezza della società, della vita, e della rete. 

Ciò specificato, amo però parlare dei libri che mi piacciono. Criterio che appartiene anche ad altri blogger. Ho un criterio di gradimento. Ho anche studiato molto, all'Università, ma anche prima e dopo, ho fatto un master in editoria, addirittura. Questo per dire che non sono fuori dal mondo dei criteri e ho presente il panorama letterario ed editoriale su cui si muovono gli scrittori di cui parlo, passati o presenti. 

Mi ha rassicurata poi scoprire che i blogger, relativamente ai libri presi in esame e ai librai interrogati sulle vendite, spostano meno vendite rispetto ai media tradizionali (Fazio) o a persone celebri*. Su questo non avevo dubbi, e mi pare anche sensato, e giusto. Quello dei blogger di libri è un mondo che, in Italia, è ancora da comprendere. Diverso è all'estero, dove hanno un ruolo consolidato e rispettato.

Poi si è parlato anche di metodologia del monitoraggio. L'AIE, se ho ben capito, sta intraprendendo nuovi e trasversali sistemi di valutazione, perché è davvero complicato tutto ciò. Molto. Ma è lodevolissima l'iniziativa. Sono sicura che avrà un seguito.

Per ultima cosa. Quando stava già finendo tutto quanto, ho chiesto ancora la parola. Avevo una lieve tachicardia, ma dovevo farlo.

E ho detto questo: io non conosco tutti gli uffici marketing di tutte le case editrici. Ma ricevo molti libri, e qualcuno ho iniziato a conoscerlo personalmente, considerando queste persone, in alcuni casi, come amici veri. Una delle striscianti maldicenze a proposito dei blogger è quella che essi siano in taluni casi in balìa delle segnalazioni e dei regali di uffici stampa o quant'altro. Che siano compiacenti. Che siano venduti. 

Dunque ho messo a parte le persone che erano lì, e lo ribadisco con forza adesso. Sì, è vero, il libro è un fottuto prodotto. Che sta sul mercato. Questo è importante che si sappia, è una consapevolezza che, specie se siete giovani, vi tocca padroneggiare. Il libro è come il motorino, le scarpe, la Wii, la chitarra, l'ukulele, che ne so, il Parmigiano Reggiano, l'iPad, gli smalti di Kiko. 

Questa è la verità. Quindi gli uffici marketing fanno il loro mestiere e, se suppongono che anche i blog, nel loro piccolo (per ora), possano spostare anche solo UNA vendita, loro tentano anche quella strada lì. Perché questo è normale. Ed è perfino sano, poiché siamo nel libero mercato. E noi tutti qui ci muoviamo. 

Però. Poiché io conosco queste persone che fanno questo lavoro, so con certezza che alcuni di loro si pongono anche, e intendo contemporaneamente, un altro obiettivo. Un compito. In alcuni casi oso dire una missione.

Che è quello di creare un discorso anche culturale sui libri. Anche passionale, anche intellettuale. Anche di ricerca. Anche umano. Anche sincero. 

Dunque i blog non sono solo potenziali spazi pubblicitari, agli occhi di queste persone. Non solo. Sono anche spazi di novità. Sono anche quei posti che prima non esistevano. Dove, con un briciolo di leggerezza, si può ancora raccontare qualcosa di nuovo. Si può delimitare un nuovo linguaggio. Un nuovo linguaggio, ecco. Nuove evidenze. Nuove cose, nuove possibilità, nuova vita.


Un'ultima cosa che ho capito però è questa. Dei libri non si sa un bel niente. Delle vendite si sa pochissimo. I blog alla fine spostano o non spostano? Troppo o troppo poco?

Fazio sposta tantissimo, ma non TUTTI i libri. Quasi tutti. E su quel quasi che si giocano i misteri della vita. Dell'arte. Della composizione. Del gusto, del destino, dell'imponderabile. 

Capisco supremamente questa cosa. Che più di tutto, che pure è legittimo analizzare, direi doveroso, può comunque ancora fortemente il mistero. Più di tutto può la magia del talento inaccessibile. Può l'amore folle e il dono innato nello scrivere, che è ciò che ancora fa vendere molto; e le storie, e le cose che stanno a cuore alla gente, che sono loro utili per i più diversi scopi (sì, penso volendo pure alla cucina, al calcio, al sesso, alle trame intricate, ai casi umani etc.). 

La conclusione di tutto ciò è che c'è un dialogo aperto, seducente, sospeso nell'aria ma anche molto concreto e materico. E che, personalmente, sono molto contenta di farne parte.




*Ok. Chi c'era lo sa. Ma è mio dovere riportare il fatto che tra le celebrità c'era naturalmente Alessandro Baricco. In particolare, per via del caso più recente che è il bellissimo, bellissimo Open. Dunque. Nella stessa ricerca scientifica, c'era Baricco, e c'ero io. Capite? Cioè io desideravo citare le sue parole sulla stella Hale-Bopp, e lui era già lì nel firmamento. Inutile dire che per me andava già bene così. E l'ho pure detto! 




giovedì 6 dicembre 2012

Domenica - Più libri più liberi!


Oggi a pranzo ero in una piadineria. Sempre la solita, dove vado quando sono di corsa, sono di fretta, sono triste o sono contenta. Insomma, molto spesso. Ah, e quando non ho voglia di cucinare il pranzo. Facendo il conto, sono lì quasi tutti i giorni verso l'una.

Una piadineria qualunque, in un quartiere qualunque di Torino. Anzi, quelle lingue di terra delle città che bisogna spiegare bene a tutti gli altri cittadini dov'è che non le conosce mai nessuno. Facciamo subito la prova: Cenisia... torinesi? Niente: visto!?

Dunque. Ero lì. Stesso posto. Sempre la stessa piadina tra l'altro. Che la signora non me lo chiede neanche più cosa voglio. Lo sa e basta. Da bere? Niente, grazie. E torno a casa con il sacchettino.

Così, uno spaccato di vita sabauda di quelle normali, ovvero malinconiche. Ma non era per spezzarvi il cuore.

Dico questo perché, a un certo punto, non so come mai, ho alzato la testa, puntando gli occhi sul soffitto. Quei gesti che si fanno ogni tanto per ingannare il tempo. E, dopo anni che mi pareva di conoscere quel luogo in ogni minimo dettaglio (un disegno della piadineria fatto da una bambina, uno specchio a forma di sole, la macchinetta per le bibite etc.), ho visto, per la prima volta, una piccola mongolfiera.

Una mongolfiera di ceramica, molto carina, ben costruita, ornamentale, che si ricavava il suo piccolo ma decoroso spazio tra i lampadari pieni di luce; lampadari che, invece, mi sembrava di riconoscere a memoria. 

Allora questo mi ha fatto definitivamente tornare alla mente una cosa che mi girava tra i pensieri da tanti giorni. A proposito di alzare gli occhi al cielo.

Domenica sarò a Più libri più liberi e parteciperò a questa tavola rotonda. Dal titolo: 

Nuove evidenze. I blogger muovono le vendite?

Nuove evidenze. Santo cielo. La mongolfiera! Eccola lì, una nuova evidenza.

E infine la cosa cui ho pensato, a proposito di guardare il cielo e scoprirci cose belle, o diverse. 

Preparate la colonna sonora della mia rubrica preferita: discepoli a sua insaputa. Sì, citerò, se riesco, un'altra volta Baricco. Da un po' di tempo mi capita di parlare qualche volta in pubblico: ebbene, mi sono resa conto che tutte le volte ho citato almeno una cosa che ha detto o scritto Baricco da qualche parte nella vita.

Addirittura il caso più eclatante (perché fu una instant-citazione di una cosa che aveva appena finito di pronunciare) è stato al Salone del libro a maggio: provenendo dal suo discorso all'Auditorium, sono corsa a presentare La lettura digitale e il web e ho concluso il mio piccolo intervento con: 

"e dunque, come ha appena detto Baricco, chi se lo immaginava che un giorno avremmo scritto nel telefono?"

E insomma da lì non è più finita questa cosa. In un clamoroso climax culminato qui, a Librinnovando. 

Perché lo faccio? Cioè perché ogni volta che parlo di queste cose mi viene in mente Baricco? Di preciso non mi è chiaro, oppure sì, ma credo che il motivo sia di una semplicità disarmante. Perché mi piace. Gli credo. Soprattutto mi diverto a coglierne aspetti il più possibile trasversali, smerigliati. 

E, last but not least, perché è stato proprio Baricco il primo ad aver detto (o tra i primi, ma il primo ad averlo detto con cristallina tenerezza) qualcosa di vero e poetico e sensato sulla rete. Che oggi, mi accorgo, direi dopo la piadineria e pochi altri posti, è il luogo dove passo la gran parte del mio tempo. Dove vivo, letteralmente. 

Quindi Baricco è il primo ad aver detto qualcosa di bello (dai, lo dico, di incantevole) sul mio spazio vitale, e mentale. 

E la cosa che ha detto si intitola Nella rete con Hale-Bopp. E la trovate a pagina 152 del libro Barnum2. 


Hale-Bopp la stella cometa, ricordate? 

L'ho ritrovata perché in quella pagina avevo messo un segnalibro. Un piccolo calendario del 1998. Avevo 18 anni. 

Ricordavo della stella cometa. Cioè che lui era partito ed era andato in collina a guardare questa cometa (che avevo guardato anche io ma non me la ricordo più adesso). E un'altra cosa che non ricordavo più era che poi finiva per parlare della rete.

Prima lui guarda la stella vera, infreddolito, un po' scomodo ma presumibilmente emozionato, immagino, accanto a una famiglia dentro una specie di suv. Dopodiché la riguarda in un'altra circostanza, mi pare il giorno dopo, con gli "occhi bassi sul monitor".  

"Schiaccio un po' di pulsanti, clicco qua e là, entro nella famosa rete, approdo in un luogo artificiale che si chiama www.halebopp.com/moviehb2.htm (mostruoso): e lei è lì. Mezz'ora per scaricare 347 non so cosa, e due secondi di lei, in movimento, come una navicella di Guerre stellari. Le faccio ripetere decine di volte quel suo rapidissimo passo di danza. E lei balla per me. Ciao Hale-Bopp. Sono sempre io, il fesso della collina. Tutto bene, lassù?".

Ora. Calma. Dopo dice altre cose sulla rete, perché il fenomeno Hale-Bopp si era diffuso capillarmente proprio su Internet, come una sorta di virus buono. Fa un paragone proprio tra le stelle comete - materiali "di scarto" della formazione del sistema solare, e quello che oggi con devastante e semplicistica approssimazione si usa definire "popolo della rete" e ci legge una sorta di appassionata "solidarietà tra anarchici" e poi dice:

Adesso, dalla pancia della rete, la passione è salita in superficie e come un virus contagia di lontani rigurgiti ribelli anche la gente normale.

- (non vi sembra twitter?) e questa è proprio una cosa che mi piacerebbe citare domenica nel mio intervento sulle nuove evidenze; i blogger, le vendite, i libri.

Però. Calma. E gesso. Poi c'è proprio l'incanto del primo uomo sulla luna, in quelle poche righe. C'è una tenerezza, ma anche una lungimiranza che mi commuove.

Ora ricordo perché non ricordavo. A diciotto anni, non avevo internet. Vivevo senza tutto questo. Una parte di me non esisteva, doveva ancora nascere. 

Mi piace pensare che mentre navighiamo allora siamo sempre un po' figli delle stelle. Simili a mongolfiere di ceramica che esplorano il cielo. 

Per gli amici romani e non, ci vediamo domenica allora, alle 11.30 nella Sala Smeraldo nel Palazzo dei Congressi (Piazza Kennedy, 1). Per tutti gli altri, racconterò com'è andata qui sul blog. 

Ciao!

mercoledì 5 dicembre 2012

Taccuino di caffè.


In preda alla nostalgia del glorioso e amatissimo (di sicuro da me) Taccuino di Noemi (al link li trovate tutti) in cui, con onore (mio), Setteperuno mi ospitava per raccontarvi le ultime news che intercettavo a proposito dello sfavillante mondo dei libri; e parlandone qualche sera fa in allegria con alcuni geniali amici, ho pensato di riprendere tra le mani quell'idea.

E intanto saluto Valentina che, any given friday, accoglieva l'anno scorso quel benedetto taccuino con tanto amore. E ora è sempre più supersonicamente impegnata ma sempre cara e dolce.

Il fatto è che ne ho proprio bisogno. Insomma. Sentivo la mancanza di un appuntamento fisso con le fantasmagorie caleidoscopiche di cui solo l'incantato ambiente editoriale è capace.

Pertanto, come fanno nei telefilm, che quando sono a corto di situazioni risolvono col tragico flash back, ecco io ho pensato di mutuare il meccanismo (hei però non sono affatto a corto di situazioni!) e di riproporvi quel taccuino come rubrica settimanale, compatibilmente con gli impegni della vita.

Che ne dite?

E poiché sono fan di un altro fulgente genio della rete, che è Maria Popova, pensavo a un mash up con questa idea qui, che mi piace un sacco. Il literary jukebox che, nella sua semplicità, per me ha un non so che di fragile, ma anche potenzialmente infinito. 

Quindi, ecco, contavo di darvi qualche notizia raccolta in giro per la rete e di abbinarci un'intuizione musicale. 

Certo, se poi ci annoiamo tutti quanti, smetto. Vediamo come va. Alla peggio vi propongo poi una vecchia idea, mai realizzata: una rubrica agghiacciante, che si chiamava "sale nel caffè". Ma che era così brutta che ho pensato alla fine di lasciar perdere.

Allora, dai, cominciamo.


1)  Brain Pickings! Dunque: risale a qualche giorno fa, il 30 novembre, proprio un bellissimo ritratto di questo genio di cui vi dicevo, Maria Popova che, se siete del "popolo della rete" (e vabè) forse la conoscerete già da tempo. Il ritratto è qui, sul New York Times. Che splendore. Quindi lei in poche parole trova le cose belle, le migliori, quelle che proprio vorreste leggere e ascoltare a proposito dei libri e tutto ciò che è intorno, e le mette su quel suo sito giallo di cui è impossibile fare a meno. L'articolo dice che, quando leggi le sue cose, senti proprio il tremendous amount of pleasure che lei ci mette in questa cosa. Tremendous-amount-of-pleasure. Very very inspiring.

2) Dandy. Sulla Paris Review appariva ieri un articolino dal titolo The Rise and Fall of Dandy. Risale infatti al 4 dicembre 1937 la prima edizione di questo libro a fumetti per bambini. E a quanto pare è proprio qui che ha fatto la sua comparsa la prima volta la famosissima nuvoletta dei fumetti. W i fumetti.

3) Liberi tutti. Domani comincia Più libri più liberi. La fiera nazionale della piccola e media editoria. Una cosa molto bella. Ricca di appuntamenti, editori, gente, gente, gente, libri, liberi e a quanto pare anche molte festicciole (non ci sono mai andata ma non esito a immaginarla così). Questa volta però ci sarò anche io, partecipo volentieri a una tavola rotonda sui blog letterari e altre cose belle (ma domani vi racconto bene). 


Musica per tutto ciò: The Dandy Warhols, Bohemian Like You.

lunedì 3 dicembre 2012

Anna Maria Ortese - L'Infanta sepolta.


Anna Maria Ortese, L'Infanta sepolta, Adelphi.



Ci sono molte ragioni per cui ho trascorso ieri parte della mia domenica con questa antologia di novelle. Una delle quali, la principale, c'entra con una splendida persona, in particolare nella sua veste di editor, ma spero, sono certa che vi racconterò tutto ciò con calma tra qualche mese.

Ho letto Anna Maria Ortese un po' ai tempi dell'Università. Non proprio all'Università, poiché non rientrava in quei miei anni in nessuno dei programmi di esame che mi erano capitati. Quindi la leggevo da sola (vi rimando a due brevi accenni che ne ho fatto sul blog, qui e qui, in passato), ma proteggendomi molto, nell'ambivalente e ingenua bramosia (per la sua scrittura) e panico (per la sua biografia) insieme del poterle, non so perché, in qualche strano modo, un giorno assomigliare. 

E lasciando soprattutto da parte Poveri e semplici che - ho deciso - affronterò un giorno soltanto se e quando il mio cuore sarà così forte da chiedermi lui, da samurai, di farsi disintegrare in mille pezzi, e per sempre. 

Ieri invece ho letto, in alcuni casi riletto (Oddio, ma quanti anni ho? Sto rileggendo Anna Maria Ortese!), alcune di queste novelle incluse in L'Infanta sepolta.

Una frivola premessa. Se lavorassi all'Adelphi (sarei una persona estremamente, proprio estremamente felice) ma soprattutto farei qualsiasi cosa, qualsiasi, anche spostare una montagna, se è il caso, per cambiare questo titolo. Non ne conosco le origini (se non che corrisponde a uno dei racconti, molto bello) e non so nulla di come si possa cambiare il titolo di un simile libro all'interno di una casa editrice. 

A occhio, direi che ciò rientra nella categoria del proibito. 

Ma, come leggerete più tardi, è proprio da questo libro che ho appreso che nulla è davvero impossibile nella vita. 

Comunque cambierei il titolo in: La Dea. Lo so, lo so: è un po' sparato, un po' telefonato, forse stucchevole. Ma lasciatemi fare, giocare, che siamo su un "bookblog". 

E poi corrisponde. Corrisponde alla scrittura, alla natura dolente, sublime, e quindi divina della Ortese. E allude al mio racconto forse preferito: 

Vita di Dea. 

Vita di Dea. Va letto, credo, in momenti molto circostanziati. Come riti di passaggio, spaventi, stati di grazia oppure di necessità e forte indigenza. Mai leggerlo nella quiete di una qualche normalità. Perché è come un miracolo, cui credi solo se sei molto triste o troppo felice, una divinazione, un'esperienza anche sensoriale che una mente normale non coglie affatto. Dunque, non vi auguro certo spaventi o stati di disgrazia; ma leggetelo, non so, ad esempio, mentre vi state innamorando. O se siete in viaggio in Finlandia, da soli, sopra un liscio ghiacciaio. 

Dovreste avere, in una parola, il cervello spalancato alle più inverosimili eventualità, e ai più straordinari paesaggi che il mondo vi può offrire.

Perché è così degno di lettura?

La storia è semplice. C'è questa ragazzina di nome Dea (nessuna paura della Ortese nella scelta dei nomi) che è la perfezione. 

"Dalla punta dei piedi leggeri fino alla fronte ampia e serena come il cielo, dagli occhi color nocciuola, di una dolcezza a nulla paragonabile (solo i raggianti angeli possono guardare come ella guardava, con una tale profonda infinita gioia), al purissimo ovale del volto, sottile nella cornice degli sparsi capelli biondi, ella emanava una grazia tale, un così meraviglioso potere, che tutti, parenti, amici, servi e chiunque la conosceva, ne rimanevano presi e incantati per sempre, e la fama della sua angelica beltà e gentilezza già varcava le mura rosse della nativa città". 

Dea. Capite bene cosa può succedere con una premessa del genere? Di tutto. Ma in realtà succede che Dea non è felice, soffre molto, per una serie di ragioni, tra le quali il fatto che presto o tardi si reincarnerà in una rana. 

Che detta così è una assurdità, mentre quando incrocerete lo sguardo di quella maledetta rana ne sarete completamente sopraffatti. 

Ecco perché leggerlo. Perché è superiore. Ed è divino. Riguarda gli angeli, l'anima, la felicità e la sofferenza, l'amicizia. E le rane. 

Il modo di scrivere anche è superiore, la scelta delle parole è somma, definitiva, magnifica, commovente, inarrivabile. Non si può sottolinearlo tutto, quindi non si sottolinea niente. Sta lì, a brillare vicino alle nuvole, come una vera visione celeste. 

E, infine, c'è la frase delle frasi:

"Questa Vita è talmente indipendente dal nostro pensiero limitato, che tutto, dico tutto, ogni più nobile cosa può accadere: e lo sa chi, capace di ricordare e osservare, prova continuamente davanti a essa un sentimento di rispetto e di terrore".