lunedì 22 febbraio 2016

Nuova veste per Tazzina di caffè!






Buongiorno, buongiorno! Ieri la festa per gli otto anni di questo blog è stata bella davvero. Grazie per l'ospitalità alla Luna's Torta.
Mi sono così emozionata che oggi sono completamente senza voce.

In questi casi si pensa sempre a un segno del destino: meglio parlare poco per qualche giorno (o coprirsi di più quando si esce ;). E ascoltare di più, e soprattutto, è proprio il caso di dirlo, lasciar parlare le immagini!

Infatti proprio questa mattina sono felice di presentarvi la nuova veste di Tazzina di caffè. Sono davvero molto contenta di aver affidato l'identità grafica di questo blog a un bravo artista che si chiama Gerald Bala, ecco qui i suoi lavori. 

Mi ha colpita il gusto letterario delle opere di Gerald e ho pensato che avesse la sensibilità giusta per aiutarmi in questo cambiamento. Non è sempre facile prendere un'iniziativa in questi tempi, ma vi posso dire che secondo me è stata la scelta giusta. 

Tra la festa di ieri e questa bella novità, mi sembra che questo spazio cominci a respirare un'aria nuova e fresca, ne sono proprio contenta.

Spero che piacerà anche a voi! E grazie per avermi seguita fino a qui.




mercoledì 17 febbraio 2016

Grazie!


Oggi sono così! Sotto la tazzina, si nasconde un sorriso e un grazie.



Avevo promesso su Facebook (pensa te, ora le cose importanti si dicono sull'Internet!) un luuuuungo post di "celebrazione" per gli otto anni di questo blog. 

Il comple-blog esatto sarebbe stato il 13 febbraio ma la vita quotidiana mi ha assorbita, e solo adesso trovo qualche minuto per concentrarmi su questo grande GRAZIE che voglio dire a tutti i lettori di Tazzina-di-caffè.

Dunque dunque.

Questo blog è nato nel 2008 quando avevo 28 anni e la mia vita stava cambiando in modi inaspettati e mi toccavano alcune sfide complesse da affrontare. 

Se avete del tempo libero e avete voglia di sfogliare l'archivio, ritrovate alcune tappe della mia strada fino a qui, parziali e frammentate eppure costanti - ma non è questo ciò di cui desidero parlare in questo post.

Ci tengo a dirvi piuttosto che tramite questo blog ho imparato molte cose, ho cercato la mia voce e il mio spazio nel mondo. Uno spazio che è nato come un angolino e che, come fanno gli uccelli con il nido, sto cercando di curare e ampliare e rendere ospitale per me e per gli altri.

Ho cominciato a raccontare la mia vita (per lo meno alcuni pezzi) e le mie letture (non tutte ma parecchie) poco alla volta e all'inizio la sensazione era di mistero: chissà chi leggerà, chissà se qualcuno si interesserà alle mie parole.

Passo dopo passo ho scoperto che dall'altra parte c'erano delle persone che si sono affezionate a me, a questo blog. Persone che aspettavano anche quelle che non ho mai osato definire recensioni e che sovente decidevano che libri comprare dopo i miei consigli.

Mi hanno "scoperta" anche le case editrici, che hanno iniziato a incuriosirsi, coinvolgermi, talvolta anche a propormi pubblicazioni e lavori. 

Per me è stato bello, ho provato momenti di felicità veri e forti. 

A questa euforia, due anni fa, è seguita una crisi. Dopo aver pubblicato il mio primo romanzo, si sono moltiplicate le proposte e moltissimi autori ed editori hanno cominciato a coinvolgermi in svariate attività. Purtroppo, a un certo punto non sono riuscita a gestire tutto quanto: le proposte spesso non prevedevano un compenso o paghe molto basse e la crisi economica (frammista ai casi della mia vita personale) stringeva sempre di più me e molti miei coetanei in un vicolo cieco. Mi pareva di girare a vuoto e quella che prima era una sorgente di energie buone sembrava trasformata in una fonte di fatiche extra. Ho creduto che fosse meglio interrompere i ritmi troppo frenetici legati a questo spazio, per dedicarmi a una concreta e strutturata ricerca di lavori utili a essere indipendente. Non è facile, lo dico chiaramente. 

Però mi è stato utile attraversare la crisi, personale e generale. Perché se quando hai le spalle al muro continui a credere in qualcosa, vuol dire che quella cosa conta più di tutto per te. La mia "cosa" era la scrittura. Così ho ricominciato ben presto a scrivere qui e altrove, a correggere bozze, a mandare cv, a girare video e a progettare libri e romanzi e racconti e post etc. e a consegnarli e a proporli agli editori. Insomma a lavorare, a restare sempre in movimento. Ora mi è chiaro che l'emozione di sapere che a qualcuno interessano le mie parole, imparata soprattutto su queste pagine, mi ha dato la fiducia che mi mancava.

E adesso eccomi qui a considerare che sono passati otto anni. 

Grazie a questo impegno che mi sono presa con me e con chi legge, e che di fatto alla fine non ho mai interrotto veramente, mi sento più forte. Diciamo che insieme a questo blog ho guadato quell'agitato fiume che traghetta la gente dalla giovinezza all'età adulta. Questo blog mi ha fatto da zattera. Certi giorni di siccità l'ho stramaledetto, certi altri di mare mosso l'ho glorificato, più spesso era lì ad aspettarmi in silenzio come un amico. Insomma gli ho voluto bene sul serio.

Quanto a tutto il resto: ovvero il web, gli ebook, i blog, i social, la letteratura, la critica, lo stato dell'arte dell'arte narrativa etc. etc. ovvero tutto ciò su cui ho lavorato, mi sono espressa e sono stata interpellata in questo tempo beh, non ho molto da aggiungere: sono robe umane. 

E come tali, ho realizzato, risentono di tutto ciò che ci connota come vulnerabili creature. 

Contano le capacità, conta il talento, contano le skill e i prop e lo storytelling e il postpostmodernismo e le pagine culturali e i sepolcri imbiancati e i ganci e le app e l'intelletto ma soprattutto, supremamente, conta il carattere.

Consiglio agli aspiranti blogger (e scrittori) come mi ritengo per certi versi ancora io (mentre per altri posso dirmi ormai una senior!): applicatevi molto sulle relazioni umane - e mi spiego meglio: sul rispetto, sulla gentilezza, sulla buona fede - perché le abilità si possono acquisire ma se non siamo forti d'animo, il nostro destino è soccombere.

E ora vi dico perché è così importante per me il caffè: perchè è un forte simbolo della scrittura.

 -------> vi impone di operare con calma, miscelando elementi delicati, materiali sottili e ricchi di vita e mistero come l'acqua e la polvere del caffè. Vi costringe a tornare sempre sullo stesso strumento - la caffettiera - che dovrete trattare con cura, senza lavarla troppo né troppo poco. Vi obbliga a occuparvene in prima persona, ogni santo giorno. Impone un'attesa, una gioia, una discrepanza tra il profumo e il bruciore, le aspettative e la realtà, può avere mille sapori ma un gusto solo, inconfondibile. Si "consuma" piano, oppure di corsa, ma sempre a sorsate per la maggior parte delle volte benefiche. E serve a rimanere svegli.

Un'ultima cosa: avevo promesso per questo ottavo compleanno un regalo. Ci sarà! 

Alla festicciola che si terrà domenica qui a Torino proporrò una sorta di tombola! (è bello essere vintage!). Il fortunato vincitore avrà un regalo. Quindi il dono privilegerà i nativi piemontesi più che i nativi digitali.

Ma, ma, ma sono in arrivo altre novità e un dono anche per i lettori stranieri (ovvero quelli fuori dal mero confine sabaudo ;)! 

Insomma in una parola, grazie. 




venerdì 12 febbraio 2016

Tazzina di sakè. Mia amata Yuriko - intervista ad Antonietta Pastore

Antonietta Pastore, Mia amata Yuriko, Einaudi
Mia amata Yuriko è un romanzo delicato e profondo come sanno esserlo solo le emozioni e le opere d'arte più autentiche della vita. Confluiscono, in questa storia vera - e verosimile solo nelle parti in cui la memoria dell'autrice ha dovuto essere completata da piccoli inserti di immaginazione - diversi elementi, tutti accurati e importanti. Il lettore, alla fine della lettura, resta legato alla bellezza elegante delle ambientazioni ma soprattutto ai personaggi e scopre anche se stesso come in uno specchio: si possono ritrovare temi decisivi come il contrasto tra il destino (qui rappresentato, fondamentalmente, dalla guerra e dalla bomba atomica che ha colpito Hiroshima il 6 agosto del 1945) e la scelta individuale. La difficile concordanza tra l'amore per un'altra persona e il rispetto per sé. La capacità di sopportare il dolore, la vergogna e la determinazione. Fino all'illuminazione finale che fa entrare la luce in tutta la storia e, senza paura di svelare troppo, si può dire che abbia a che fare con la piccola, ma ineguagliabile gioia della consapevolezza di avere fatto la cosa giusta. In tutto questo, nelle parole che compongono questo romanzo breve e perfettamente composto, c'è il tocco della scrittrice e traduttrice Antonietta Pastore che descrive di come abbia raccolto la vicenda di Yuriko. Si capisce bene quali passaggi, quante attese e quanta delicatezza d'animo abbia richiesto la tessitura di una trama impeccabile proprio perché reale. Si sente una voce sì delicata, ma anche fortissima. Strutturata da una dote naturale e insieme, si può intuire, dal pluriennale lavoro di traduttrice dal giapponese e dalla assiduità dell'autrice con questa cultura – sappiamo infatti che ha abitato in Giappone per sedici anni sia per amore sia per lavoro.

Personalmente, dal momento che Murakami Haruki è uno degli autori che più hanno influenzato la mia esperienza di lettrice e la mia vita, non posso non notare una analogia di sentire tra l'autrice e traduttrice dei suoi lavori e Murakami stesso, come immagino degli altri autori da lei tradotti. A un certo punto, nel corso della lettura, ricordo proprio di aver pensato: il mistero di Yuriko assomiglia al mistero chiuso in certi personaggi del mio autore giapponese preferito! Ma nel romanzo di Antonietta Pastore ci ho letto un pezzetto di qualcosa in più: Yuriko è reale, è una donna come tante, come me. Una donna da cui imparare come si decidono le grandi cose della propria esistenza, e anche quelle minime. Infine, ho capito leggendo che è possibile che un no o un sì detti al momento opportuno ripaghino di un'unica, ma vitale cosa: la dignità che ci rende umani.

C'è da aggiungere che di per sé la lettura di questo libro è un privilegio, come lo è la meticolosità intellettuale ed emotiva che fa sì che arrivino, confezionate con purezza estetica, racconti belli e utili come questo. Ci aggiungo però un mio personale privilegio, che voglio condividere con i lettori affezionati di questo blog: la possibilità di rivolgere a un'autrice che leggo e seguo da tempo nel suo lavoro, alcune domande.

Mia amata Yuriko è un romanzo che tocca diversi temi, ma quello che, al termine della lettura, pare più evidente è il valore della scelta. Un nodo che si scioglie solo alla fine di tutto il racconto, quasi a svelare un mistero, che è quello della personalità e della vita stessa di Yuriko, una donna che appare subito forte ma anche, inizialmente e al tempo stesso un po' “strana”. Può raccontarci come lei, Antonietta Pastore, abbia invece scelto di trasmettere ai lettori questa storia? Dal capitolo finale del libro, sappiamo infatti che tutto è nato dopo i tragici eventi di Fukushima del 2011. 

Le scelte, a volte, si impongono, diventano una necessità. Per fortuna non tutte sono drammatiche come quella che deve fare la protagonista del libro, Yuriko, davanti a un dilemma da cui dipende la sua dignità di donna e di persona. Nel mio caso, la decisione di raccontare la sua storia è nata sì da un’urgenza reale, però il mio ruolo è solo quello della testimone. Negli anni in cui vivevo in Giappone, la mia esistenza per un breve momento ha incrociato quella di Yuriko, e quest’incontro ha lasciato in me una traccia, come un punto in sospeso in fondo alla mia coscienza. A lungo ho pensato che la sua vicenda meritasse di essere narrata, ma al tempo stesso mi dicevo che non era il caso di riesumare eventi molto lontani, molto tristi, sui quali era forse preferibile lasciar calare il silenzio.
Nel marzo del 2011 però, quando ho visto che la tragedia di Fukushima provocava danni − che non giudico collaterali −, analoghi a quelli che già si erano constatati dopo Hiroshima e Nagasaki, ho sentito che era venuto il momento di parlare di Yuriko. Perché a distanza di decenni altre persone, altre donne, erano vittime di ingiustizie simili a quella subita da lei. Avendola conosciuta, mi sentivo in qualche modo autorizzata, anzi, quasi tenuta, a raccontare la sua storia, come se fossi stata scelta a testimone, appunto, di una realtà sconcertante, mai divulgata. 

Per la stessa natura delle esplosioni di Hiroshima, quello della bomba atomica che ha colpito gli abitanti di quelle zone del Giappone pare essere un tema a lunga percorrenza. La storia di Yuriko ci parla di tempi lentissimi, di attese apparentemente senza fine e di indeterminatezza. Si può immaginare che il suo lavoro abbia richiesto molto rispetto e capacità di far sedimentare il materiale narrativo di cui disponeva per dargli ancora più valore: è così? E quanto è determinante l'attesa, nella vita come nella scrittura? 

Come ho appena detto, ero a conoscenza della storia di Yuriko da molti anni, la prima parte mi è stata rivelata nell’82. Era una vicenda di un valore e di una gravità tali che, anche dopo aver iniziato a scrivere sul Giappone, dubitavo di avere il diritto di raccontarla. Prima del marzo 2011, è stato soprattutto questo dubbio a trattenermi dall’imbastire anche solo un progetto di narrazione. Rischiavo di inoltrarmi in un terreno che aveva una sua sacralità, di oltrepassare una soglia che nemmeno il ruolo di testimone mi autorizzava a profanare. Non ero abbastanza motivata per infrangere un tabù: toccare l’argomento Hiroshima.
A parte questa considerazione, sono contenta di aver lasciato che il silenzio calasse per tanto tempo sulla storia di Yuriko, di averla relegata in un angolo della mia memoria − senza però dimenticarla. Perché col passare degli anni e con l’accumularsi delle esperienze ho acquisito, come la maggior parte delle persone della mia età, “la cognizione del dolore”, senza la quale non è possibile raccontare la sofferenza altrui. La consapevolezza della drammaticità intrinseca alla vita mi ha aiutata a illuminare una storia “sedimentata” in una zona oscura della mia mente, dove rischiava di sprofondare al di là della soglia dell’inconscio. Non dico che debba essere così per chiunque, ci sono persone − e scrittori − che questa consapevolezza, bene o male che sia, la raggiungono relativamente presto.

Nel romanzo appare anche la contraddizione tra il silenzio e la parola. Come se l'uno non potesse fare a meno dell'altra, proprio come i due innamorati protagonisti della storia. I noti silenzi che contraddistinguono il carattere dei giapponesi, qui si mostrano come antesignani però di una parola finale che si fa necessaria. Il silenzio sembra proprio il territorio in cui la parola, come un seme, impara a germogliare. Nel caso del romanzo, attraverso una lunga lettera che rivela il senso stesso dei fatti accaduti. Si può dire che anche la letteratura abbia questo ruolo? Come uno svelarsi di contenuti che maturano solo nel silenzio?

Sì, certo. Basta pensare a Jorge Semprún, che per lungo tempo non ha voluto raccontare, anzi ha cercato di dimenticare, il periodo trascorso a Buchenwald. Per lui era la condizione per poter continuare a vivere, come spiega nel libro La scrittura o la vita. Sentimenti analoghi credo che abbiano indotto molte vittime di Hiroshima e Nagasaki a non parlare della propria esperienza, se non in tempi recenti. Ma naturalmente non si può generalizzare: ci sono autori − quelli appartenenti alla cosiddetta “letteratura della bomba atomica”, il cui massimo rappresentante è Hara Tamiki − che già pochi mesi dopo l’agosto del ’45 hanno scelto di scrivere delle esplosioni nucleari e delle conseguenze che hanno avuto sulla loro vita.
Nel caso di Yuriko, tuttavia, il silenzio mantenuto fino all’ultimo era forse strumentale al suo bisogno di proteggere l’amore che ha continuato a nutrire per il marito. E non è stata lei a romperlo alla fine.

Domanda inevitabile: quanto il suo lavoro di traduttrice ha influenzato il suo stile di scrittura? Consiglierebbe a un aspirante scrittore di imparare anche a tradurre da un'altra lingua?

Dopo l’uscita di Mia amata Yuriko, più volte mi sono sentita dire che la mia scrittura è “molto giapponese”. Non capisco bene cosa significhi, dato che ho tradotto autori molto diversi fra loro − Natsume Soseki e Murakami Haruki sono stilisticamente agli antipodi. Forse quest’osservazione si riferisce alle atmosfere che troviamo nei romanzi dei narratori classici moderni − quali Soseki, appunto, o Tanizaki −, atmosfere che il mio romanzo, considerata l’epoca in cui si svolge gran parte della vicenda, probabilmente evoca. Posso dire però che non sono esente dall’influenza di Murakami, perché uno dei temi a lui più cari − il senso di perdita e il rimpianto per quello che non si potrà mai più ritrovare − è sempre stato nelle mie corde, e forse per questo motivo la storia di Yuriko mi ha così profondamente commossa quando ne sono venuta a conoscenza.
Riguardo al consiglio di provare a tradurre qualcosa prima di mettersi a scrivere, no, non lo ritengo molto utile. Tradurre, da qualsiasi lingua, non è una cosa facile, è già un mestiere in sé e rischia di assorbire tutte le energie. Inoltre, è ovvio che la traduzione è un’ottima scuola di scrittura, ma sono due cose diverse, avere talento per la prima non implica necessariamente che si riesca a fare bene la seconda. Ci sono scrittori eccellenti che non hanno mai tradotto una riga in vita loro, così come ci sono traduttori bravissimi che non sanno dar vita a una storia, a dei personaggi, veri o immaginati che siano. E poi ci sono gli scrittori di professione che traducono − come Murakami Haruki − e i traduttori di professione che scrivono, come me. Un’attività non esclude l’altra, possono alternarsi a ritmi che variano da persona a persona. 

Quello di Yuriko pare un destino che la connota soprattutto in quanto donna. Quasi come se i diritti umani, quando si tratta di persone di sesso femminile, assumano una valenza più sfumata. Attraverso una storia d'amore, il romanzo ci spiega anche questo: come le donne, a Hiroshima ma anche altrove nel mondo, abbiano subìto un carico di dolore morale diverso rispetto a quello degli uomini e in questo risiede anche la forza del personaggio. Pensa che racconterà ancora di donne, come ha già fatto in precedenza nei suoi lavori?

È vero che in tutte le crisi sono le donne a pagare il prezzo più alto, sia nello spirito che nel corpo, ma questa discriminazione non avviene impunemente per nessuno, anche se non sempre se ne percepisce subito la portata. L’infelicità di una donna, soprattutto quando è causata da un sopruso, da un’ingiustizia, si irradia sull’ambiente che la circonda e ne riduce le potenzialità, lo spegne. Così alla fine qualche danno ne deriva a tutti, anche se spesso la gente − in primo luogo gli uomini, ma non soltanto loro − non se ne rende conto e continua a infliggere alle donne lo stesso trattamento iniquo. È quello che succede a Yuriko, vittima soprattutto delle convenzioni sociali.
Quanto a raccontare ancora di donne, vorrei farlo. Non riesco a immaginare di narrare una storia il cui protagonista sia un uomo, forse perché ho tendenza a scrivere in prima persona.
 

mercoledì 3 febbraio 2016

Chicchi di caffè: i percorsi tematici di Tazzina!




In questo periodo mi stanno molto a cuore gli animali. E dire che non ci ho a che fare da molto tempo: nove anni fa mi lasciò il compianto Cinzio (nome vero: Saltello. Nome scelto da lui stesso: mai saputo. Cit. T.S. Eliot e la sua poesia sui nomi dei gatti), un gatto meticcio con cui vivevo dal 1984, quando avevo 4 anni, e da allora nessuno lo ha più sostituito nella mia vita e nel mio cuore. Per una strana ragione però ultimamente mi ritrovo spesso in diversi parchi della mia città ad avere a che fare in modo diretto con le bestiole, specie i cani ma anche scoiattoli, piccioni e gabbiani e gatti randagi.

Come raccontavo nel penultimo post, scrivo anche racconti con protagonisti gli animali da ormai più di un anno, spero che vi incuriosiscano: il blog si chiama, in consonanza con la "tazzina di caffè": Acqua Naturale e l'ho aperto in un momento in cui avevo letteralemente sete di vita e di cambiamenti. Ci tengo tanto a quel blog!

(Una piccola parentesi per chi mi scrive in privato ultimamente su Facebook: non ho mai spesso di scrivere su questo blog, semplicemente due anni fa sono andata un po' in crisi perché le attività, che ho sempre svolto per passione e gratuitamente, tranne le volte in cui ho dichiarato piccole collaborazioni lavorative, legate al blog e alla promozione dei romanzi che mi proponevano in gran quantità ogni giorno editori e autori non mi permetteva di dedicarmi al lavoro (con la partita iva) e alla mia vita quotidiana, così avevo deciso di "chiudere" tazzina per come la gestivo prima e tornare a ritmi più tranquilli di scrittura. C'è da dire che negli ultimi due anni non ho mai smesso di scrivere sia per questo blog sia per altri sia per conto mio, anzi non ho mai scritto così tanto come negli ultimi due anni e spero di darvi presto notizie!).

Insomma insomma dicevamo che gli animali sono importanti. E i libri, che per me sono il punto di contatto con quasi tutto ciò che mi interessa e che mi aiuta nella vita, mi rimandano proprio lì: nel regno animale. Non posso enumerare tutte le storie con protagonisti animali attualmente in commercio: starei qui dodici anni a fare l'elenco e la mia vita si trasformerebbe in uno spettacolo di stand-up comedy ambulante: immaginate una signorina di Torino, attaccata a un pc, che scvive per dodici anni un interminabile elenco di libri con protagonisti animali! Surreale.

Ma ultimamente mi sono concentrata su tre, che sono i miei consigli di lettura per questa nuova rubrica: Chicci di caffè - i percorsi tematici di Tazzina! 


Considerate il genio puro che si esercita a raccontare la Natura perché ritiene che questo sia il suo compito su questa terra. Assaporate i titoli di questi racconti: Romanzi dettati dai grilli, Naso contro naso, una storia d'amore al buio, Il gabbiano di Chivasso (senza dubbio il mio preferito!) e altri. E avrete questa raccolta che Einaudi ha appena ripubblicato e che mi sono comprata ieri con somma gioia. 


Ho votato questo libro quando sono stata giurata al Premio Sinbad, il primo Premio Internazionale per gli Editori Indipendenti. L'autore è uno scrittore entomologo che vive con la famiglia su un'isola incontaminata a quindici kilometri a largo di Stoccolma e studia le mosche. Questo libro è il frutto dei suoi viaggi ed esperienze ma è anche una storia che assomiglia a un flusso di coscienza fino a una conclusione esistenziale importante e che a me è piaciuta molto. Quale? Scopritela leggendo! Ho ricevuto questo libro in uno scatolone pieno dei libri partecipanti al premio e che tutt'ora troneggia nel centro della mia mansardina, occupandone in definitiva ogni centimetro quadrato rimasto libero.  
 
3) Le api di Meelis Friedenthal.

Ho ricevuto questo libro dalla casa editrice Iperborea, che ringrazio di cuore. Questo è davvero un gioiello letterario, un'opera che vi porta a fine Seicento in compagnia di un mago dal lungo mantello in compagnia di un baule e un pappagallo. Cosa c'entrano le api e gli alveari? Scopritelo leggendo! 


Ecco qui. Spero che questi percorsi tematici vi incuriosiscano, conto di prepararne altri.

domenica 31 gennaio 2016

Taccuino-di-caffè, il ritorno!



Taccuino-di-caffè! 

Sto facendo un po' di amarcord del percorso che ha compiuto questo blog negli anni, rileggo alcuni vecchi post e ci ripenso: penso sia un buon punto di partenza per il futuro. Ci sono stati momenti belli e momenti difficili. Ma mi colpisce la quantità di idee ed esperienze che questo spazio mi ha aiutata a tirare fuori dal cassetto.

Ad alcune rubriche fisse in particolare sono ancora molto legata. Le riprenderò una a una. Tra queste c'è il glorioso Taccuino-di-caffè. 

Si tratta di un taccuino settimanale (partito dal blog Setteperuno della mitica Valentina Aversano aka @SignorinaLave, oggi pilastro di @minimumfax e @minimaemoralia!) che mi aveva invitata a collaborare creando proprio un taccuno su misura per me che si chiamava Il taccuino di Noemi) di notizie ed eventi interessanti dal web in ambito letterario. Nell'ultimo anno e mezzo non l'ho più scritto e mi dispiace: so che a chi lo leggeva piaceva e a me divertiva prepararlo per voi. Mi serviva ad ascoltare il mondo della rete, ma anche quello là fuori, con orecchie diverse. E insomma, ricomincio da qui!

Ecco le tre notizie più una che mi hanno colpita in questa ultima settimana. 

1) Biancamano 2: è nato il blog della Narrativa Straniera e delle Frontiere della casa editrice Einaudi. Chi ha un po' seguito la mia storia sa quanto io sia legata a questo editore, come moltissimi lettori. Sono molto felice che sia nato un progetto del genere e faccio il mio in bocca al lupo a Biancamano 2, non perdevi un post! Eccolo qui.

2)  Finzioni Reloaded: lo storico blog letterario Finzioni da oggi e per un mesetto sarà in stand-by offline per rinascere a nuova vita. Cosa ci sarà da aspettarci da una delle testate più rivoluzionarie e fresche del web?

3) Viaggi in biblioteca: In uno dei suoi ultimi tweet, Michiko Kakutani, una delle più importanti critiche letterarie del mondo che scrive sul New York Times (una simpatica signora giapponese sulla sessantina, nonché tra le più potenti persone del pianeta delle lettere), ha segnalato alcune tra le più belle biblioteche del mondo. Personalmente, adoro questo genere di segnalazioni e post con immagini di sale grandi, antiche e splendide, passo del tempo a guardarle e a sognare di essere lì.  
Continuate a leggere qui. 

Notizia + 1 ---------> Come ho accennato qui e sui vari social, questo blog il 13 febbraio compie ben otto anni! Mi piace il numero otto e così ho deciso di fare una bella festa! Una festa a base di caffeina, amici e libri in un posto speciale di Torino. Un posto che ho tenuto segreto fino a ora ma che adesso svelo: la bellissima libreria e torteria (e molto molto di più) Luna's Torta. 

C'è anche un evento che ho creato su fb per capire quanti sarete, e dove se volete potete leggere il mio #amarcord sul blog e un pezzetto di mia vita sull'Internet e non solo. Qui.

Grazie di cuore a tutti.  

mercoledì 27 gennaio 2016

Il grande animale di Gabriele Di Fronzo (E altri animali)

Gabriele Di Fronzo, Il grande animale, Nottetempo

Ho letto questo libro in pdf: dono ricevuto da un editor di una casa editrice che non è quella del libro in questione, ciò a dimostrare che in editoria può esistere anche solida amicizia tra scrittori, editor e blogger. 

Dopo questa nota di positività, arrivo al dunque. L'autore è un esordiante italiano, Gabriele Di Fronzo, la casa editrice è Nottetempo. 

Il protagonista di questa storia si chiama Francesco Colloneve e di mestiere fa l'imbalsamatore, o tassidermista. Da subito appare la sua voce:

Mi chiamo Francesco Colloneve e di mestiere sono un tassidermista, le ragioni per cui imbalsamo animali sono le ragioni che le persone che a me si rivolgono hanno per domandarmi di farlo, sono dieci anni che lavoro tenendo dietro ai motivi dei miei clienti, ma è altrettanto certo che a parer mio faccia piú compagnia un cane morto e poi impagliato invece di un criceto che pure sia tuttora vivo e vegeto.
  
Una voce gelida ma alla quale stranamente ci si affeziona. E comincia la costante e chirurgica descrizione del suo lavoro. 

Il mio lavoro, facile capirlo, ha a che fare con la parte viva dei morti.

Fino a che tutto il libro si concentra sul personaggio del padre morente. Attorno a cui Francesco, nella difficoltà di accettare l'ineluttabile, costruisce una forma disperata, logica, perfetta e devastante di attaccamento. Incapace di accettarne la fine, come ogni figlio, tenta l'impossibile, un eterno inizio. E l'impossibile ha a che fare proprio con il suo mestiere.

Questa è stata definita una storia gotica, a ragione. Una storia-non-storia: altrettanto vero. A me ha fatto pensare inevitabilmente all'Anno de pensiero magico di Joan Didion e L'animale morente di Philip Roth. Struggente narrazione attorno alla morte, Il grande animale mi ha riportata più vicino che mai a ciò che di peculiare ha la grande letteratura: la vicinanza alla follia, e insieme la capacità di guarirne attraverso il racconto. 

Aggiungo che gli animali per me sono particolarmente importanti, specie negli ultimi tempi. Ho appena letto questo post ad esempio su Io e Mabel, un libro che leggerò presto, in cui Mabel, la protagonista, è una astore. 

Aggiungo due segnalazioni di progetti cui tengo molto, uno è una rubrica radiofonica che portiamo avanti su Radio Banda Larga nel programma Pillole Concezionali, proprio dedicata agli animali, che si può ascoltare tutti i giovedì sera qui. 

L'altro è un blog in cui scrivo brevi racconti tutti con protagonisti animali, che si chiama Acqua Naturale. 

Gli animali sono davvero dei misteri viventi e ci restituiscono, se sappiamo rispettarli, molte informazioni ed emozioni inattese. 

Buona lettura a tutti. 



venerdì 22 gennaio 2016

Magic Graphic Novel - rubrica con video.



Tra le novità che sto progettando per l'anno nuovo c'è il desiderio di occuparmi un po' di più del mio blog. Tra poco meno di un mese Tazzina-di-caffè compie infatti otto anni e tra alti e bassi posso affermare che si è trattata di una delle esperienze più importanti e significative della mia vita fino a oggi. Al compimento dell'ottavo anno, simbolicamente il 13 febbraio, scriverò un post per raccogliere un po' le idee, fare un bilancio e ringraziare - e vi racconterò della festicciola a base di caffè che voglio preparare qui a Torino per il 21 di febbraio. 

Per il momento, riparto allora con nuove rubriche, rispolverandone al contempo alcune di qualche anno fa. Avrei sempre voluto tenere una rubrica fissa sulle graphic novel perché grazie a una mia cara amica, che in rete conoscerete tutti, ovvero Ilaria Urbinati, ho cominciato a esplorare anni fa il mondo di queste incredibili forme di arte e narrativa. 

Correva l'anno 2012 quando con Ilaria ci siamo dedicate anche a una forma di narrazione a blog unificati, che avevamo chiamato Kind of Magic ed erano dei piccoli racconti illustrati, o illustrazioni raccontate che hanno anticipato i tempi, cosa di cui vado fiera. 

Potete trovare i post qui, e seguendo l'omonimo tag farvi trasportare dalla magia dei lavori di Ilaria accompagnati ai miei racconti. 

(Beh ci tengo anche a rinnovare l'invito se non lo avete ancora fatto ad acquistare e leggere il libro che abbiamo creato insieme l'anno scorso: Ricette per ragazze che vivono da sole!)

E insomma, proprio qualche giorno fa, proprio su consiglio e prestito di Ilaria, fa ho termitato la lettura di un libro davvero molto bello: Sei tu mia madre? di Alison Bechdel, editore Rizzoli. Un vero capolavoro di scrittura, scavo psicologico, disegno ed emozioni autentiche che mi ha fatto desiderare di conoscere tutti gli altri lavori dell'autrice che, da artista omosessuale e donna, si inserisce tra l'altro alla perfezione nel dibattito più che mai acceso sulle discriminazioni e sulle conquiste in tal senso. 

Segnalo a questo proposito la lettura di questo articolo che illustra (è proprio il caso di dirlo...) molto bene cosa è accaduto di recente a proposito dell'assegnazione di un importante premio per fumettisti i cui finalisti sono risultati essere tutti uomini. 

Più o meno nello stesso periodo, insieme a un'altra amica che di libri illustrati se ne intende, Silvia Torchio, traduttrice italiana di Jimmy Liao (di cui ormai sono fan da anni, come testimoniano alcuni post come questo!) e insieme alla mia vicina di casa cinese, studentessa di arte e amica Yue Zhao sono andata ad ascoltare la presentazione di un'altra graphic novel molto interessante, che ho acquistato: Primavere e autunni edito da Becco Giallo. 

Gli autori sono Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, marito e moglie con un bimbo di nove anni, e hanno realizzato un'opera incantevole sulle orme della storia autobiografica dei nonni di Matteo - lui cinese lei italiana. Cogliendo l'occasione di raccontare le vicende di una singola famiglia, però, gli autori esplorano un fatto storico rilevante: la migrazione dalla Cina a Milano a partire dagli anni Trenta. Un tema che a me incuriosisce particoralmente.

Ho trovato questo libro accurato in ogni minimo particolare e auguro agli autori molta fortuna: nel video potete trovarne una "recensione" silenziosa, che mi è stata ispirata dalla diversa concezione delle parole che hanno gli orientali, complice anche la solitudine pomeridiana bohémien della mia mansardina. 

Insomma, buone fantastiche letture a tutti.



martedì 5 gennaio 2016

Il dono: un romanzo per il 2016 e riflessioni.

Vladimir Nabokov, Il dono, Adelphi

Prima che cominciassero le feste, ho fatto un gioco. Sono entrata in una libreria di Torino e ho cercato il mio dono di Natale. Cercavo un libro che "mi chiamasse" dagli scaffali. Sembra una cosa un po' assurda, ma a volte succede. E infatti è accaduto con Il dono di Nabokov.

Chi di voi ha letto Lolita, o altri suoi capolavori, saprà che l'autore è uno dei più importanti della letteratura russa e mondiale di tutti i tempi. Questo è il suo ultimo romanzo, scritto tra il 1935 e il 1937 in russo, uscito a puntate su una rivista, e vedrà la luce in forma integrale nel 1952.

Ho faticato a entrare nell'atmosfera del romanzo, ma tra ieri e oggi ho fatto ingresso nella storia in maniera più decisa. Il dono regala a chi la cerca la felice e luminosa scrittura nabokoviana che ci si aspetta.

Piovigginava ancora, ma già, con l'impercettibile subitaneità di un angelo, era comparso l'arcobaleno.

E al contempo rappresenta una sfida, impossibile da vincere, alla ricerca di infinite citazioni di citazioni di citazioni di citazioni degli autori russi che il protagonista, un poeta e scrittore alle prese con la carriera, la vita e i sentimenti, propugna o ascolta. 

A illuminare la mia lettura è stata in definitiva la postfazione di Serena Vitale, che è anche la traduttrice. E ciò mi ha dato modo di compiere alcune riflessioni su temi di attualità. 

In questi giorni sono fiorite molte classifiche di gradimento relative alle ultime uscite in Italia in fatto di letteratura. E ne è conseguita una accesa polemica sulla scarsa presenza, per non dire assenza, di nomi femminili. 

Affrontare Il dono per me è stato proprio un percorrere a pieno questo problema. Metto qui un po' in ordine i miei pensieri. Non vorrei essere fraintesa, amo da sempre Nabokov, ma questo suo ultimo lascito letterario è di una difficoltà disarmante e senza il soccorso di Serena Vitale alla fine del traguardo, non ce l'avrei fatta. Perché?

La Storia è costellata di autori maschi di talento (ma ahimé talvolta gravemente narcisisti) che si dedicano (che possono dedicarsi) a prose indecifrabili grazie al provvido intervento di lettrici-ancelle (spesso mogli e dattilografe) dedite all'eterno dipanare queste pregiate matasse. 

Lo stesso Nabokov naturalmente ha tratto giovamento dalle imprescindibili cure della eterea Vera, se leggete questa biografia ne avrete un quadro completo. Di contro, la Storia ha relegato per molto tempo la maggior parte delle autrici donne al ruolo di pazze, povere, isolate, isteriche, suicide. Perché?

Beh, posto che le mie sono gioco-forza delle generalizzazioni, non sono certo in grado di rispondere o di spiegare questo fenomeno antico. Basti però leggere Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf per capire che fine avrebbe fatto una ipotetica sorella di Shakespeare dotata dello stesso talento. Spoilero: una pessima fine!

Ho letto in questi giorni anche tante "difese" delle autrici donne. Excursus di letture al femminile, sciorinamenti di titoli. Trovo la cosa benemerita, ma naturalmente il problema è a monte. 

Oggi, rispetto al passato, bieche classifiche a parte, le scrittrici donne hanno per fortuna una loro normalissima rispettabilità e vincono premi Nobel come i maschi, si pensi ad Alice Munro o alla mitica Elizabeth Strout (per citare le straniere). 

Qui in Italia i nomi sono anche tantissimi. Ultimamente, ad esempio, parlando di me poiché siete capitati sul mio blog!, ho fatto la correttrice di bozze di questa raccolta di racconti di sole donne uscita per Utet, curata da Violetta Bellocchio, per dirne una. E qualche tempo fa sono stata madrina di un premio letterario per tesi di laurea su Lingua Madre che da anni si occupa di scritture di donne da tutto il mondo con progetti bellissimi e ha un posto sempre d'onore al Salone del Libro (o Fiera? Ho perso il conto dei nomi della kermesse del Lingotto). Senza contare tanti e tanti altri casi che si potrebbero citare e non c'è il tempo e lo spazio.

Perché allora queste polemiche? Probabilmente è una questione di ruoli. Se si riuscisse al slegare la simbiosi tra uomo (apparentemente) superiore e fanciulla devota (parlo in termini di scrittura, cosa si fa in casa è un altro discorso) e in eterna adulazione e si cominciasse ad andare insieme, di pari passo, sarebbe un ottimo inizio. 

(una noticina sul concetto di blogger: qui in Italia manca poco che in anni addietro sia stato sbeffeggiato o mal compreso e dire "blogger" pareva sinonimo di "velina" mentre all'estero operano blogger anche maschi, di qualità e valore. Ad esempio questo).

La contemporaneità per fortuna è piena di autori uomini che stimano le colleghe autrici e blogger, che le leggono con interesse, come è normale che sia senza che l'uno primeggi sull'altro (si badi che anche il potere distruttivo e malevolo delle donne in letteratura come nella vita può essere deleterio). 

Guardate però ad esempio cosa hanno costruito negli USA Dave Eggers e Vendela Vida, qui, due scrittori "alla pari" che sono anche marito e moglie e genitori e hanno fondato scuole e riviste e sì, sono anche ancora giovani e carini. E questi sono i casi più eclatanti. 

Insomma, si può cambiare questo mondo letterario, sta già cambiando. Forse basterebbe dare meno peso a ste classifiche oppure ringraziarle perché sono in fondo il pretesto per rispolverare o fare luce su un male in via di guarigione.

Per concludere, questo libro è quindi il mio dono per il 2016, grazie a tutti per la costanza con cui passate da queste parti. Buon anno!